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  • Dal Profondo: Il grido del Sulcis

    Due donne, Patrizia, unica minatrice italiana e Valentina Zucco Pedicini, regista, unite da un intenso documentario.

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    Dove si finisce quando si muore? “Sottoterra”, si dice. Dal Profondo ribalta le prospettive mostrando come 500 metri sotto il livello del mare si nasconda, invece, la vita. Ma una vita che fluisce in una lunga notte senza fine, senza stagioni, senza tempo. Un lavoro secolare che è orgoglio e maledizione. Chilometri di gallerie. Buio. Uomini. E una donna. Patrizia. Unica minatrice in Italia, che dialoga con il padre morto di silicosi, un ricordo sempre vivo, mai sepolto. 150 minatori, gli ultimi ormai, pronti a fare guerra al mondo “di sopra” per scongiurare una chiusura imminente. Vane promesse e inutili passerelle dei politici di turno hanno solo esasperato gli animi.
    Un’esperienza unica per chi ha filmato, per chi guarda, per chi quel mondo “capovolto” l’ha costruito. Il tutto al ritmo di una preghiera che ai morti è dedicata: “De profundis clamavi ad te, Domine”. “Dal profondo a te grido, o Signore”.
    Respira, respira piano, i tuoi occhi presto si abitueranno al buio, non aver paura, questo è il nostro mondo, è casa tua. Ti ricordi? Mi hai detto così la prima volta che mi hai portato qui, 500 metri sottoterra. Quanto tempo è passato da allora papà? Siamo gli ultimi e io sono sola…” così dice Patrizia e il suo sussurro è un urlo che Valentina Zucco Pedicini ha raccolto. È un’altra Sardegna la sua, lontana anni luce dalle spiagge meta di vacanze. “La prima volta che i miei occhi si sono posati sulle miniere abbandonate sarde, il mio istinto si è messo in moto” racconta Valentina. “Ho iniziato a visitare questi luoghi con un sentimento di curiosità infantile e di rispetto reverenziale un po’ come entrare in un castello abbandonato, dove è possibile sentire ancora la presenza di tutti quelli che ci abitavano un tempo. Come attraversare, unico superstite, un mondo scampato all’apocalisse”. Interi villaggi abbandonati, antichi ruderi, le “laverie” dove le donne risciacquavano il carbone. Valentina sfiora con le dita i cognomi dei minatori scritti a vernice rossa sui muri delle case, calpesta le rotaie su cui il carbone veniva trasportato dalle profondità della terra verso il mare. Massi enormi chiudono le gallerie che un tempo conducevano al sottosuolo. Il mondo di “sotto” si sta serrando per sempre e non sarà mai più accessibile. Eppure chissà quanti in questi luoghi hanno vissuto, si sono innamorati, sono invecchiati, quanti non sono più tornati a casa, e quanti hanno ancora i polmoni sporchi di polvere nera. Un velo che cala su una realtà fiera e composta, dignitosa. Fatta non solo di uomini ma anche di donne, donne che nessuno ha mai raccontato. Donne racchiuse nello sguardo azzurro e diretto di Patrizia una vita che diventa modello, coagulo di forza e paure, sogni e speranze. Silenzi e attese, parole scarne e scoppi improvvisi. Un rosario sgranato nella roccia tra polvere e detriti.

    Francesca Bani

     

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  • CineCocktail, da Venezia a Roma

    Al Festival di Roma è tempo di CineCocktail – Incontri ravvicinati del miglior tipo.  Dopo il successo delle prime due edizioni alla Mostra del Cinema di Venezia e alla vigilia della terza edizione al San Marino Film Festival, gli incontri di cinema condotti dalla giornalista e scrittrice Claudia Catalli, faranno tappa alFestival Internazionale del Film di Roma, riproponendo ancora una volta l’originale formula di cocktail e chiacchiere in libertà. Un’occasine unica per avvicinare celebrities e appassionati, personaggi leggendari e fan, critica e pubblico in un’atmosfera informale e amichevole.
    L’appuntamento con i CineCocktail Roma – One Shot sarà mercoledì 13 novembre a partire dalle 19 (a ingresso libero) a Casa Alice, lo spazio di Alice nella Città allestito all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ospiti della serata il giovane e prolifico produttore Andrea Iervolino, l’attrice emergente Cosetta Turco e il regista Giorgio Amato, che parlerà per la prima volta del suo “The Stalker”, nelle sale a breve, mostrandone alcune sequenze in anteprima.
    Durante l’incontro verrà offerto a tutti i presenti un cocktail creato per l’occasione da Mint – Bar catering & events. Nel corso della serata spazio inoltre alla presentazione della nuova collana di dieci film “Italian Thriller Style” ideata da Andrea Iervolino per il mercato italiano e internazionale.
    L’evento, realizzato in collaborazione con Alice nella Città, sarà trasmesso il giorno seguente 14 novembre da Fred Radio (www.fred.fm), mediapartner ufficiale di CineCocktail Roma – One shot insieme a Oggi al Cinema (www.oggialcinema.net).

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    “Federico degli spiriti”, gli ultimi giorni del grande Fellini

    Sono passati vent’anni dalla morte di Federico Fellini, ma il suo ricordo è cosi forte e impresso nei cuori di tutti noi che non si può cancellare. Il regista riminese conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per i suoi indimenticabili capolavori come “La dolce vita”, “8 e ½”, “Amarcord”, “I Vitelloni” ha lasciato un grande vuoto nel cinema italiano ed internazionale.

    Per celebrare il 20esimo anniversario della morte di Fellini, scomparso il 31 ottobre all’età di 73 anni sono state realizzate diverse pellicole, tra documentari e film-ricordo volti ad omaggiare il regista italiano più premiato, l’unico vincitore di ben 5 premi Oscar.

    Dopo il grande successo ottenuto da “Che strano chiamarsi Federico” targato Ettore Scola, che ha raccontato l’amico ed artista Fellini in un docu-film-ricordo presentato Fuori Concorso alla 70^ Mostra del Cinema di Venezia, ora è la volta di “Federico degli Spiriti” di Antonello Sarno, presentato in Anteprima Mondiale nella sezione Fuori Concorso dell’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

    “Federico degli spiriti” non è altro che il racconto dei giorni che vanno dal 31 ottobre 1993, data della morte di Fellini presso il Policlinico Umberto I dove era da tempo ricoverato, fino al momento dell’ultimo saluto presso la camera ardente nel Teatro 5 di Cinecittà, gremita  da oltre 100 mila persone e al funerale, celebrato il 3 novembre dal cardinale Achille Silvestrini, nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma.

    Un susseguirsi di testimonianze e di omaggi da parte degli amici e colleghi di sempre che hanno accompagnato il regista nell’ultimo viaggio e che dopo vent’anni hanno raccontato le emozioni di quei giorni. A partire da Vincenzo Mollica, autore del documentario del 1987 “ Due chiacchiere con Federico Fellini”, il ricordo dei colleghi Pupi Avati, Ettore Scola, Giuseppe Tornatore, Dante Ferretti e Lina Wertmuller, passando per Carlo Verdone, Claudio Amendola e Sergio Rubini, attori e registi emergenti di quegli anni fino alle testimonianze di Paolo Villaggio e Sandra Milo, interpreti di alcuni dei suoi film. Nelle immagini di quel 3 novembre tanti volti del cinema e della politica italiana: da Vittorio Gassman, a Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Giuliano Gemma, l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Roberto Benigni, Monica Vitti e Margherita Buy.

    Antonello Sarno ricorda con molta enfasi quei giorni: “ La morte di Fellini è stato il primo grande evento che ho seguito come giornalista tv per i tg Mediaset. Era la prima volta che, già dal ricovero del regista, si avvertiva quella “pressione dei media” che oggi caratterizza ogni accadimento che riguardi un nome famoso. Un’ atmosfera suggestiva, quasi da fotoromanzo che ho cercato di restituire facendo raccontare quei momenti da chi era presente ma usando le immagini di vent’anni fa. La morte di Fellini è stato il primo evento mediatico per il cinema, solo al morte di Totò era stata così sentita, ma nel 1967 le cose erano diverse, non c’erano servizi televisivi. Quella di Fellini invece è stata una lunga agonia, caratterizzata da continue ricadute, si era ammalata anche Giulietta Masina, sua moglie. Fellini era entrato in coma dodici giorni prima di morire e non si aspettava altro che questa notizia,per la prima volta c’è stata una vera e propria invasione da parte dei giornalisti, tanto che Mastroianni si indignò perchè non riusciva a camminare fino al feretro, fu consegnato nelle mani della polizia che lo scortò. Tra gli artisti che ebbero la fortuna di lavorare con lui ho intervistato Sandra Milo, che è presente oggi e che voglio ringraziare”.

    “Sono felice di essere qui- afferma la Milo- e di ricordare questo grande artista con rispetto ed ammirazione. Ho difficoltà a parlare della morte perchè per me è un grande viaggio, al quale parteciperò anche io, sono andata al funerale di Federico perchè hanno insistito i miei amici ma non mi piace andarci. E’ bruttissimo vedere un uomo di così tanta vitalità chiusi in una bara. Federico era capace di ribaltarti con lo sguardo, sapeva far emergere il lato migliore delle persone e tutti amavano lavorare con lui. E’ stata una persona davvero importante nella mia vita, a volta capita ancora di parlare con lui, come se fosse qui vicino a me”.

    La collaborazione tra il giornalista e la casa di produzione Medusa è sottolineata dalle parole dell’ amministratore delegato Giampaolo Letta: “Un ringraziamento speciale ad Antonello Sarno, è il tredicesimo/ quattordicesimo documentario che  facciamo insieme e Antonello ha saputo dare un ottimo taglio da cronista, riuscendo a scavare in profondità e mettendo insieme numerosi pezzi di repertorio così da raccontare il primo evento mediatico riguardante un personaggio del cinema. Concludo con la notizia che per festeggiare i 50 anni di “8 e ½” la pellicola verrà proiettata in versione restaurata il 27 novembre all’interno del Festival del Film di Torino”.

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    L’incontro con John Hurt

    E’ uno dei caratteristi più importanti di sempre ad inaugurare  i consueti incontri con il pubblico  in occasione dell’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Parliamo di John Hurt, figura storica di quel teatro shakespeariano inglese da sempre apprezzato, diventata poi una figura ben definita nel panorama del cinema globale.
    Un’odissea la carriera cinematografica del buon caratterista inglese, agevolmente modellata e gradualmente evoluta dallo stesso Hurt. Con la sua solita invidiabile ironia, l’attore 73enne ha illustrato le tappe più importanti che lo hanno fatto diventare uno degli attori più poliedrici di sempre. La sua innata voglia di studiare arte teatrale, vista però in malo modo da una famiglia fondamentalmente tradizionalista che sperava ben altro per l’allora giovane inglese,  sollecitò Hurt ad approfondire gli studi alla Royal Accademy. Estremamente importante poi fu il ruolo della Nouvelle Vogue che  condizionò notevolmente la formazione e lo stile del caratterista inglese. Durante l’incontro con il pubblico denso e appassionato, Hurt ha sottolineato il suo fascino per quel cinema indipendente e quasi ‘irrisolto’, caratterizzato da copioni sempre interessanti e mai dozzinali. Proprio questo lo ha sollecitato ad accettare il ruolo offertogli da Bong Joon-ho per il suo film, “Snowpiercer” presentato fuori concorso alla kermesse capitolina . Un Hurt “profetico”, che sente il bisogno di ricalcare il fatto di essere un attore non di “metodo” ma di “ passione”; interessante anche le allusioni preferenziali fatte dall’attore al termine dell’incontro verso due figure di quel cinema di ricerca da lui favorito, Lars Von Trier e Jim Jarmusch.

    Alessio Giuffrida

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    Ben o Degilim – I’m not him: L’uomo che visse due volte

    La pellicola del regista turco in concorso al Festival del Cinema di Roma turba gli animi con un ‘inquietante analisi sull’ identificazione umana.

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    Un film  non scontato, assolutamente privo di ordinaria logicità e coinvolgimento emotivo.  Sebbene la pellicola inizi con un lunghissimo periodo privo di consistenti dialoghi e di tessuto musicale risultando apparentemente noiosa e scarna, basta l’occhio di uno spettatore attento per cogliere le particolarità e le scelte di regia che la contraddistinguono ad elevarla con giusto merito ad opera enigmatica e fascinosa nel suo insieme.
    In “Ben o Değilim- I’m not him” sono riconoscibili fin dalle prime inquadrature le scelte tecniche e le caratteristiche inequivocabili della cinematografia di Tayfun Pirselimoglu, maestro indiscusso nella perpetua ricerca della frontalità della macchina da presa e nella scarsità di movimento scenico all’interno di tempi dilatati.
    Il regista turco sceglie di seguire la vicenda personale di Nihal, l’impiegato di una mensa d’ospedale, interpretato dall’attore Ercan Kesal che riesce a destreggiarsi abilmente nei panni di un personaggio solitario e distaccato ma allo tempo attratto dalla giovane Ayse, la misteriosa collega lavapiatti che lo seduce invitandolo a cena. Da quel momento tra i due nasce una singolare relazione che si fa sempre più pericolosa dopo l’inquietante scoperta da parte dell’uomo di una foto del marito della ragazza.
    Tutto ruota attorno alla tematica struggente della perdità di identità, della totale crisi dell’ uomo che si libera dal suo io, dal presente e dal passato appropriandosi di un nuovo se, di un vissuto sconosciuto, all’interno di un gioco fatto di scambi di persona, personalità multiple, situazioni e personaggi che si ripropongono lungo la narrazione senza una reale motivo, in una logica del non senso che conduce lo spettatore in un vortice di dejà-vous inaspettati.

    Mariangela Di Serio

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    Manto Acuìfero: Solitudini

    Il regista Michael Rowe vincitore del Premio Camera D’Or al Festival di Cannes per “Año bisiesto”, dirige un dramma famigliare nel secondo capitolo della trilogia della solitudine.

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    Ambientato in un Messico profondamente legato alla dimensione spirituale e naturalistica dell’essere umano, “Manto acuifero” racconta la triste storia di Caro, una bambina di otto anni segnata profondamente dal divorzio dei genitori.
    La bimba, trapiantata in casa di Felipe, il nuovo compagno della madre, vive ora lontano da Città del Messico, metropoli pericolosa e caotica contrariamente alla sua nuova abitazione immersa nella vegetazione verdeggiante e rigogliosa.
    Caro sofferente per la separazione dei suoi e per la mancanza della figura del padre, non riesce ad inserirsi nel nuovo nucleo famigliare che sua madre e il suo compagno si sono costruiti e non accetta la nuova figura paterna che a tutti costi le vogliono imporre. La bimba incompresa dall’ottusità e dalla totale mancanza di sensibilità da parte degli adulti, si isola chiudendosi in un mondo tutto suo fatto di ricordi e fotografie della precedente famiglia, e scegliendo come rifugio il giardino della nuova casa, dove instaura un rapporto viscerale con la flora e la fauna del luogo.
    La totale mancanza della colonna sonora da parte del regista vuole sottolineare la totale alienazione della bimba e rimarcare il tema della solitudine che già era stato affrontato in “Año bisiesto”, dove invece la protagonista è una donna che vive una sessualità prepotente e sbagliata.
    Il film porta alla ribalta la tematica della separazione e del divorzio, analizzata dal punto di vista di una bambina e della superficialità in cui questi temi vengono trattati dall’opinione comune, che molto spesso da’ per scontato che i bambini accettino la realtà così come gli viene imposta dagli adulti e che siano predisposti spontaneamente a legarsi a chiunque.
    Un altro aspetto rilevante è lo strettissimo legame tra uomo e natura che l’epoca moderna dello sviluppo tecnologico ha contaminato e ridotto al minimo, portando ad una netta frattura tra i due mondi.
    In “Manto acuìfero” Michael Rowe cerca di ricucire questo strappo riconducendo l’essere umano all’interno di un naturalismo puro, dove lo spazio esterno all’uomo è solo un riflesso del suo mondo interiore.

    Mariangela Di Serio

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    La luna su Torino: Ferrario torna a filmare la sua città

    Tre anime sul filo del 45° parallelo Nord, quello che attraversa la città tanto cara al regista di ‘Dopo mezzanotte’. Presentata al Festival di Roma una pellicola che riesce a parlare di crisi raccontando l’amore.

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    La luna su Torino
    osserva il 45° parallelo NORD a Torino, lo stesso che – percorso sempre dritto – arriva dritto in Mongolia. Scruta nelle vite di tre animi diversi ma affini Davide Ferrario, che torna a filmare la sua città preferita con un gusto dell’immagine, un amore per i suoi personaggi, per i luoghi in cui si muovono. Due uomini, una donna, una splendida dimora e discorsi che, tra il serio ed il faceto, cadono sempre sull’amore. È un film quello di Ferrario che a modo suo si occupa anche della crisi che ci riguarda proprio tutti. Ma si tratta di una crisi dei sentimenti, un’apatia del cuore che non era stata osservata in questi termini fin ora e che invece una commedia sofisticata ed intrigante riesce a rendere anche negli aspetti più drammatici.
    Un erede colto e nullafacente, un giovanotto di belle speranze, una commessa di agenzia di viaggio annoiata… Si muovono tutti sullo sfondo di una città affascinante come Torino, accogliente e fredda, moderna ma con un indiscutibile fascino antico, tranquilla eppure inquietante, con i suoi rimandi esoterici e con quel 45° parallelo NORD, che la attraversa, su cui i protagonisti di Ferrario corrono come su un filo teso tra due estremi, reso fortemente instabile dai tempi bui che stiamo vivendo.
    Li osserva distaccati la luna, una città sempre vigile anche quando sembra distratta, il buon Leopardi, un personaggio non accreditato della pellicola, ed infine un topolino di campagna, un’allegoria, una metafora di come gli occhi dell’infinitamente piccino possano essere lucidissimi nell’osservare vizi e virtù di tre generazioni senza una direzione.

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    Marra racconta il ‘condominio Italia’

    Vincenzo Marra con il suo ‘L’amministratore’ apre il Festival Internazionale del Film di Roma dalla parte del MAXXI, il museo dell’arte del XXI secolo.
    Il programma della retrospettiva dedicata al talentuoso regista campano prevede la proiezione di Estranei alla massa (2002) vincitore del ”Premio Pier Paolo Pasolini”, in concorso al Festival di Locarno, Menzione Speciale della giuria al Festival di Torino, L’udienza è aperta (2006) presentato alle Giornate degli autori di Venezia e candidato al David di Donatello come miglior documentario italiano, Il grande progetto (2008) in concorso al Festival di Torino e Il gemello (2012) proiettato alle Giornate degli Autori di Venezia, Menzione Speciale ai Nastri D’Argento. Le quattro pellicole offrono uno straordinario spaccato della città di Napoli, tra luci ed ombre che Marra, napoletano doc., non ha mai smesso di raccontare senza filtri espressivi.
    Il quinto capitolo di questa analisi di Marra e’ come detto ‘L’amministratore‘, un film che parte dall’osservazione di un vero professionista, “scelto dopo averne provinati almeno100” – precisa il regista – alle prese con vari condomini e con varia umanità che vive in zone di Napoli tra di loro diversissime, dal Vomero alla Sanità.
    La macchina da presa di Marra ancora una volta ha il pregio di ‘scomparire’, per lasciare il posto alla essenza dei personaggi.
    “Questo e’ sempre una specie di sorpresa per me – racconta Marra – anche perché io giro da sempre i miei documentari con una vera e propria troupe formata da dieci dodici persone, con due o tre telecamere di quelle grandi che è difficile far scomparire. Eppure come testimoniano i protagonisti, i miei veri attori come li chiamo io, questa magia accade e loro riescono ad essere veri” .
    Questo amministratore non può essere casuale in questa poetica di Marra che racconta la genesi di questo film in maniera molto semplice: “Ero in un viaggio transoceanico di 14 ore e siccome non dormo in quelle circostanze, guardando le nuvolette ho avuto l’immagine chiara di questo personaggio. Per me raccontare Napoli e’ sempre stato un imperativo categorico fin da quando ho deciso di fare cinema. Questa storia e’ Umberto Montella, il protagonista. È uno spaccato del nostro Paese e non solo di Napoli perché tu entri in un appartamento di Posillipo, nella Napoli bene e vedi la vera miseria. Ho incontrato un esercito di persone in difficoltà che chiedeva pietà per le quote condominiali, per spese di ordinaria e straordinaria amministrazione, la bruttezza e la meschinità del genere umano per cui nei momenti di difficoltà il povero azzanna il povero… È un film che riesce a far sorridere e ridere in più punti, ma sono risate amare e spero facciano anche riflettere”.

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