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    What is Left?: Che cos’è la sinistra? E cosa ne è rimasto?

    Il film di Gustav Hofer e Luca Ragazzi alla vigilia delle nuove primarie del PD.

     

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    Gustav e Luca, italiani, da sempre elettori di sinistra, avevano pensato che il 2013 sarebbe stato l’anno della svolta. Ma la rimonta inaspettata di Berlusconi e l’entrata in scena di Beppe Grillo hanno cambiato le carte in tavola. A partire dalle primarie PD del 2012, una serie di incontri, manifestazioni e situazioni paradossali li aiutano a districarsi nei meandri di un’identità, quella della sinistra, che negli anni sembra essersi smarrita.
    What is Left? è il terzo capitolo di una trilogia sull’Italia dopo Improvvisamente l’inverno scorso e Italy: Love It or Leave It. È un gioco di parole: Che cos’è la sinistra? Che cosa ne è rimasto? È un viaggio attraverso il Bel Paese e le vite dei due protagonisti per capire come viene percepita la sinistra oggi, che i partiti comunisti e socialisti occidentali sono in via d’estinzione. Un percorso tra luoghi comuni, “destra e sinistra, sono tutti uguali…” e scomode realtà.
    Perché è diventato così difficile trovare un partito di sinistra? Dove sono andate a finire le tematiche che hanno reso la sinistra forte nel passato? Quali potrebbero o dovrebbero essere i temi “di sinistra” adesso, e perché si sono abbandonati?
    Il due registi Gustav Hofer e Luca Ragazzi ci portano a cavallo tra un Gay Pride e un 25 aprile di salsicce & Liberazione, con ironia e sensibilità. Elettori “modello”, ecologisti, Gustav è fan di Obama. E pieni di contraddizioni, come solo i comunisti sanno essere, Luca ama Carlà malgrado Sarkozy. Adorano discutere con i loro amici dei massimi sistemi davanti ad una birra. Berlusconi e le sue leggi ad personam sono l’argomento principe.
    Luca, romano, bambino negli anni ’70, proviene da una famiglia comunista ed è ancora legato alle ideologie del passato. Gustav, cresciuto nel Sudtirolo da sempre governato dalla SVP (il partito regionale conservatore), ha avuto come figura politica di riferimento Alexander Langer, leader del movimento verde europeo, morto suicida nel 1995. Incarnano due mondi e due diverse idee di politica.
    Un film specchio in cui lo spettatore può guardarsi per scoprire se l’immagine che rimanda corrisponde all’idea che si è fatto di sé. Una pellicola sincera, forse scomoda ma non ideologica, che vuol fare i conti con gli errori che la sinistra ha commesso nella sua storia anche recente ma anche aprire una speranza per il futuro.

    Francesca Bani

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    Think Forward Film Festival III, il programma

    Torna l’appuntamento con il Think Forward Film Festival, la kermesse a tematica ambientale organizzata dall’International Centerfor Climate Governance (ICCG). La terza edizione si svolgerà il 6 e 7 dicembre 2013 a Venezia sotto la direzione artistica di Alberto Crespi e Rocco Giurato.
    Il festival si terrà questa volta nello stesso anno, il 2013, in cui è stato pubblicato il Quinto rapporto sulle basi fisiche dei cambiamenti climatici, uno dei più importanti eventi nel dibattito internazionale sui cambiamenti climatici degli ultimi anni. Il rapporto IPCC, frutto di una vasta serie di osservazioni e modelli di nuova generazione, mostra che, con estrema probabilità (95%), la causa dominante del riscaldamento osservato fin dalla metà del XX secolo è costituita da attività umane. È necessario quanto prima intervenire, con mitigazioni da un lato, e dall’altro con una complessa galassia di strumenti volti a preparare i territori e le popolazioni al cambiamento climatico in atto.

    L’importanza che ricopre il dialogo con le nuove generazioni è fondamentale. Ecco perché entrambe le mattine del festival saranno dedicate all’incontro con ragazzi e ragazze di scuole elementari e superiori con attività pensate per le diverse fasce d’età. Per il secondo anno il TFFF lancia un Concorso Internazionale Cortometraggi: sono stati circa 50 i cortometraggi arrivati da diversi Paesi (Uzbekistan, Macedonia, Giappone, Germania ecc.).
    Di tutti i corti pervenuti, ne sono stati selezionati 17. La giuria che sceglierà il vincitore è composta da illustri studiosi e ricercatori in materie scientifiche, e da noti volti del cinema italiano. Per il primo anno inoltre si è deciso di aggiungere anche il voto del pubblico e degli studenti.
    Le proiezioni saranno arricchite da due corti fuori concorso: l’italiano Dust to Dust di Francesco Paladino e Black Inside di Rodney Rascona. Le pellicole a tematica ambientale possono e devono informare e insieme intrattenere, divertire e coinvolgere. Accanto ai cortometraggi, sono in programma diversi eventi speciali. Il festival ospiterà un’importante anteprima italiana: Revolution (venerdì 6 ore 20,30) del pluripremiato regista canadese Rob Stewart e prodotto da Gus Van Sant, che ha dichiarato: “E’ un film straordinario che tutti dovrebbero vedere”.
    Sarà inoltre proiettato il film di animazione Echo Planet di Komkim Kemgumnird (sabato 7 ore 14,30), storia avventurosa e coinvolgente di tre ragazzini che hanno trovato il modo di salvare il Pianeta dal disastro ambientale. Il film sarà preceduto da due cortometraggi prodotti da due classi di scuole elementari coinvolte durante l’anno dalle attività dell’ICCG.

    Sabato alle ore 16,30, sarà la volta di Peak, di Hannes Lang: appassionante viaggio sulle Alpi, accurata riflessione sullo stato di salute delle nostre montagne, sulle loro trasformazioni e sulle conseguenze nefaste del turismo di massa.
    Venerdì alle ore 18,30 tavola rotonda dal titolo Raccontare la scienza, una sfida per il cinema a cui parteciperanno tra gli altri Michele Emmer e Luigi Lo Cascio. Ci si chiederà quale legame ci sia e ci possa essere tra scienza e cinema. Seguirà proiezione del mediometraggio Con il Fiato Sospeso di Costanza Quatriglio, nota documentarista italiana che sarà presente in sala. La serata di premiazione di sabato sarà seguita dalla proiezione del film di Luigi Lo Cascio La città ideale.
    Le giornate saranno arricchite da momenti di scambio più informali all’ora dell’aperitivo, un momento di convivialità per gustare i sapori locali. Offerti da Bacarando alla Corte dell’Orso, i cicchetti saranno accompagnati dalla birra artigianale del Birrificio Artigianale Veneziano. Gestito da giovani creativi e sperimentatori il microbirrificio è una realtà locale che ha fatto della sua localizzazione territoriale la caratteristica principale.

    L’ingresso a tutte le iniziative e proiezioni è ad ingresso libero e gratuito, fino ad esaurimento posti.

    IL PROGRAMMA

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    The Hunger Games – La ragazza di fuoco: Un’eroina senza tempo

    In sala dal 28 novembre il secondo capitolo della trilogia “The Hunger Games”. Con un cast da brivido la pellicola si prepara a superare gli incassi ottenuti dal primo film.

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    Katniss Everdeen è tornata e con lei i nuovi Hunger Games. L’avevamo lasciata vincitrice dell’edizione precedente dei giochi insieme a Peeta , il suo amico ‘tributo’ e la ritroviamo all’inizio di questo nuovo capitolo inquieta e timorosa in seguito all’orrore e alla morte vissuti da vicino nel capitolo precedente. L’attesissimo The Hunger Games – La ragazza di fuoco , sequel del primo capitolo della trilogia The Hunger Games tratta dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins, è davvero un film sensazionale. E non solo per gli effetti speciali, le avventure, i giochi da affrontare e i mille pericoli che insidiano il cammino dei protagonisti, ma soprattutto per lo spessore dei personaggi, la loro crescita ed evoluzione.
    Il film orfano di Gary Ross, ha trovato in Francis Lawrence un degno erede, artefice di una regia vertiginosa capace di tenere lo spettatore in perenne suspense e tensione emotiva.
    Kathniss e Peeta, vincitori dell’ultima edizione, si ritrovano ad essere protagonisti del Tour della Vittoria, ovvero il giro dei vari distretti che li obbliga però a cambiare vita e abbandonare familiari ed amici. Lungo la strada Katniss si accorge che la ribellione è latente, ma che Capitol City cerca ancora a tutti i costi di mantenere il controllo, proprio mentre il Presidente Snow sta preparando la 75esima edizione dei Giochi (Edizione dellaMemoria), una gara che potrebbe cambiare per sempre le sorti della nazione di Panem.
    Interpretato magicamente da una Lawrence strepitosa nelle vesti di Kathniss e impreziosito dalla presenza di Philip Seymour Hoffman, new entry nei panni dell’ambiguo Plutarch Heavensbee, Hunger Games – La ragazza di fuoco mantiene il cast precedente da Josh Hutcherson nel ruolo di Peeta a Liam Hemsworth in quello di Gale, da Elizabeth Banks a Stanley Tucci, Woody Harrelson, Donald Sutherland e Lenny Craviz.
    Inevitabile il confronto con ‘1984’ di George Orwell, con la nazione di Panem al centro di una sorta di Grande Fratello, governata dal tiranno Snow che tiene in pugno e controlla una popolazione inerme ridotta alla misera obbedienza. L’unico moto di speranza si chiama Kathniss Everdeen che non sta alle regole di questo ignobile gioco al massacro e impavida dice no al carnefice generando una nuova presa di coscienza nel popolo e latenti fermenti rivoluzionari.
    Finale a sorpresa, che ci proietta dritti verso quello che sarà il terzo e ultimo capitolo della saga.

    Mariangela Di Serio

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    Lunchbox: Amore tra spezie e lettere

    Debutto al lungometraggio per il regista indiano Ritesh Batra: una storia d’amore mai banale che regala magici momenti di evasione dalla grigia realtà quotidiana.

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    Vincitore del Premio del Pubblico al Festival di Cannes e presentato in questi giorni al Torino Film Festival, Lunchbox (in sala dal 28 novembre) segna il debutto alla regia di un lungometraggio dell’ indiano Ritesh Batra. Lontano anni luce dagli schemi della grande Bollywood, la pellicola di Batra ha un’anima tutta sua e, allo stesso tempo, è ben radicata nella realtà che vuole raccontare: quella della grande metropoli indiana, con il suo ritmo frenetico e le tante persone che la popolano.
    Tre sono gli espedienti sui quali ruota il film. Il primo è rappresentato dai mezzi di trasporto: non a caso, infatti, il film si apre con l’inquadratura di una stazione di Mumbai, dove due treni, uno che entra e l’altro che esce, si incrociano tra loro con i loro carichi di pendolari. Su uno di questi treni si svolge la vita di uno dei protagonisti del film, Saajan. Il secondo espediente è quello di una tradizione centenaria di Mumbai: i “dabbawallahs”, lettaralmente “trasportatori di portapranzo”. Dalla fine dell’Ottocento, infatti, a Mumbai ogni giorno centinaia di dabbawallahs consegnano milioni di portapranzo, in modo che impiegati e studenti possano mangiare il cibo preparato senza alcun rischio di contaminazioni, sia igieniche sia di casta. Un sistema che è rimasto immutato nel tempo e che è stato anche oggetto di uno studio a Harvard. Terzo elemento è la comunicazione, ma non quella della messaggistica istantanea o delle e-mail a cui siamo abituati. Bensì quella genuina e romantica della lettera, dello scambio epistolare tra due persone che finiscono per avvicinarsi sempre più.
    Da un errore di consegna di un portapranzo, nasce un legame che tende ad approfondirsi sempre più tra il burbero Saajan, contabile che sta per andare in pensione, interpretato da un volto noto del cinema indiano e non solo, Irrfan Khan (The Millionaire, The Amazing Spider Man), e la casalinga frustrata Ila, la bellissima Nimrat Kaur, stella del teatro indiano. Prigionieri entrambi della loro vita (il primo fa i conti con la morte della moglie e con l’età che avanza, la seconda con il marito che la tradisce), i due iniziano a scriversi, e le loro giornate iniziano ad avere un senso solo nell’attesa dell’arrivo del dabbawallah, che consegna loro la gavetta in cui nascondono le rispettive lettere.
    La magia di Lunchbox sta nel raccontare questa storia senza renderla eccessivamente sdolcinata o banale attraverso un punto di vista molto particolare: quello del portapranzo. Infatti l’andirivieni di questo oggetto, talmente radicato nella quotidianità da passare inosservato, diventa il centro dal quale parte l’evoluzione del rapporto tra i due personaggi e permette alla storia di procedere con un ritmo pacato e gentile, quasi, senza mai, come detto, scadere nello scontato. Alternando poi i punti di vista dei due protagonisti, il regista riesce a rendere ancora meglio la caratteristica propria dello scambio epistolare: l’attesa della risposta.
    Batra realizza una pellicola davvero unica, che riesce ad entrare nel cuore dello spettatore, riscaldandolo proprio come fanno le spezie che Ila usa per preparare i suoi manicaretti. Lunchbox colpisce per la sua semplicità e per la capacità davvero lodevole di parlare a tutti con il cuore, raccontando una storia intensa nella quale perdersi, così da evadere dalla realtà grigia e monotona del quotidiano. Proprio come fanno i due protagonisti.

    Augusto D’Amante

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    Blue Jasmine: La vie en bleu

    Woody Allen dirige la magnifica Cate Blanchett in un ritratto femminile dalle tinte blu. Amaro ma con stile.

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    Blu come il mare profondo. Blu come il cielo sconfinato. Bue come i suoi occhi profondi e sconfinati. Blu come lei, Jasmine French, il gelsomino notturno, che vive bene di notte, perfetta signora dei party e delle feste raffinate. Al buio. Per nascondere ciò che realmente è, per nascondere ciò che realmente lei stessa vede. Blu come la luna della famosa canzone, leit motiv di tutto l’ultimo bellissimo film di Woody Allen, Blue Jasmine (in sala dal 5 dicembre). Maestro dell’io, Maestro del racconto, Maestro del dipinto. Femminile in particolare. La sua nuova e incantevole musa è Cate Blanchett, divina nella sua eleganza, altezzosità e spontanea regalità. Blu come il sangue dei nobili, il sangue che sembra scorrere nelle sue vene. Un personaggio complicato, triste, che di primo acchito il pubblico potrebbe non amare, forse giudicandolo: per la sua ricchezza smisurata, prima; per la difficoltà di vivere senza, dopo. Un personaggio forte in apparenza ma di una debolezza sconcertante in verità. Un filo sottile la separa dalla follia totale, da un gesto inconsulto, dal baratro. La sua vita era perfetta. Ora non lo è più. È una vita difficile, quotidiana, normale. Fatta di persone semplici, come sua sorella Ginger, cassiera di un supermercato, divorziata con due figli, fidanzata con un meccanico rozzo e belloccio.
    Una vita fatta di persone reali, che vivono nella realtà, mentre lei, la Blue Jasmine, vive nella sua parallela convinzione che le cose vadano come lei vuole. Vive nella maniera più facile, girandosi dall’altra parte. Lo faceva prima, quando il marito bello e ricco – un Alec Baldwin in gran forma – la tradiva persino con la personal trainer e truffava chiunque pur di mantenere uno standard di vita a dir poco da celebrità. Lo fa ora quando la sua vita semi-ricostruita torna a incrinarsi. Si gira dall’altra parte. Perché una volta Jasmine conosceva le parole di quella canzone, ma ora le parole sono sottosopra, sono girate dall’altra parte anche loro.
    Allen ritrae il suo alter ego femminile, che parla da sola pur di sfogarsi, che gesticola nervosa, piena di paranoie, insicurezze, in cerca di essere solo protetta e accettata, ma con meno ironia. Quasi nulla per la verità. Amara realtà, evidente fantasia, la stessa che mostra la personalità della protagonista attraverso i suoi ricordi. Perché, come dice la Blanchett: “Le nostre fantasie sono sempre molto più grandi di quello che siamo realmente”. Jasmine French, con la sua superficialità e la sua disattenzione si è resa artefice del suo stesso tragico destino. È stata la rovina di se stessa. Allen ci vuole dire proprio questo, che bene e male sono dietro l’angolo, mai girare la testa.

    Giulia Oppia

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    Come il vento: Una vita senza condizionale

    La vita di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere in Italia, si trasforma in un dramma dallo sfondo sociopolitico cucito addosso alla sua protagonista: Valeria Golino. Nelle sale dal 28 novembre.

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    Non dietro le sbarre ma a fianco. A fianco di chi ci lavora, a fianco di chi spera, ma a fianco anche dei misteri e dei crimini che si nascondono in una cella. In “Come il vento” Valeria Golino ci guida lungo le tappe della vita di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere in Italia, in un viaggio personale e non solo.
    Il regista Marco S. Puccioni – qui alla terza prova – scandisce i diversi momenti della sua storia che si dipana per oltre 15 anni in una girandola di carceri e location quasi sempre riprodotte con piglio da cartolina. Iniziando in media res ai piedi della montagna di Sulmona, portandoci a Pianosa, all’Ucciardone, al carcere di Lodi e così via per un film che inizia come un giallo, prosegue come un film drammatico, avanza incespicando nei territori dell’impegno antimafia e che sul finale si ricorda del giallo e del dramma.
    Tante, troppe cose forse e lo stesso vale per la ricostruzione di una protagonista di sicuro molto sfaccettata. E così nell’impresa di descriverci il dramma di una donna rimasta sola dopo la misteriosa uccisione del compagno, troppi elementi vengono aggiunti in maniera marginale, tanto da sembrar messi lì più per dovere di cronaca che per esigenze narrative. All’impegno politico della protagonista è dedicata solo una scena, così come a una scena è ridotto il tema della violenza nelle carceri. E se l’idea di fondo era quella di creare un mosaico dall’unione di tanti piccoli spezzoni la sensazione è che l’amalgama non sia forte a sufficienza.
    Resta dunque il filo conduttore della solitudine e del dramma che è anche quello su cui sembra puntare la Golino la cui interpretazione, come al solito, finirà per guadagnarsi il plauso dei fan, l’astio dei detrattori e lascerà nel dubbio tutti gli altri ma che le è valsa comunque il premio L.A.R.A. (Libera associazione rappresentanti di artisti) all’ultimo Festival di Roma.

    Marcello Lembo

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    Greta Gerwig, una californiana innamorata a New York

    Greta Gerwig, una delle attrici indie più quotate del momento accompagna al Festival di Torino ‘Frances Ha’ di Noah Baumbach. E’ l’occasione per quattro chiacchiere su cinema, musica e…

    Una lettera d’amore in bianco e nero per New York. Questo e tanto altro e’ ‘Frances Ha’ , diretto da Noah Baumbach e presentato al Festival di Torino nella sezione Festa mobile.
    Ad accompagnarlo Greta Gerwig,una delle attrici indie più quotate del momento, apprezzata anche per la sua capacità di recitare in pellicole maistream e in piccoli film molto i teressante come appunto Frances Ha’. Ecco come la Gerwig ci fa entrare nei segreti di un piccolo film con un grande carattere.

    Innanzitutto partiamo dal mood del film, sarebbe potuto essere una commedia del muto, tanta l’espressivita’ dei caratteri, in più e’ in bianco e nero..
    Beh grazie!! Per riuscire ad ottenere il mood abbiamo pensato subito al bianco e nero, qui di abbiamo fatto molti test con la videocamera; non doveva essere un comune bianco e nero, ma doveva legarsi alla storia, quasi come fosse una lettera d’amore a New York e al cinema.

    Ecco, appunto, i rimandi, gli omaggi, gli scorci di una Grande Mela che ci appare ci supera, familiare, a cosa vi siete ispirati?
    Beh certo le citazioni sono tante, noi amiamo il cinema e N.Y. Con Noah abbiamo parlato anche della Nouvelle Vague, di Truffaut, del suo modo di ritrarre i giovani, ma non
    Volevamo somigliare a qualcosa in particolare e a dire il vero spero che non sia così…

    Corri su e giu’ per New York e sembri naturale, ma come hai fatto?
    Volevamo che le scene fossero il piu’ reali possibile, immerse nel vero caos di New York. Si, ho corso per ore ed ore fino a quando non siamo riusciti a mostrare quello che volevamo’ di New York.

    La tua Frances è più Amelie del terzo millennio oppure un sempreverde Peter Pan?
    Amelie l’ho amata ma non mi sembra c’entri con la mia Frances. Il suo problema è quello di lasciarsi finalmente alle spalle la giovinezza. Ci è così attaccata da rifiutare addirittura ogni relazione sentimentale per non accettare concretamente l’idea. Poi si rende conto di essere come l’ultimo soldato Giapponese alla fine della Guerra e si arrende. Si forse Peter Pan le calza bene…

    La colonna sonora e’ straordinaria, un pezzo di Bowie e uno di Paul Mc Cartney su tutti, come ci avete lavorato?
    Volevamo che fossero un contrappunto ideale della vita di questa ragazza. Come hai detto prima si potrebbe pensare a quei meravigliosi film in bianco e nero dove la musica e l’espressione degli attori condividevano con il pubblico le emozioni.
    Anche allora la colonna sonora era fondamentale, sottolineava il mood del momento, credo che in un paio di occasioni More than love di Bowie fosse perfetta e quindi eccola li’…

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  • San Marino Film Festival, Turturro si racconta ai CineCoktail

    “San Marino mi ricorda una favola di Italo Calvino. Sono davvero felice di averla visitata”. Così parla John Turturro, alla seconda edizione del San Marino Film Festival, durante il quarto dei cinque incontri CineCocktail con la scrittrice e giornalista Claudia Catalli. L’attore americano, che ha appena finito di girare il suo nuovo film da regista, Fading Gigolò, interpretato da Woody Allen, si è raccontato in una lunga chiacchierata rivelando, per la gioia dei numerosi fan de Il Grande Lebowski dei fratelli Coen (dove interpreta il mitico giocatore di bowling in tuta viola) che gli piacerebbe “tornare ad interpretare Jesus Quintana: i due registi lo amano molto ed è nato da un personaggio che avevo interpretato da ragazzino a teatro, nel film il pubblico ha dimostrato di apprezzarlo e non è detto che non ritorni sugli schermi. Il mio rapporto con i Coen è sempre stato fantastico, sono bravissimi a scrivere i film e mi hanno anche prodotto Romance and Cigarettes. Per loro ho pronto un copione di un vecchio film francese da riadattare e vorrei riuscire a girarlo entro ottobre 2014”.

    “Ci siamo passati almeno 15 volte il copione ogni volta aggiungendo e cambiando dialoghi e situazioni. – continua Turturro parlando di Allen, interprete di Fading Gigolò – Woody è una persona molto intelligente e professionale. Nel film il suo personaggio è un duro, usa sempre la parola ‘fatale’ accanto alla parola gigolò. Per ora abbiamo un trailer che non rappresenta tutto il film. Vanessa Paradis addirittura non compare. Mancano molti dettagli, ma il trailer nuovo sarà migliore”. Turturro ha parole anche per James Gandolfini, l’attore protagonista de I Soprano morto il 19 giugno scorso a Roma: “Il pubblico lo amava davvero, era un attore indimenticabile, un caro amico ho lavorato molto con lui, me lo presentò mia cugina Aida, un uomo pazzo ma assolutamente geniale, di cuore, gentile e in gamba e sono ancora triste per la sua scomparsa. Il suo funerale è stato un momento tristissimo per me”.

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    Il terzo tempo: La vita è una mischia

    Un romanzo di formazione a suon di mete, fango e musica indie per l’esordio del 29enne Enrico Maria Artale, nelle sale dal 22 novembre grazie a Filmauro.

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    Il fango, la mischia, la meta e poi l’abbraccio con i compagni e con gli avversari. Gli elementi più classici dell’immaginario retorico del rugby diventano metafora di vita, operetta morale e soprattutto percorso di formazione ne Il Terzo Tempo, film d’esordio di Enrico Maria Artale, romano 29enne, prodotto del Centro Sperimentale di Cinematografia, che mette insieme una troupe di giovanissimi per sfidare al botteghino giganti come Thor e Checco Zalone.
    E giovanissimo è pure il protagonista, Lorenzo Richelmy, che interpreta Samuele, delinquentello in libertà provvisoria alle prese con un assistente sociale in crisi, Stefano Cassetti, che è anche un allenatore di Rugby. E proprio attraverso la palla ovale i due cercheranno la chiave del loro reinserimento nella vita.
    Per evitare le classiche trappole di un film a tema sportivo (dagli eccessi di retorica a quelli di banalità, dalla difficoltà del riprodurre i ritmi e i tempi del gioco, all’errore di renderli eccessivamente artefatti), Artale sceglie di puntare sui personaggi, lasciando spesso che a parlare sia la naturale espressività dei due protagonisti. Senza però tirarsi indietro al momento di scendere in campo, come testimonia una delle sequenze finali che trasforma un’azione di gioco in una coreografia sulle note della settima sinfonia di Beethoven.
    Certo nella sceneggiatura non manca qualche passaggio a vuoto, qualche dialogo un po’ legnoso, ma è nella costruzione dell’immagine che il film sembra avere qualcosa in più. Da un lato il largo uso di camere a mano tradisce quasi un amore per il documentario, dall’altro l’attenzione per l’inquadratura, per la luce e la sapiente gestione dei movimenti di macchina mostra una padronanza del mezzo cinematografico che non si limita alla riproduzione e alla cattura di una realtà preesistente.
    E in tutto questo una menzione d’onore va fatta anche per le musiche dei Ronin, gruppo ravennate che conduce gli spettatori in atmosfere a metà tra folk e indie rock, contribuendo a trasfigurare la campagna romana – il film è girato tra Frascati e Grottaferrata – in una sorta di Midwest metafisico alle porte della grande città.

    Marcello Lembo

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