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    Blue Jasmine: La vie en bleu

    Woody Allen dirige la magnifica Cate Blanchett in un ritratto femminile dalle tinte blu. Amaro ma con stile.

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    Blu come il mare profondo. Blu come il cielo sconfinato. Bue come i suoi occhi profondi e sconfinati. Blu come lei, Jasmine French, il gelsomino notturno, che vive bene di notte, perfetta signora dei party e delle feste raffinate. Al buio. Per nascondere ciò che realmente è, per nascondere ciò che realmente lei stessa vede. Blu come la luna della famosa canzone, leit motiv di tutto l’ultimo bellissimo film di Woody Allen, Blue Jasmine (in sala dal 5 dicembre). Maestro dell’io, Maestro del racconto, Maestro del dipinto. Femminile in particolare. La sua nuova e incantevole musa è Cate Blanchett, divina nella sua eleganza, altezzosità e spontanea regalità. Blu come il sangue dei nobili, il sangue che sembra scorrere nelle sue vene. Un personaggio complicato, triste, che di primo acchito il pubblico potrebbe non amare, forse giudicandolo: per la sua ricchezza smisurata, prima; per la difficoltà di vivere senza, dopo. Un personaggio forte in apparenza ma di una debolezza sconcertante in verità. Un filo sottile la separa dalla follia totale, da un gesto inconsulto, dal baratro. La sua vita era perfetta. Ora non lo è più. È una vita difficile, quotidiana, normale. Fatta di persone semplici, come sua sorella Ginger, cassiera di un supermercato, divorziata con due figli, fidanzata con un meccanico rozzo e belloccio.
    Una vita fatta di persone reali, che vivono nella realtà, mentre lei, la Blue Jasmine, vive nella sua parallela convinzione che le cose vadano come lei vuole. Vive nella maniera più facile, girandosi dall’altra parte. Lo faceva prima, quando il marito bello e ricco – un Alec Baldwin in gran forma – la tradiva persino con la personal trainer e truffava chiunque pur di mantenere uno standard di vita a dir poco da celebrità. Lo fa ora quando la sua vita semi-ricostruita torna a incrinarsi. Si gira dall’altra parte. Perché una volta Jasmine conosceva le parole di quella canzone, ma ora le parole sono sottosopra, sono girate dall’altra parte anche loro.
    Allen ritrae il suo alter ego femminile, che parla da sola pur di sfogarsi, che gesticola nervosa, piena di paranoie, insicurezze, in cerca di essere solo protetta e accettata, ma con meno ironia. Quasi nulla per la verità. Amara realtà, evidente fantasia, la stessa che mostra la personalità della protagonista attraverso i suoi ricordi. Perché, come dice la Blanchett: “Le nostre fantasie sono sempre molto più grandi di quello che siamo realmente”. Jasmine French, con la sua superficialità e la sua disattenzione si è resa artefice del suo stesso tragico destino. È stata la rovina di se stessa. Allen ci vuole dire proprio questo, che bene e male sono dietro l’angolo, mai girare la testa.

    Giulia Oppia

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    Come il vento: Una vita senza condizionale

    La vita di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere in Italia, si trasforma in un dramma dallo sfondo sociopolitico cucito addosso alla sua protagonista: Valeria Golino. Nelle sale dal 28 novembre.

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    Non dietro le sbarre ma a fianco. A fianco di chi ci lavora, a fianco di chi spera, ma a fianco anche dei misteri e dei crimini che si nascondono in una cella. In “Come il vento” Valeria Golino ci guida lungo le tappe della vita di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere in Italia, in un viaggio personale e non solo.
    Il regista Marco S. Puccioni – qui alla terza prova – scandisce i diversi momenti della sua storia che si dipana per oltre 15 anni in una girandola di carceri e location quasi sempre riprodotte con piglio da cartolina. Iniziando in media res ai piedi della montagna di Sulmona, portandoci a Pianosa, all’Ucciardone, al carcere di Lodi e così via per un film che inizia come un giallo, prosegue come un film drammatico, avanza incespicando nei territori dell’impegno antimafia e che sul finale si ricorda del giallo e del dramma.
    Tante, troppe cose forse e lo stesso vale per la ricostruzione di una protagonista di sicuro molto sfaccettata. E così nell’impresa di descriverci il dramma di una donna rimasta sola dopo la misteriosa uccisione del compagno, troppi elementi vengono aggiunti in maniera marginale, tanto da sembrar messi lì più per dovere di cronaca che per esigenze narrative. All’impegno politico della protagonista è dedicata solo una scena, così come a una scena è ridotto il tema della violenza nelle carceri. E se l’idea di fondo era quella di creare un mosaico dall’unione di tanti piccoli spezzoni la sensazione è che l’amalgama non sia forte a sufficienza.
    Resta dunque il filo conduttore della solitudine e del dramma che è anche quello su cui sembra puntare la Golino la cui interpretazione, come al solito, finirà per guadagnarsi il plauso dei fan, l’astio dei detrattori e lascerà nel dubbio tutti gli altri ma che le è valsa comunque il premio L.A.R.A. (Libera associazione rappresentanti di artisti) all’ultimo Festival di Roma.

    Marcello Lembo

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    Greta Gerwig, una californiana innamorata a New York

    Greta Gerwig, una delle attrici indie più quotate del momento accompagna al Festival di Torino ‘Frances Ha’ di Noah Baumbach. E’ l’occasione per quattro chiacchiere su cinema, musica e…

    Una lettera d’amore in bianco e nero per New York. Questo e tanto altro e’ ‘Frances Ha’ , diretto da Noah Baumbach e presentato al Festival di Torino nella sezione Festa mobile.
    Ad accompagnarlo Greta Gerwig,una delle attrici indie più quotate del momento, apprezzata anche per la sua capacità di recitare in pellicole maistream e in piccoli film molto i teressante come appunto Frances Ha’. Ecco come la Gerwig ci fa entrare nei segreti di un piccolo film con un grande carattere.

    Innanzitutto partiamo dal mood del film, sarebbe potuto essere una commedia del muto, tanta l’espressivita’ dei caratteri, in più e’ in bianco e nero..
    Beh grazie!! Per riuscire ad ottenere il mood abbiamo pensato subito al bianco e nero, qui di abbiamo fatto molti test con la videocamera; non doveva essere un comune bianco e nero, ma doveva legarsi alla storia, quasi come fosse una lettera d’amore a New York e al cinema.

    Ecco, appunto, i rimandi, gli omaggi, gli scorci di una Grande Mela che ci appare ci supera, familiare, a cosa vi siete ispirati?
    Beh certo le citazioni sono tante, noi amiamo il cinema e N.Y. Con Noah abbiamo parlato anche della Nouvelle Vague, di Truffaut, del suo modo di ritrarre i giovani, ma non
    Volevamo somigliare a qualcosa in particolare e a dire il vero spero che non sia così…

    Corri su e giu’ per New York e sembri naturale, ma come hai fatto?
    Volevamo che le scene fossero il piu’ reali possibile, immerse nel vero caos di New York. Si, ho corso per ore ed ore fino a quando non siamo riusciti a mostrare quello che volevamo’ di New York.

    La tua Frances è più Amelie del terzo millennio oppure un sempreverde Peter Pan?
    Amelie l’ho amata ma non mi sembra c’entri con la mia Frances. Il suo problema è quello di lasciarsi finalmente alle spalle la giovinezza. Ci è così attaccata da rifiutare addirittura ogni relazione sentimentale per non accettare concretamente l’idea. Poi si rende conto di essere come l’ultimo soldato Giapponese alla fine della Guerra e si arrende. Si forse Peter Pan le calza bene…

    La colonna sonora e’ straordinaria, un pezzo di Bowie e uno di Paul Mc Cartney su tutti, come ci avete lavorato?
    Volevamo che fossero un contrappunto ideale della vita di questa ragazza. Come hai detto prima si potrebbe pensare a quei meravigliosi film in bianco e nero dove la musica e l’espressione degli attori condividevano con il pubblico le emozioni.
    Anche allora la colonna sonora era fondamentale, sottolineava il mood del momento, credo che in un paio di occasioni More than love di Bowie fosse perfetta e quindi eccola li’…

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  • San Marino Film Festival, Turturro si racconta ai CineCoktail

    “San Marino mi ricorda una favola di Italo Calvino. Sono davvero felice di averla visitata”. Così parla John Turturro, alla seconda edizione del San Marino Film Festival, durante il quarto dei cinque incontri CineCocktail con la scrittrice e giornalista Claudia Catalli. L’attore americano, che ha appena finito di girare il suo nuovo film da regista, Fading Gigolò, interpretato da Woody Allen, si è raccontato in una lunga chiacchierata rivelando, per la gioia dei numerosi fan de Il Grande Lebowski dei fratelli Coen (dove interpreta il mitico giocatore di bowling in tuta viola) che gli piacerebbe “tornare ad interpretare Jesus Quintana: i due registi lo amano molto ed è nato da un personaggio che avevo interpretato da ragazzino a teatro, nel film il pubblico ha dimostrato di apprezzarlo e non è detto che non ritorni sugli schermi. Il mio rapporto con i Coen è sempre stato fantastico, sono bravissimi a scrivere i film e mi hanno anche prodotto Romance and Cigarettes. Per loro ho pronto un copione di un vecchio film francese da riadattare e vorrei riuscire a girarlo entro ottobre 2014”.

    “Ci siamo passati almeno 15 volte il copione ogni volta aggiungendo e cambiando dialoghi e situazioni. – continua Turturro parlando di Allen, interprete di Fading Gigolò – Woody è una persona molto intelligente e professionale. Nel film il suo personaggio è un duro, usa sempre la parola ‘fatale’ accanto alla parola gigolò. Per ora abbiamo un trailer che non rappresenta tutto il film. Vanessa Paradis addirittura non compare. Mancano molti dettagli, ma il trailer nuovo sarà migliore”. Turturro ha parole anche per James Gandolfini, l’attore protagonista de I Soprano morto il 19 giugno scorso a Roma: “Il pubblico lo amava davvero, era un attore indimenticabile, un caro amico ho lavorato molto con lui, me lo presentò mia cugina Aida, un uomo pazzo ma assolutamente geniale, di cuore, gentile e in gamba e sono ancora triste per la sua scomparsa. Il suo funerale è stato un momento tristissimo per me”.

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    Il terzo tempo: La vita è una mischia

    Un romanzo di formazione a suon di mete, fango e musica indie per l’esordio del 29enne Enrico Maria Artale, nelle sale dal 22 novembre grazie a Filmauro.

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    Il fango, la mischia, la meta e poi l’abbraccio con i compagni e con gli avversari. Gli elementi più classici dell’immaginario retorico del rugby diventano metafora di vita, operetta morale e soprattutto percorso di formazione ne Il Terzo Tempo, film d’esordio di Enrico Maria Artale, romano 29enne, prodotto del Centro Sperimentale di Cinematografia, che mette insieme una troupe di giovanissimi per sfidare al botteghino giganti come Thor e Checco Zalone.
    E giovanissimo è pure il protagonista, Lorenzo Richelmy, che interpreta Samuele, delinquentello in libertà provvisoria alle prese con un assistente sociale in crisi, Stefano Cassetti, che è anche un allenatore di Rugby. E proprio attraverso la palla ovale i due cercheranno la chiave del loro reinserimento nella vita.
    Per evitare le classiche trappole di un film a tema sportivo (dagli eccessi di retorica a quelli di banalità, dalla difficoltà del riprodurre i ritmi e i tempi del gioco, all’errore di renderli eccessivamente artefatti), Artale sceglie di puntare sui personaggi, lasciando spesso che a parlare sia la naturale espressività dei due protagonisti. Senza però tirarsi indietro al momento di scendere in campo, come testimonia una delle sequenze finali che trasforma un’azione di gioco in una coreografia sulle note della settima sinfonia di Beethoven.
    Certo nella sceneggiatura non manca qualche passaggio a vuoto, qualche dialogo un po’ legnoso, ma è nella costruzione dell’immagine che il film sembra avere qualcosa in più. Da un lato il largo uso di camere a mano tradisce quasi un amore per il documentario, dall’altro l’attenzione per l’inquadratura, per la luce e la sapiente gestione dei movimenti di macchina mostra una padronanza del mezzo cinematografico che non si limita alla riproduzione e alla cattura di una realtà preesistente.
    E in tutto questo una menzione d’onore va fatta anche per le musiche dei Ronin, gruppo ravennate che conduce gli spettatori in atmosfere a metà tra folk e indie rock, contribuendo a trasfigurare la campagna romana – il film è girato tra Frascati e Grottaferrata – in una sorta di Midwest metafisico alle porte della grande città.

    Marcello Lembo

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  • Fabrique du Cinéma: Product Placement al cinema e sul web

    Brand, produzione cinematografica e strategie vincenti nella distribuzione sul web: se ne è discusso durante la speciale tavola rotonda sul Product Placement promossa dalla rivista ‘Fabrique du Cinéma’, il 15 novembre scorso nello spazio Factory – La Pelanda al Macro di Testaccio.
    Diversi gli interventi che hanno animato il dibattito, moderato da Ilaria Ravarino, direttrice responsabile della rivista, e Alessandro de Simone (ideatore e editore di ‘The Cinema Show’), i brand e la produzione cinematografica e le strategie vincenti nella distribuzione sul web.
    Valentina Pitardi, ricercatrice SDA Bocconi School of Management, ha aperto il workshop analizzando alcuni casi famosi di connubio vincente fra marchi e film targati USA (come il caso di Lancia con Angeli e demoni di Ron Howard e Onitsuka Tiger con Kill Bill). “Il cinema italiano – spiega Pitardi – sconta ancora il fatto di essere visto per lo più come un opera d’arte, e di qui la difficoltà a sposare logiche più commerciali: la sfida è dunque quella di creare una sinergia fra autori del film e brand per inserire il marchio in un contesto narrativo, di modo che lo spettatore non percepisca l’operazione come una grossolana pubblicità occulta”. A questo proposito la regista Elisa Fuksas (Nina) ha raccontato la sua esperienza con il brand di abbigliamento Malloni, per il quale ha girato alcuni video che definire spot sarebbe riduttivo: piuttosto minifilm di tre minuti, in cui il marchio è inserito in un contesto assolutamente cinematografico e artistico. Protagoniste e interpreti degli abiti tre attrici emergenti come Francesca Inaudi, Lucia Mascino e Francesca Cuttica.
    Ampio spazio nella discussione è stato riservato al tema del Product Placement nelle web series, un prodotto che sta diventando sempre più un trampolino di lancio per il cinema giovane. In questo senso particolarmente significativa la testimonianza di Giuseppe Toia, regista di Lib, nella sua partnership con Poste Italiane. E anche Geekerz, originale web series horror voluta da Multiplayer, è un esperimento da studiare: Luca Persichetti, marketing Multiplayer, e Michele Malgarini Bertini, autore della serie per Tangram, hanno messo in luce come la serie ha effettivamente permesso al marchio di raggiungere un vasto pubblico di giovani.
    Nel corso della serata è stato poi presentato il quarto numero di ‘Fabrique du Cinéma’, free press dedicata al giovane cinema italiano, che compie un anno. Molti i nomi importanti dello spettacolo che da tempo sostengono «Fabrique», come Mario Martone, Filippo Timi, Gianni Amelio, Michele Riondino, Gianluca Tavarelli, Francesco Rosi, Claudio Santamaria, Francesca Inaudi, Roan Johnson, Andrea Bosca, Marco Cocci, e molti altri. Nel quarto numero tanti articoli sulle giovani promesse del cinema, i dossier sui nuovi attori di domani e sulle nuove forme di distribuzione e un’intervista esclusiva al maestro Francesco Rosi.

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    Le streghe son tornate: La paura è donna

    Un geniale Alex De La Iglesia  porta sul grande schermo una pseudo battaglia dei sessi a colpi di sabba  e folcloristiche rapine.

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    Difficile criptare il messaggio che Alex De La Iglesia manda ai vari spettatori con Le streghe son tornate. Non c’è nulla di scontato o tanto meno di riconoscibile, ma solamente una sorta di “esorcizzazione”  della figura femminile nel rapporto di coppia. De La Iglesia mostra la donna contemporanea nel migliore dei modi, con tutte quelle prese di coscienza semi-arriviste e quegli atteggiamenti derivanti da un cinismo prodotto da una società apparentemente arida e priva di alcun tipo di valore. La donna si snatura, abbandonando il suo celebre fascino a un vero e proprio atteggiamento “maschilista”.
    Quello che però traspare nel lavoro del regista spagnolo, è la voglia di ironizzare in maniera agrodolce non solo sula figura della donna ma anche su quella dell’uomo, visto come essere intellettualmente impotente, succube di fronte alla maestosa personalità di “Lei”, perennemente lamentoso nonché vittima di se stesso. Un vero e proprio ribaltamento del rapporto di coppia, raccontando in maniera decisamente grottesca come le tanto strampalate pseudo-battaglie dei sessi rendano abbiano annichilito entrambi. Femminismo e maschilismo sfruttati e messi alla berlina, l’universo femminile visto come una “congrega di streghe pettegole” opposto a quello maschile visto come un “clan di disadattati senza coraggio”. Un lavoro quasi autobiografico – come ha spiegato De La Iglesia durante il breve incontro che ha anticipato il film – che mostra la profonda ossessione presente nei rapporti di coppia ai giorni d’oggi, compreso il proprio con la sua oramai “musa” Carolina Bang.
    Per rivitalizzare quel settore di cinema di genere ultimamente vittima di lavori dozzinali serviva proprio un De La Iglesia “psicoterapeuta”, consigliere per “Lui” e per “Lei”. Il suo modo di concepire il cinema risulta quotidiano e avanzato allo stesso tempo. Le streghe son tornate non è solo un film educativo, è anche un  vero e proprio slogan: “Fate l’amore non fate la guerra”, lanciato verso lo spettatore “unisex”. Dio benedica l’apostolo Alex De La Iglesia.

    Alessio Giuffrida

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    Enzo Avitabile e la sua musica universale

    Non poteva non avvenire l’incontro, per nulla casuale tra le sonorità ‘world’ di Enzo Avitabile e la passione musicale di Jonathan Demme. Il musicista partenopeo ce lo ha raccontato senza rete, a modo suo, al Lido di Venezia dove il film che lo vede protagonista , Enzo Avitabile Music Life (in sala il 18 e 19 novembre) fu presentato un anno fa in apertura della kermesse.

    Enzo cosa hai pensato quando ti hanno detto che un regista premio Oscar voleva realizzare un documentario su di te?
    Sono stato immediatamente molto felice, lusingato, poi ho avuto delle conferme. Che esistono i sogni, le probabilità. Che come si dice a Napoli: “Si sa come si nasce ma non si sa come si muore…”. Ovvero che le cose nella vita accadono senza che spesso noi possiamo interferire. Sono stato molto felice di aver portato alla luce cose del mio ‘pensiero musica’, della mia ‘vita musica’, cose del mio privato che difficilmente sarebbero emerse. Ci sono cose a cui tengo molto, lavori sulla musica sinfonica, sull’operistica, un lavoro che definirei maniacale sulle scale, tutti i tipi di scale rare del mondo, riportate nel sistema temperato. In generale e’ il mio discorso musicale che parla di una quantità enorme di sonorità ed un ‘unica razza, l’uomo.

    Come ha scoperto Jonathan Demme?
    Sono da sempre un suo fan. Scoprire che lui lo era a sua volta di me mi ha riempito di orgoglio.  Sapete tutti com’è andata, la musica alla radio, lo scarabocchio di un nome su un foglio, poi al Napoli cinema fest l’incontro. Si tratta di un lavoro particolare, non direi che è ‘solo’ un documentario e nemmeno che si tratta ‘solo’ di un film. La cosa bella è che ci ho lavorato e nemmeno io ci ho capito niente…

    Come ti consideri a questo punto del tuo percorso musicale e di uomo?
    Dopo essere stato il primo bianco povero – anche se la parola non mi piace tanto – a suonare con James Brown, ho capito che dovevo ritornare a casa e ricominciare il percorso che avrebbe dovuto portare in giro per il mondo il mio messaggio musicale.
    Ho fatto mia la lezione del passato ma questa è sempre contaminata con il nuovo, ad esempio un pezzo come ‘Tambur annire’ che nasce da ‘Exeredati mundi’, è una forma sinfonica, potrebbe essere un rap, ma non lo è; potrebbe essere un melologo, ecco è tutto questo eppure non lo è… Mi piace sperimentare.

    La scelta del brano che chiude i ‘dialoghi’ musicali tra musicisti di tutto il mondo non può essere casuale…
    ‘Mano e mano’, che come dici giustamente chiude quell’ enorme jam session che dura un film o una vita, è un brano che parla di amicizia, amore universale, pace, grande celebrazione della razza universale, senza nessuno stereotipo.
    “Mano nella mano in questo freddo che fa, il vento che viene, il vento che va. Mano nella mano sotto un cielo zulù, il vento per sempre, il vento mai più…”
    Dove il vento è quello della guerra, della sciagura, della malattia, e il mio è un canto di augurio per tutti gli uomini della terra, senza razza e senza colore.

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    Enzo Avitabile Music life: Jonathan Demme racconta Enzo Avitabile

    Messe via le vesti del regista Premio Oscar, Demme racconta quello che e’ stato il suo colpo di fulmine per il sound mediterraneo ma globale di Avitabile.

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    Si narra che una notte Jonathan Demme, durante un viaggio in macchina incontro’ la musica di Enzo Avitabile. Per una volta la vulgata ha un riscontro immediato quando il regista premio Oscar, da Venezia conferma l’aneddoto ed il vero e proprio colpo di fulmine per quella che chiama la ‘vita musica’ del musicista partenopeo.
    L’amore di Demme per le sette note non e’ una novità, visti e considerati videoclip ed omaggi a gente del calibro di Springsteen, Neil Young, New Order e Talking Heads. Questa volta con Enzo Avitabile Music Life (in sala il 18 e 19 novembre) in primo piano c’e’ l’uomo, il suo pensiero che si fa musica, la sua vita quotidiana che non smette mai di essere arte, passione, curiosità, amore universale. C’è tanto Avitabile e poco Demme in questo film che fuori concorso ha inaugurato la Mostra del Cinema di Venezia. E’ tuttavia una scelta del regista, e non una colpa, quella di restare nell’ombra, non interrompere il fluire di eventi quotidiani e momenti di creatività fissati sulla pellicola insieme a vizi, virtù, debolezze e slanci di un uomo che e’ anche un grande musicista.
    Al rammarico per una ‘riabilitazione tardiva’ dell’artista nostrano segue immediato il piacere di quella che per molti fan di Demme sarà una preziosa scoperta, una intima condivisione di un messaggio musicale universale, che solo per caso parte da Napoli per spandere le sue spore in animi sensibili sparsi qua e la’ sul nostro Pianeta.

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    Alice nella Città: i vincitori

    Nell’ultima giornata del Festival Internazionale del Film di Roma tocca alla sezione autonoma di Alice nella Città, ormai giunta alla decima edizione, aprire il tam tam delle premiazioni.
    A trionfare come Miglior film è “The Disciple” di Ulrika Bengts, già scelto per rappresentare agli Oscar la Finlandia. “Per la sensibilità con la quale la regista ha affrontato le complesse dinamiche familiari e l’introspezione dei personaggi. Il film è capace di raccontare un ristretto lembo di terra, con pochi personaggi, una storia emozionante che non incontra barriere temporali. – recitano le motivazioni della giuria – Interessante il capovolgimento dell’immagine del faro che, da baluardo di luce e salvezza per i viaggiatori, si trasforma in un luogo soffocante da cui fuggire. Straordinarie infine le interpretazioni dei personaggi tra cui spicca per intensità la figura del padre”.

    Ed è ancora la Finlandia a meritarsi la Menzione speciale della Giuria per “Heart of a Lion” di Dome Karukoski, “per la semplicità puntuale ed incisiva nel descrivere un tema importante e pericolosamente attuale, quello del neonazismo. Per la capacità del cast e la sceneggiatura efficace in grado di riportare senza filtri e con tagliente comicità una realtà crudele quanto folle”.
    Anche questa decima edizione di Alice nella Città si chiude con un ottimo bilancio e le cifre parlano chiaro: 23.000 presenze tra pubblico e accreditati, circa 19.000 per le proiezioni dei film (Concorso, Fuori Concorso ed Eventi speciali) e 4.000 registrate per tutte le attività aperte al pubblico a ingresso gratuito. Numerosissime anche le scuole coinvolte: 78 classi di elementari, 61 di scuole medie e 259 classi di scuole superiori.

    Più di 80 gli ospiti italiani ed internazionali che hanno animato Casa Alice dall’8 novembre ad oggi. Incontri con registi e attori accolti nella Libreria del Cinema di Giuseppe Piccioni, lezioni di cinema in 4 step rivolte a giovani tra i 15 e i 22 anni, proiezioni serali all’aperto per omaggiare i 90 anni dell’Istituto Luce Cinecittà, gli ospiti della striscia quotidiana curata dal “critico” irriverente Johnny Palomba con il coinvolgimento dei ragazzi della Scuola di Cinema Rossellini, l’appuntamento con il CineCocktail e l’evento Film4Meeting – Show your talent, l’incontro con Rocco Papaleo organizzato dalla Basilicata Film Commission, la presentazione dei 6 canali web specializzzati di Raicinemachannel.it, e molte altre occasioni per brindare ad alcune opere che sono state presentate in questi giorni, come le feste per i film “Tir”, “Take Five” e “Marina”.
    Tutti avvenimenti che hanno contribuito a trasformare Casa Alice in un’officina creativa. L’appuntamento con Alice nella Città, ormai diventata una garanzia di qualità nell’ambito della kermesse capitolina, ritorna il prossimo anno.

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