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    Premio Roma Videoclip XI: Il cinema incontra la musica

    Il Nuovo Cinema Aquila diventa “tempio” dell’universo videoclip, ospitando lo scorso 2 dicembre l’undicesima edizione della kermesse più importante su territorio nazionale ideata da Francesca Piggianelli. L’obbiettivo principale che Roma VideoClip da sempre si è prefissato è quello di far conoscere un mondo nuovo,  presentando ‘brevi visioni artistiche’ che omaggiano al meglio il mondo cinematografico, traendo ispirazione dalle colonne sonore più celebri del momento  e dal mondo della musica tout court, facendo in modo di farli coesistere in un legame prettamente artistico. L’originalità dell’iniziativa è quella di suddividere il festival in due parti : una dedicata a quel circuito indipendente dei videoclip da sempre affamato e colmo di tanta ‘spregiudicatezza artistica’ (che ha attirato maggiormente l’attenzione di chi scrive visti i rimandi con un certo cinema ‘maleducato’), l’altra parte invece destinata a un vero e proprio “red carpet” dei videoclip più indicativi diretti da personalità dello spettacolo capitolino e non solo.
    Ecco tutti i videoclip presentati – soggetti tra l’altro a votazione da parte del pubblico spettatore :

     

    La donna dei miei guai di La band del brasiliano regia di John Snellinberg
    Il clone di Clone
    regia di Dario Cioni
    Un buon politico
    di Emanuele Caputo Curandero, con Remo Remotti
    Il ponte dei sospiri
    di Misero spettacolo regia di Paolo Mancini
    Harem
    di Paolo Zanardi regia di Paolo Zanardi
    La natura del sole
    di Prus regia di Domiziano Cristopharo
    Baba o’riley
    di Spectre regia di Marcello Fraioli
    Just you and I
    di Macelleria mobile di mezzanotte regia di Paola Favari
    This is not a brothel
    regia di Antonio Zannone,  con Roberta Gemma
    Shakespeare jazz’n’blues
    di Metateatro regia di Francesco A. Ranno
    Hourglass di Ghost-the music of fear
    regia di Francesco Sofia
    Lost in a moment
    di Black deep white regia di Gianluca Renzi
    Cuore armato
    di Fabrizio Celea regia di Peppe Toia
    Era il re
     di The bone machine regia di Federico Zanotti
    La vita è una passarella
    di Gino Aprile e Vittoria Rocco regia di Gaetano De Chiara
    Disco Dance
    di Controverso regia di Andrea Zuliani
    D.A.R.K.N.E.S.S.
    di Rancore & Dj Mike regia di Davide Pellegrino
    MA RADIO
    di Osvaldo Supino regia di Marco Gradara
    3.13 pm Mean to me
    di Soul Revolution regia di Claudio Sisto
    Leaving me alone
    di Mirko Oliva regia di Marco Gallo
    Sex in the city
    di Mirko Oliva regia di Emmanuel Palliotta

    OMAGGIO a Bugo

    Mi rompo i coglioni di Bugo regia di Andrea Caccia
    Trailer “Ora Respiro” documentario su Bugo regia di Andrea Caccia

    Spiccano nel panorama indipendente Just You And I di Macelelria Mobile di Mezzanotte – un immaginario lynchano in un contesto chiaro-scuro che rievoca quell’universo quasi metafisico visto in Begotten di  E. Elias Merhige –   e La donna dei miei guai de La band del brasiliano –  un pulp rusticano sulla figura autorevole della donna, che riecheggia il fresco stile cinematografico di Alex De La Iglesia (non a caso diretto dal Collettivo John Snellinberg che ci ha regalato quel compendio di rievocazioni dell’immaginario 70s italico che porta il nome de La banda del brasiliano).
    Molto vicini al cinema di genere sono risultati poi anche il fumetto punkabilly Era il re di The Bone Machine This is not a brothel della band omonima, che non a caso è risultato tra i cinque ‘indie’ più votati dal pubblico grazie anche a una sfavillante Roberta Gemma in versione mistress pronta a tutto (l’immaginario sembra richiamare le notevoli performance ‘carnali’ dell’attrice in House of Flesh Mannequins e Bloody Sin di Domiziano Cristopharo, prolifico regista ‘fuori genere’ non a caso molto vicino al Nuovo Cinema Aquila, che ha presentato nella sezione indie il pittorico La natura del sole di Prus). A riconferma  che i videoclip realizzati anche con poco vedono a volte la partecipazione di presenze inattese del mondo del cinema più ‘ufficiale’, l’apparizione davvero azzeccata nel lavoro che ha vinto il Premio del Pubblico (Harem di Paolo Zanardi, che rifà il verso agli ‘spot’ notturni della telefonia a luci rosse) dell’ex-divo hard Francesco Malcom, da tempo ormai idolo del nostro cinema horror no-budget. Vero idolo della scena romana più autarchica è poi il geniale attore che da anni frequenta on stage i rock-club più off della capitale con le sue sbalorditive composizioni poetiche, accompagnate dai musicisti più disparati (persino punk e techno): parliamo naturalmente dell’89enne Remo Remotti che compare sia nel videoclip di Zanardi che nel satirico Un buon politico di Emiliano Curandero Caputo. Interessante poi notare come anche una cover – in questo caso la Baba o’Riley degli Who riproposta nella versione elettronico-psichedelica di Spectre, qui anche regista – può fungere da corposa fonte d’ispirazione per un lavoro lodevole dal punto di vista immaginifico, dove immagini apparentemente ‘rubate’ dai quartieri dell’EUR riescono a tratti a fondersi in una suggestione pop (il videoclip ha vinto, non a caso, lo speciale ‘Premio Cover’).
    Il pubblico ha poi corposamente votato due band emergenti con 3.13 MEAN TO ME dei Soul Revolution e DISCO DANCE di Controverso, mentre il dilagantissimo fenomeno dell’hip-hop nostrano con D.A.R.K.N.E.S.S. di Rancore e dj Mike si è accaparrato il Premio Organizzazione Roma Videoclip, guadagnandosi quindi un’esibizione on stage Domenica 8 Dicembre sul palco del Circolo degli Artisti nell’ambito della premiazione ufficiale.

    I videoclip presentati nel concorso “ IL CINEMA INCONTRA LA MUSICA”  sono stati :

    SOTTO CASA di Max Gazzé regia di Lorenzo Vignolo con la partecipazione di Samuele Gazzè
    L’ESSENZIALE
    di Marco Mengoni, regia di Giuseppe La Spada
    A BOCCA CHIUSA
    di Daniele Silvestri, regia di Valerio Mastandrea, con la partecipazione di Renato Vicini
    PRECIPITAZIONE
    WE WILL SAVE THE SHOW di Violante Placido, regia di Massimiliano D’Epiro
    LELLA
    di Orchestraccia regia di Marco Bonini, con Vanessa Incontrada, Sabrina Impacciatore, Ambra Angiolini, Donatella Finocchiaro ed Elda Alvigini
    SONG FOR THE OLD MAN
    degli Spiritual Front regia di Carlo Roberti, con la partecipazione di Gianni Garko
    QUEEN OF THE DANCE FLOOR
    di Nayked, Alexandra Damiani, Axer, regia di Carlo Roberti con la partecipazione di Ornella Muti.
    SABAT MATER
    di Franco Simone, Michele Cortese e Gianluca Paganelli, regia di Federico Mudoni
    AMORE CHE VIENI AMORE CHE VAI
    di Antonio Diodato, regia di Gianni Costantino, con la supervisione di Daniele Luchetti, tratto dal film Anni Felici di Daniele Luchetti
    LA VITA POSSIBILE
    di Francesco Renga, regia di Alessandro Gassman, tratto dal film “Razza Bastarda” di Alessandro Gassman
    FARE A MENO DI TE
    di LA Elle regia di Edoardo Leo tratto dal film “Buongiorno papà” di Edoardo Leo
    DOVE CADONO I FULMINI
    di Erica Mou regia di Rocco Papaleo tratto dal film Una piccola impresa meridionale regia di Rocco Papaleo
    ANIMA DI VENTO
    di Nathalie regia di Andrea Falbo ed Andrea Gianfelice
    RAZIONALITA’
    dei Velvet regia di Saku per Premio Gemellaggio Pivi

    ANTEPRIMA:
    PIANO PIANO ON THE ROAD regia di Marco Carlucci con Alessandra Celletti

    PER LA COLONNA SONORA:
    FLOWERS BOSSOM di Thony regia di Filippo Grespam tratto dal film Tutti i santi giorni di Paolo Virzì

    DAVIDE CAVUTI E MARCO BISCARINI dal film Itaker – Vietato agli italiani di Tony Trupia

    PER IL SOCIALE:

    IL SILENZIO di Niccolò Fabi e Mokadelic tratto dal film Pulce non c’è di Giuseppe Bonito
    TI SORRIDERÒ
    e DENTRO OGNI BRIVIDO di Marco Carta tratti dal cortometraggio Insieme di Anna Maria Liguori.

    Difficile stabilire quale sia stato il miglior videoclip a livello artistico, seppur non siano mancati i lavori inattesi in quanto a creatività e trovate registiche. E’ giusto però sottolineare – disamina prettamente soggettiva –  l’originalità creativa pervenuta in Razionalità,  presentando un contesto surreale e catastrofistico intinto di un malessere quasi grigio antracite, centrando notevolmente il connubio fra cinema e musica. Altro videoclip che massimizza questo legame è il western Song for the old man dei cupi Spiritual Front, incentrando il tutto sulla figura quasi onnisciente di Gianni Garko, mostrando in pochi minuti la capacità poliedrica dell’attore nelle diverse sfumature della sua interpretazione.
    Impossibile poi non segnalare il matrixiano Queen of the dance floor di Nayked, Alexandra Damiani, Axer, anch’esso diretto dal gettonatissimo Carlo Roberti – non a caso autore anche di “Song for the Old Man” – e che vede la suggestiva partecipazione di Ornella Muti (non a caso la ‘danzereccia’ Nayked non è altro che Naike Rivelli, figlia della ben nota diva italiana).

    Alessio Giuffrida

     

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    Soap Opera: sul set con Genovesi

    Arriverà in sala il prossimo autunno la nuova commedia brillante di Alessandro Genovesi (La peggior settimana della mia vita, Il peggior Natale della mia vita ). Un cast ricco composto da Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Chiara Francini, Elisa Sednaoui, Cristiana Capotondi, Ricky Memphis, Caterina Guzzanti e Ale e Franz. Prodotto da Colorado e Medusa il film è ancora in fase di riprese negli Studi di Cinecittà. Soap Opera è una piccola favola che racconta intrecci amorosi, incontri ed equivoci degli stravaganti abitanti di una palazzina a poche ore dal Capodanno. Ecco cosa hanno raccontato il regista e gli attori durante le riprese sul set.

    Come mai la scelta di girarlo a Cinecittà?
    Alessandro Genovesi: Volevo ambientarlo in un mondo quasi inventato, come succede nelle Soap Opera  che si vedono in tv. Cinecittà si prestava perfettamente a questa cosa. All’interno del Teatro 8 abbiamo ricostruito i 4 appartamenti che vanno a formare questa palazzina, ricostruita nella ‘Broadway’, dove è stato girato Gangs of New York. Ringrazio la Colarado Film e Medusa e moltissimo gli attori! E’ un film lievemente retrò, dove non c’è nulla di vero, una vera magia.

    Fabio puoi Parlaci del tuo personaggio Francesco?
    Fabio De Luigi: Mi sembrava un progetto e un personaggio interessante. Giocare con il finto che può diventare più vero del vero. Dal titolo si  riprende il fatto che possono succedere mille cose, siamo in un non luogo, non si capisce dove siamo, passano macchine d’epoca. A me piace rischiare, quando posso mi misuro in cose coraggiose. Con Alessandro ormai ci troviamo, e spero che ci siano risultati visto che stiamo alle sesta settimana di lavorazione e sta andando bene!

    Elisa, la tua esperienza com’è andata?
    Elisa Sednaoui: Un progetto speciale,  è un film che vuole toccare il grande pubblico, ma è stato fatto un grande lavoro di scrittura, sceneggiatura, fotografia, scenografia. E’ come essere in un parco giochi per adulti. Oggi è il mio ultimo giorno sul set e sono molto emozionata.

    Elisa Solofrano

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    Dietro i candelabri: Parabola di un amore

    Nelle sale dal 5 dicembre la storia d’amore tra Liberace, pianista swing e personaggio tv, e il suo chaffeur in un film diretto da Steven Soderbergh interpretato da Michael Douglas e Matt Damon.

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    Dietro i candelabri si nasconde il volto di una star, un volto che si trasfigura in maschera. Il volto e la maschera sono quelle di Liberace, pianista swing, attore, personaggio tv e icona pop americana qui al centro dell’ultima fatica di Steven Soderbergh, Dietro i candelabri appunto.

    E questo biopic del musicista di origine italo-polacca arriva a quasi dieci anni dal suo concepimento dopo una storia travagliata e non poche porte sbattute in faccia, tanto che Soderbergh è riuscito a realizzarlo solo grazie all’ambizione e allo spirito imprenditoriale dei dirigenti della Hbo, canale via cavo americano che ha messo sul piatto circa 23 milioni di dollari per una delle produzioni più sontuose che un film tv possa vantare. Sì, perché “Behind the Candelabra” nasce come prodotto televisivo nonostante nei titoli di coda figuri un ensemble di grandi nomi, da Soderbergh allo sceneggiatore Richard LaGravenese, da Michael Douglas a Matt Damon, da Dan Aykroyd fino a un quasi irriconoscibile Rob Lowe. E forti di queste circostanze non è un caso che per la distribuzione all’estero si sia scelto di puntare sulle sale cinematografiche.

    Premesso questo “Dietro i candelabri” trae spunto dalla biografia di Scott Thorson (interpretato da Damon), chaffeur e amante di Liberace e racconta la parabola del loro amore a partire dal 1977, data del primo incontro, fino al 1986, anno della morte del musicista stroncato dall’Aids. Come ogni film biografico il racconto procede a spezzoni ed episodi, ognuno dei quali contribuisce alla costruzione narrativa di un protagonista molto sfaccettato. Edonista e sfarzoso, oggi sarebbe subito individuato come un’icona gay eppure Liberace nascose fino all’ultimo il suo orientamento sessuale raccontando i suoi amori per le donne in varie interviste e facendo causa a chiunque osasse insinuare una sua omosessualità. L’interpretazione di Douglas, che ruba la scena a un convincente Damon, all’inizio sembra quasi rifugiarsi nel macchiettismo ma, assecondando la sceneggiatura, riesce a poco a poco a trasmettere l’inquietudine e la solitudine di una star nascosta sotto una maschera disegnata da parrucchini e bisturi.
    Ecco allora che il ritratto si amplia raccontando l’ossessione di Liberace per il cattolicesimo, per l’idea di famiglia e il rapporto a tratti tenero, a tratti malato, con Thorson fino a mostrarci una simbolica assunzione in cielo.
    La regia, dal canto suo, non si fa irretire dal piccolo schermo e non cade nel tranello della sufficienza. Punta tutto sugli attori, sulle scenografie, sulle luci soffuse, sulla costruzione dell’immagine (dalla coreografia degli spettacoli fino alla sequenza di pianoforti in miniatura dei titoli di coda). E ovviamente sulle musiche. Una nota di merito – purtroppo post mortem – va infatti al compositore Marvin Hamlisch che ha adattato per il film le musiche dello stesso Liberace.

    Marcello Lembo

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    What is Left?: Che cos’è la sinistra? E cosa ne è rimasto?

    Il film di Gustav Hofer e Luca Ragazzi alla vigilia delle nuove primarie del PD.

     

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    Gustav e Luca, italiani, da sempre elettori di sinistra, avevano pensato che il 2013 sarebbe stato l’anno della svolta. Ma la rimonta inaspettata di Berlusconi e l’entrata in scena di Beppe Grillo hanno cambiato le carte in tavola. A partire dalle primarie PD del 2012, una serie di incontri, manifestazioni e situazioni paradossali li aiutano a districarsi nei meandri di un’identità, quella della sinistra, che negli anni sembra essersi smarrita.
    What is Left? è il terzo capitolo di una trilogia sull’Italia dopo Improvvisamente l’inverno scorso e Italy: Love It or Leave It. È un gioco di parole: Che cos’è la sinistra? Che cosa ne è rimasto? È un viaggio attraverso il Bel Paese e le vite dei due protagonisti per capire come viene percepita la sinistra oggi, che i partiti comunisti e socialisti occidentali sono in via d’estinzione. Un percorso tra luoghi comuni, “destra e sinistra, sono tutti uguali…” e scomode realtà.
    Perché è diventato così difficile trovare un partito di sinistra? Dove sono andate a finire le tematiche che hanno reso la sinistra forte nel passato? Quali potrebbero o dovrebbero essere i temi “di sinistra” adesso, e perché si sono abbandonati?
    Il due registi Gustav Hofer e Luca Ragazzi ci portano a cavallo tra un Gay Pride e un 25 aprile di salsicce & Liberazione, con ironia e sensibilità. Elettori “modello”, ecologisti, Gustav è fan di Obama. E pieni di contraddizioni, come solo i comunisti sanno essere, Luca ama Carlà malgrado Sarkozy. Adorano discutere con i loro amici dei massimi sistemi davanti ad una birra. Berlusconi e le sue leggi ad personam sono l’argomento principe.
    Luca, romano, bambino negli anni ’70, proviene da una famiglia comunista ed è ancora legato alle ideologie del passato. Gustav, cresciuto nel Sudtirolo da sempre governato dalla SVP (il partito regionale conservatore), ha avuto come figura politica di riferimento Alexander Langer, leader del movimento verde europeo, morto suicida nel 1995. Incarnano due mondi e due diverse idee di politica.
    Un film specchio in cui lo spettatore può guardarsi per scoprire se l’immagine che rimanda corrisponde all’idea che si è fatto di sé. Una pellicola sincera, forse scomoda ma non ideologica, che vuol fare i conti con gli errori che la sinistra ha commesso nella sua storia anche recente ma anche aprire una speranza per il futuro.

    Francesca Bani

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    Think Forward Film Festival III, il programma

    Torna l’appuntamento con il Think Forward Film Festival, la kermesse a tematica ambientale organizzata dall’International Centerfor Climate Governance (ICCG). La terza edizione si svolgerà il 6 e 7 dicembre 2013 a Venezia sotto la direzione artistica di Alberto Crespi e Rocco Giurato.
    Il festival si terrà questa volta nello stesso anno, il 2013, in cui è stato pubblicato il Quinto rapporto sulle basi fisiche dei cambiamenti climatici, uno dei più importanti eventi nel dibattito internazionale sui cambiamenti climatici degli ultimi anni. Il rapporto IPCC, frutto di una vasta serie di osservazioni e modelli di nuova generazione, mostra che, con estrema probabilità (95%), la causa dominante del riscaldamento osservato fin dalla metà del XX secolo è costituita da attività umane. È necessario quanto prima intervenire, con mitigazioni da un lato, e dall’altro con una complessa galassia di strumenti volti a preparare i territori e le popolazioni al cambiamento climatico in atto.

    L’importanza che ricopre il dialogo con le nuove generazioni è fondamentale. Ecco perché entrambe le mattine del festival saranno dedicate all’incontro con ragazzi e ragazze di scuole elementari e superiori con attività pensate per le diverse fasce d’età. Per il secondo anno il TFFF lancia un Concorso Internazionale Cortometraggi: sono stati circa 50 i cortometraggi arrivati da diversi Paesi (Uzbekistan, Macedonia, Giappone, Germania ecc.).
    Di tutti i corti pervenuti, ne sono stati selezionati 17. La giuria che sceglierà il vincitore è composta da illustri studiosi e ricercatori in materie scientifiche, e da noti volti del cinema italiano. Per il primo anno inoltre si è deciso di aggiungere anche il voto del pubblico e degli studenti.
    Le proiezioni saranno arricchite da due corti fuori concorso: l’italiano Dust to Dust di Francesco Paladino e Black Inside di Rodney Rascona. Le pellicole a tematica ambientale possono e devono informare e insieme intrattenere, divertire e coinvolgere. Accanto ai cortometraggi, sono in programma diversi eventi speciali. Il festival ospiterà un’importante anteprima italiana: Revolution (venerdì 6 ore 20,30) del pluripremiato regista canadese Rob Stewart e prodotto da Gus Van Sant, che ha dichiarato: “E’ un film straordinario che tutti dovrebbero vedere”.
    Sarà inoltre proiettato il film di animazione Echo Planet di Komkim Kemgumnird (sabato 7 ore 14,30), storia avventurosa e coinvolgente di tre ragazzini che hanno trovato il modo di salvare il Pianeta dal disastro ambientale. Il film sarà preceduto da due cortometraggi prodotti da due classi di scuole elementari coinvolte durante l’anno dalle attività dell’ICCG.

    Sabato alle ore 16,30, sarà la volta di Peak, di Hannes Lang: appassionante viaggio sulle Alpi, accurata riflessione sullo stato di salute delle nostre montagne, sulle loro trasformazioni e sulle conseguenze nefaste del turismo di massa.
    Venerdì alle ore 18,30 tavola rotonda dal titolo Raccontare la scienza, una sfida per il cinema a cui parteciperanno tra gli altri Michele Emmer e Luigi Lo Cascio. Ci si chiederà quale legame ci sia e ci possa essere tra scienza e cinema. Seguirà proiezione del mediometraggio Con il Fiato Sospeso di Costanza Quatriglio, nota documentarista italiana che sarà presente in sala. La serata di premiazione di sabato sarà seguita dalla proiezione del film di Luigi Lo Cascio La città ideale.
    Le giornate saranno arricchite da momenti di scambio più informali all’ora dell’aperitivo, un momento di convivialità per gustare i sapori locali. Offerti da Bacarando alla Corte dell’Orso, i cicchetti saranno accompagnati dalla birra artigianale del Birrificio Artigianale Veneziano. Gestito da giovani creativi e sperimentatori il microbirrificio è una realtà locale che ha fatto della sua localizzazione territoriale la caratteristica principale.

    L’ingresso a tutte le iniziative e proiezioni è ad ingresso libero e gratuito, fino ad esaurimento posti.

    IL PROGRAMMA

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    The Hunger Games – La ragazza di fuoco: Un’eroina senza tempo

    In sala dal 28 novembre il secondo capitolo della trilogia “The Hunger Games”. Con un cast da brivido la pellicola si prepara a superare gli incassi ottenuti dal primo film.

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    Katniss Everdeen è tornata e con lei i nuovi Hunger Games. L’avevamo lasciata vincitrice dell’edizione precedente dei giochi insieme a Peeta , il suo amico ‘tributo’ e la ritroviamo all’inizio di questo nuovo capitolo inquieta e timorosa in seguito all’orrore e alla morte vissuti da vicino nel capitolo precedente. L’attesissimo The Hunger Games – La ragazza di fuoco , sequel del primo capitolo della trilogia The Hunger Games tratta dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins, è davvero un film sensazionale. E non solo per gli effetti speciali, le avventure, i giochi da affrontare e i mille pericoli che insidiano il cammino dei protagonisti, ma soprattutto per lo spessore dei personaggi, la loro crescita ed evoluzione.
    Il film orfano di Gary Ross, ha trovato in Francis Lawrence un degno erede, artefice di una regia vertiginosa capace di tenere lo spettatore in perenne suspense e tensione emotiva.
    Kathniss e Peeta, vincitori dell’ultima edizione, si ritrovano ad essere protagonisti del Tour della Vittoria, ovvero il giro dei vari distretti che li obbliga però a cambiare vita e abbandonare familiari ed amici. Lungo la strada Katniss si accorge che la ribellione è latente, ma che Capitol City cerca ancora a tutti i costi di mantenere il controllo, proprio mentre il Presidente Snow sta preparando la 75esima edizione dei Giochi (Edizione dellaMemoria), una gara che potrebbe cambiare per sempre le sorti della nazione di Panem.
    Interpretato magicamente da una Lawrence strepitosa nelle vesti di Kathniss e impreziosito dalla presenza di Philip Seymour Hoffman, new entry nei panni dell’ambiguo Plutarch Heavensbee, Hunger Games – La ragazza di fuoco mantiene il cast precedente da Josh Hutcherson nel ruolo di Peeta a Liam Hemsworth in quello di Gale, da Elizabeth Banks a Stanley Tucci, Woody Harrelson, Donald Sutherland e Lenny Craviz.
    Inevitabile il confronto con ‘1984’ di George Orwell, con la nazione di Panem al centro di una sorta di Grande Fratello, governata dal tiranno Snow che tiene in pugno e controlla una popolazione inerme ridotta alla misera obbedienza. L’unico moto di speranza si chiama Kathniss Everdeen che non sta alle regole di questo ignobile gioco al massacro e impavida dice no al carnefice generando una nuova presa di coscienza nel popolo e latenti fermenti rivoluzionari.
    Finale a sorpresa, che ci proietta dritti verso quello che sarà il terzo e ultimo capitolo della saga.

    Mariangela Di Serio

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    Lunchbox: Amore tra spezie e lettere

    Debutto al lungometraggio per il regista indiano Ritesh Batra: una storia d’amore mai banale che regala magici momenti di evasione dalla grigia realtà quotidiana.

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    Vincitore del Premio del Pubblico al Festival di Cannes e presentato in questi giorni al Torino Film Festival, Lunchbox (in sala dal 28 novembre) segna il debutto alla regia di un lungometraggio dell’ indiano Ritesh Batra. Lontano anni luce dagli schemi della grande Bollywood, la pellicola di Batra ha un’anima tutta sua e, allo stesso tempo, è ben radicata nella realtà che vuole raccontare: quella della grande metropoli indiana, con il suo ritmo frenetico e le tante persone che la popolano.
    Tre sono gli espedienti sui quali ruota il film. Il primo è rappresentato dai mezzi di trasporto: non a caso, infatti, il film si apre con l’inquadratura di una stazione di Mumbai, dove due treni, uno che entra e l’altro che esce, si incrociano tra loro con i loro carichi di pendolari. Su uno di questi treni si svolge la vita di uno dei protagonisti del film, Saajan. Il secondo espediente è quello di una tradizione centenaria di Mumbai: i “dabbawallahs”, lettaralmente “trasportatori di portapranzo”. Dalla fine dell’Ottocento, infatti, a Mumbai ogni giorno centinaia di dabbawallahs consegnano milioni di portapranzo, in modo che impiegati e studenti possano mangiare il cibo preparato senza alcun rischio di contaminazioni, sia igieniche sia di casta. Un sistema che è rimasto immutato nel tempo e che è stato anche oggetto di uno studio a Harvard. Terzo elemento è la comunicazione, ma non quella della messaggistica istantanea o delle e-mail a cui siamo abituati. Bensì quella genuina e romantica della lettera, dello scambio epistolare tra due persone che finiscono per avvicinarsi sempre più.
    Da un errore di consegna di un portapranzo, nasce un legame che tende ad approfondirsi sempre più tra il burbero Saajan, contabile che sta per andare in pensione, interpretato da un volto noto del cinema indiano e non solo, Irrfan Khan (The Millionaire, The Amazing Spider Man), e la casalinga frustrata Ila, la bellissima Nimrat Kaur, stella del teatro indiano. Prigionieri entrambi della loro vita (il primo fa i conti con la morte della moglie e con l’età che avanza, la seconda con il marito che la tradisce), i due iniziano a scriversi, e le loro giornate iniziano ad avere un senso solo nell’attesa dell’arrivo del dabbawallah, che consegna loro la gavetta in cui nascondono le rispettive lettere.
    La magia di Lunchbox sta nel raccontare questa storia senza renderla eccessivamente sdolcinata o banale attraverso un punto di vista molto particolare: quello del portapranzo. Infatti l’andirivieni di questo oggetto, talmente radicato nella quotidianità da passare inosservato, diventa il centro dal quale parte l’evoluzione del rapporto tra i due personaggi e permette alla storia di procedere con un ritmo pacato e gentile, quasi, senza mai, come detto, scadere nello scontato. Alternando poi i punti di vista dei due protagonisti, il regista riesce a rendere ancora meglio la caratteristica propria dello scambio epistolare: l’attesa della risposta.
    Batra realizza una pellicola davvero unica, che riesce ad entrare nel cuore dello spettatore, riscaldandolo proprio come fanno le spezie che Ila usa per preparare i suoi manicaretti. Lunchbox colpisce per la sua semplicità e per la capacità davvero lodevole di parlare a tutti con il cuore, raccontando una storia intensa nella quale perdersi, così da evadere dalla realtà grigia e monotona del quotidiano. Proprio come fanno i due protagonisti.

    Augusto D’Amante

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