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    Philomena: Immensa Judi Dench per Frears

    In sala dal 19 dicembre il film che ha incantato Venezia. Dench sublime in una prova da Oscar.

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    Non perde mai il suo inconfondibile sense of humour Steven Frears che riesce a raccontare con tocco leggero la storia durissima di Philomena.
    Helen Mirren presta il volto ad una ragazza madre che cinquanta anni dopo prova disperatamente a rintracciare suo figlio, strappatole e dato in affidamento chi sa a chi in una delle tante Case Magdalene, istituti femminili per ragazze ‘immorali’, gestiti da suore.
    Il concetto di immorale prevedeva l’esser madre nubile, troppo avvenente o troppo brutta, essere vittima di uno stupro…
    Il concetto di accoglienza prevedeva che le ragazze fossero impegnate quotidianamente in lavori di lavanderia estenuanti; il duro lavoro, le privazioni e la preghiera costituivano il viatico verso la redenzione.
    La storia di Philomena e’ una storia vera, ma lo scopriremo solo nel finale, dopo lunghi ed esilaranti siparietti sulla letteratura dal reader’s digest, tra un ex giornalista di punta della BBC (Steve Coogan) ed una gentile signora irlandese (Judi Dench) alla ricerca di suo figlio.
    La pellicola di Frears, applauditissima nelle proiezioni del concorso veneziano, si candida ad un riconoscimento ma potrebbe tranquillamente arrivare al pubblico senza, grazie infatti alle intense interpretazioni ed alla simpatia dei protagonisti di questa amarissima vicenda il riscontro sarà inevitabile.

     

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    Valerio Di Benedetto: dal web al grande schermo con Spaghetti Story

    In sala dal 19 dicembre, Spaghetti Story, pellicola indipendente del giovane regista Ciro De Caro, segna il debutto al cinema di Valerio Di Benedetto, giovane attore romano molto promettente. Dopo tanto teatro e la partecipazione a progetti di successo, come la web series The Pills, Valerio veste i panni di un suo omonimo e ci racconta le difficoltà che un trentenne italiano incontra per inseguire i propri sogni.

    Con Ciro De Caro hai già lavorato per il cortometraggio “Salame Milanese” e si nota una certa continuità tra il protagonista di quel corto e quello di “Spaghetti Story”. I due personaggi sono uno l’evoluzione dell’altro?
    Esatto, secondo me il Valerio in “Spaghetti Story” è un’evoluzione del personaggio di “Salame Milanese”. Il Valerio del corto è un personaggio totalitario: per lui o è tutto bianco o è tutto nero, non ci sono sfumature intermedie, è molto incazzato nei confronti di questa società, ha la stessa macchina del protagonista di “Spaghetti Story”, si chiama allo stesso modo e anche lui fa dei lavori improvvisati (aggiusta moto, fa il pony express). Ma nella vita cosa vuole fare? Chi è? Vuole fare l’attore e quelli sono dei lavori saltuari che fa per tirare a campare. Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono accorto che il Valerio di “Spaghetti Story” era proprio l’evoluzione del protagonista di “Salame Milanese”. L’ho approcciato in questo modo. Il primo però, è un po’ più rassegnato: vive i provini come se fossero l’unico treno che può salvarlo dalla sua situazione. E per me questo è proprio un ritratto chiaro della società attuale, nella quale ogni occasione di lavoro che si presenta è da sfruttare. I sogni, secondo me, sono un pretesto per andare avanti nella vita e quello che più conta è il rapporto umano.

    Anche nel tuo quotidiano è presente il concetto per cui ‘o è tutto bianco o è tutto nero’?
    Secondo me è una sorta di chiusura mentale data da una forma di egocentrismo, da una concentrazione così forte su se stessi da non rendersi conto che, magari, il mondo ruota con delle dinamiche diverse. È anche una sfida, un cambiamento che prima di tutto mi arricchisce. Valerio nel film fa questo cambiamento: in ballo c’è una persona da salvare, un rapporto da salvare. Valerio capisce che deve smussare per avere una sua evoluzione personale. Nella mia quotidianità il “è solo bianco o è solo nero” non esiste: è esistito a lungo, poi ho capito che ci sono tanti colori, che vanno dal bianco sporco al nero pece, al grigio, blu, giallo e rosso. Soprattutto il giallo-rosso. Altrimenti stai fermo. Se non avessi smussato le aspettative che avevo su me stesso, oggi vivrei tutto in maniera decisamente peggiore.

     “Spaghetti Story” ha un finale aperto a varie interpretazioni. Tu come lo interpreti?
    In qualche modo ha lo scopo di non offrire al pubblico qualcosa di già visto. È come chiedersi se sappiamo cosa faremo da qui a tre anni. Io non so cosa farò. Ho delle idee, mi piacerebbe raggiungere determinati obiettivi, ma tecnicamente non so se sarà possibile. Dare un finale certo al film, lo avrebbe snaturato, avrebbe smontato tutto l’iter per cui questi personaggi si sono posti tanti interrogativi. E non avrebbe avuto senso mettere un bel punto, alla fine. Poi è bello che ognuno veda il suo di finale: i personaggi sono così veri, che le loro storie ci possono ricordare fatti accaduti anche a noi stessi. Un finale così aperto era la cosa più coerente che si potesse fare.

    Com’è stato il rapporto con gli altri membri del cast durante i pochi giorni di riprese?
    Eravamo veramente un blocco di granito ed è quella la forza del film. Nel Buddhismo c’è un concetto che si chiama “itai doshin”, che sta per “diversi corpi, stessa mente”, e si ha quando un gruppo di persone collabora per un determinato obiettivo. E questa cosa io l’ho trovata in “Spaghetti Story”: tutta quell’interazione tra i personaggi non nasce da frequenti prove che abbiamo fatto, ad esempio io e Cristian (Di Sante, ndr) ci siamo incontrati solo due volte prima di andare sul set. Abbiamo studiato i ruoli in maniera molto approfondita e abbiamo costruito una gabbia nella quale abbiamo racchiuso i nostri personaggi. Eravamo talmente liberi di muoverci in quella gabbia ben costruita, che siamo riusciti quasi a rasentare l’improvvisazione.

    Quali progetti hai per il tuo futuro di attore e che augurio vorresti fare a “Spaghetti Story”?
    In primavera torno al cinema con un piccolo ruolo nell’opera prima di Gabriele Pignotta, “Ti sposo, ma non troppo”. Continuo a partecipare ad alcuni cortometraggi e ci sono varie idee, molto interessanti, per il teatro. L’augurio che faccio a “Spaghetti Story” è che sia un esempio per far ripartire tutti i giovani geni che abbiamo in Italia, soprattutto per come è stato fatto questo film. Le idee ci sono e spesso anche le competenze sono molto alte. Mi piacerebbe che sia uno spunto per dire: “Ok, ce l’hanno fatta loro, lo possiamo fare anche noi. Sono riusciti a fare un film e ad avere dei riconoscimenti partendo da zero”.

    Augusto D’Amante

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  • Pussy Riot – A punk prayer: Quando la musica diventa strumento di liberalismo

    Il mito delle Pussy Riot approda a Hollywood con uno dei documentari più controversi di sempre diretto dal duo Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin.

    4stelle

    Non è facile portare e  contestualizzare un argomento controverso in un panorama tutt’altro che semplice come quello di Hollywood, sebbene si stia parlando di un documentario indipendente. La grande prova di coraggio da parte di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin nel presentare il mito delle Pussy Riot tra una statuetta dorata – tra l’altro il film è in corsa per l’Oscar – ed una “splendente costellazione” di stelle del cinema, è indice di come si vogliano ampliare certi confini anche lì dove sembra difficile “osare”.
    Testimonianze asciutte che formano un collage audio-visivo e riprese di esibizioni artistico-musicali a sfondo punk a fini pacifico-sovversivi, sono l’epicentro di questo prezioso documentario che approfondisce in maniera diretta il reale obbiettivo di questa vera e propria organizzazione artistica. Quello che si apprezza di Pussy Riot – A punk prayer è proprio voler mettere a nudo – lecita la metafora – i motivi essenziali che hanno dato modo a questo clan di ragazze ultra-liberaliste, di poter manifestare in una maniera abbastanza grottesca il disprezzo per l’attuale forma di governo sovietico, causando un vero e proprio “affare di stato”.  Tutto questo è avvenuto riprendendo le vere testimonianze durante il “burocratico” processo. Quello che ne viene fuori è la voglia di questa band a tinte rosa di unire i credenti ortodossi alla cultura della protesta, cultura che non deve appartenere unicamente a Chiesa, Patriarca e Putin. Una sorta di “guerra santa” quella che le Pussy Riot hanno in qualche modo attuato, ovviamente nella maniera più pacifica di sempre, l’esibizionismo indotto.
    Del documentario sono apprezzabili anche le varie testimonianze degli “oppositori” alle Pussy Riot, ovvero tutte quelle  persone che tengono alta la moralità e che allo stesso tempo contestano l’atteggiamento sfrontato della band come un danno irreparabile al vero liberalismo. Mette gioia vedere un lavoro non commerciale e molto più impegnativo del consueto essere considerato in un panorama estremamente importante come quello hollywoodiano – basti pensare al premio speciale della giuria ricevuto al recente Sundance Film Festival. L’auspicio al duo Lerner- Pozdorovkin è di continuare su questa strada, preservando la loro voglia di far conoscere un certo tipo di arte cinematografica anche laddove questa non sia contemplata più di tanto.

    Alessio Giuffrida

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    I sogni segreti di Walter Mitty: Il risveglio della generazione X

    Nuova impresa da regista per Ben Stiller che si toglie la maschera da comico e riprende il filo lasciato negli anni 90 con Giovani, carini e disoccupati. Nelle sale dal 19 dicembre.

    4stelle

    Vent’anni di differenza e sentirli tutti. Era il 1994 quando nei cuori di una generazione tanto indefinibile da essere definita “X” fece breccia Giovani, carini e disoccupati, una commedia romantica a suon di rock diretta dal semi esordiente Ben Stiller. A fine 2013, quando esce I sogni segreti di Walter Mitty, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e insieme all’acqua è passata anche una sfilza di successi per quel giovanotto dall’aria allampanata. Da Tutti pazzi per Mary a Una notte al Museo, da Ti presento i miei a Zoolander, seconda prova registica cucita addosso a un personaggio diventato nel frattempo simbolo dell’umorismo demenziale.

    A quasi 50 anni però Stiller sogna qualcosa di diverso come il suo Mitty, figura di riferimento dell’immaginario americano sin dal 1939 quando lo scrittore James Thurber pubblicò sul ‘New Yorker’ il racconto che lo vedeva protagonista. Ecco allora che l’attore si toglie la maschera, la mascherina in questa caso, e decide di vivere il suo sogno che nel nuovo adattamento (ne esiste già una versione cinematografica del ’47) non è solo l’evasione impossibile di un impiegato frustrato ma una sorta di romanzo di ri-formazione e ri-scoperta per quella generazione strana che forse i suoi sogni se li era chiusi in un ripostiglio insieme agli skateboard, alle pettinature alla mohicana e alle videocassette di Giovani, carini e disoccupati.

    Non è un caso dunque se lo sceneggiatore Steve Conrad (Alla ricerca della felicità e The Weather Man) trasformi a poco a poco i sogni di questo malinconico archivista di Life Magazine, in una ricerca dell’avventura vera e trasformi la sua vita in qualcosa che non può essere racchiuso nel profilo di un social network. Stiller, dal canto suo, ci mette il vigore che solo un uomo che ritrova l’entusiasmo può avere, mostrando una grande inventiva nella creazione delle immagini e chiamando a raccolta tutto il potere di Hollywood, tanto che i sogni e le avventure di Walter diventano improvvisi spezzoni di kolossal inseriti in quello che in fondo è solo una commedia romantica. Tra gli effetti speciali degni del miglior Emmerich, certe inquadrature che ricordano le favole stralunate di Wes Anderson e i maestosi paesaggi dell’Islanda, della Groenlandia e dell’Himalaya perfettamente catturati dal direttore della fotografia Stuart Dryburgh (collaboratore abituale di Jane Campion), il mix di generi risulta piacevole e originale e non stonano troppo neanche le (rare) scene in cui Stiller preferisce comunque vestire i panni più facili e comodi dell’umorismo demenziale (la mini parodia de Il curioso caso di Benjamin Button, ad esempio).
    Se a tutto questo aggiungiamo anche una colonna sonora particolarmente azzeccata – che spazia dall’indie rock degli ‘Of Monsters and Men’ ai grandi classici di David Bowie – e un cast in palla tra cui spicca uno Sean Penn fotografo e filosofo che sembra aver colto il senso della vita, allora il gioco è fatto e vale decisamente la candela.

    Marcello Lembo

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  • Don Jon: Il “latin lover” di ultima generazione…

    L’esordio registico di Joseph Gordon-Levitt presenta una sfrontata commedia sui “non principi” che alimentano gli asettici rapporti di coppia contemporanei.

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    E fu così che anche Joseph Gordon-Levitt si dilettò regista…  In che modo ? Presentando una commedia tanto sfrontata quanto convenzionale che però ha dalla sua il genio di voler approfondire al meglio i “non principi” basilari su cui si strutturano animatamente, la gran parte dei rapporti di coppia contemporanei.
    C’è da riconoscere audacia registica al giovane attore californiano, soprattutto per aver voluto miscelare una mera commedia a tinte rose con quella sprezzante e grottesca alla Paul Weitz, infarcendo il tutto di flash pornografici,  ‘Ave Maria’ durante gli esercizi di body building ed inquietanti – ma dannatamente realistici – discorsi familiari filo-tradizionalistici.
    Quello che impressiona di Don Jon  non è solo la quotidianità con cui viene mostrato il rapporto di coppia contemporaneo, ma anche la superficialità della società attuale, fagocitata dalla televisione, dai social network e dalla mondanità. Chapeau a Gordon-Levitt che ha avuto la bravura sia di pensarli che di mostrarli in quel modo, con quell’estrema vicinanza voluta, in modo da farli assimilare e subito rigettare allo spettatore.
    Notevole poi mostrare l’intero contesto attraverso la figura di un “latin lover” dipendente da pornografia da web, ma al contempo tradizionalista e dannatamente credente – connubio decisamente fuori dagli schemi – e presentando il tutto con quell’originalità cinematografica degna del grande artista. E’ giusto poi lodare le interpretazioni di Scarlett Johansson, all’apparenza ragazza facile che cela una profondità d’animo egocentrica, e Julianne Moore, donna tutta d’un pezzo che nasconde un animo totalmente trasgressivo influenzata da strascichi di dipendenza pornografica.
    Altra nota positiva è la vitalità delle scene altamente hollywoodiane, girate con quella maestria registica che elevano l’apparente status del film ossia quello di un lavoro indipendente (il budget era di circa 6 milioni di dollari).
    Doveroso elogiare  Gordon-Levitt e questo suo esperimento dove, oltre a sceneggiar(si) nell’intento di apparire sullo schermo con tinte che altri registi difficilmente gli avrebbero proposto (se non l’Araki che lo lanciò con il Misteryous Skin decisamente poco adatto alle educande!), giunge persino a dirigersi. Una cosa frequentissima oggi, intendiamoci, e per lo più lodevole come tentativo di deviare il proprio cliché da parte di molti divi e ‘divetti’: ma in questo caso traspare una poliedricità più arrischiata e bizzarra, che potrebbe addirittura rievocare – specie nello scenario statunitense – quell’audacia “polanskiana” da sempre esaltata da chi non dimentica che il polacco fu in modo assai sinergico attore e quindi inarrivato maestro della settima arte.

    Alessio Giuffrida

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    Golden Globe 2014: le nomination

    Fine anno, tempo di bilanci anche per l’anno cinematografico che stiamo per lasciarci alle spalle. E puntuali arrivano le nomination ai prossimi Golden Globe, che il 12 gennaio inaugurano ufficialmente la stagione dei grandi premi. In testa con sette candidature ciascuno, nelle principali categorie, American Hustle di David O. Russell e 12 anni schiavo di Steve McQueen; il film di Russell piazza il suo nutrito parterre d’intepreti (Christian Bale, Amy Adams, Jennifer Lawrence e Bradley Cooper ) in ciascuna delle categorie attoriali. Non fa di meno  il film di McQueen con le nomination di Chiwetel Ejiofor, Lupita Nyong’o e Michael Fassbender.
    Piacevole sorpresa anche per l’Italia: dopo il trionfo ai recenti European Film Awards, La grande bellezza di Paolo Sorrentino continua la sua marcia trionfale e la candidatura nella cinquina del Miglior Film Straniero non fa che accorciare le distanze dai prossimi Oscar.

    ECCO TUTTE LE NOMINATION

    MIGLIOR FILM DRAMMATICO
    12 anni schiavo
    Captain Phillips – Attacco in mare aperto
    Gravity
    Philomena
    Rush

    MIGLIOR FILM COMMEDIA O MUSICAL
    The Wolf of Wall Street
    American Hustle – L’apparenza inganna
    A proposito di Davis
    Nebraska
    Her

    MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA IN UN FILM DRAMMATICO
    Tom Hanks per Captain Phillips – Attacco in mare aperto
    Chiwetel Ejiofor per 12 anni schiavo
    Matthew McConaughey per Dallas Buyers Club
    Idris Elba per Mandela: Long Walk to Freedom
    Robert Redford per All Is Lost

    MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA IN UN FILM DRAMMATICO
    Judi Dench per Philomena
    Sandra Bullock per Gravity
    Cate Blanchett per Blue Jasmine
    Emma Thompson per Saving Mr. Banks
    Kate Winslet per Labor Day

    MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA IN UN FILM COMMEDIA O MUSICAL
    Leonardo DiCaprio per The Wolf of Wall Street
    Bruce Dern per Nebraska
    Oscar Isaac per A proposito di Davis
    Christian Bale per American Hustle – L’apparenza inganna
    Joaquin Phoenix per Her

    MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA IN UN FILM COMMEDIA O MUSICAL
    Amy Adams per American Hustle – L’apparenza inganna
    Julie Delpy per Before Midnight
    Greta Gerwig per Frances Ha
    Julia Louis-Dreyfus per Non dico altro
    Meryl Streep per I segreti di Osage County

    MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
    Michael Fassbender per 12 anni schiavo
    Barkhad Abdi per Captain Phillips – Attacco in mare aperto
    Daniel Brühl per Rush
    Jared Leto per Dallas Buyers Club
    Bradley Cooper per American Hustle – L’apparenza inganna

    MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
    Julia Roberts per I segreti di Osage County
    June Squibb per Nebraska
    Lupita Nyong’o per 12 anni schiavo
    Jennifer Lawrence per American Hustle – L’apparenza inganna
    Sally Hawkins per Blue Jasmine

    MIGLIORE REGIA
    Paul Greengrass per Captain Phillips – Attacco in mare aperto
    David O. Russell per American Hustle – L’apparenza inganna
    Alfonso Cuarón per Gravity
    Alexander Payne per Nebraska
    Steve McQueen per 12 anni schiavo

    MIGLIOR SCENEGGIATURA
    Spike Jonze per Her
    David O. Russell e Eric Singer per American Hustle – L’apparenza inganna
    Steve Coogan e Jeff Pope per Philomena
    John Ridley per 12 anni schiavo
    Bob Nelson per Nebraska

    MIGLIORE COLONNA SONORA
    Hans Zimmer per 12 anni schiavo
    John Williams per Storia di una ladra di libri
    Alex Ebert per All Is Lost
    Alex Heffes per Mandela: Long Walk to Freedom
    Steven Price per Gravity

    MIGLIOR CANZONE ORIGINALE
    Frozen – Il regno di ghiaccio (‘Let it Go’)
    A proposito di Davis (‘Please Mr. Kennedy’)
    Hunger Games: la ragazza di fuoco (‘Atlas’)
    Mandela: Long Walk to Freedom (‘Ordinary Love’)
    One Chance (‘Sweeter Fiction’)

    MIGLIOR FILM STRANIERO
    Il sospetto
    La vita di Adele
    Il passato
    La grande bellezza
    The Wind Rises

    MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
    I Croods
    Frozen – Il regno di ghiaccio
    Cattivissimo me 2

    MIGLIOR SERIE TV DRAMMATICA
    Masters of Sex
    Downton Abbey
    The Good Wife
    House of Cards
    Breaking Bad

    MIGLIOR SERIE TV COMMEDIA O MUSICAL
    Modern Family
    Brooklyn Nine-Nine
    The Big Bang Theory
    Girls
    Parks and Recreation

    MIGLIOR MINISERIE O FILM PER LA TV
    The White Queen
    Dietro i candelabri
    American Horror Story
    Dancing on the Edge
    Top of the Lake

    MIGLIOR ATTORE IN UNA MINISERIE O FILM PER LA TV
    Matt Damon per Dietro i candelabri
    Al Pacino per Phil Spector
    Michael Douglas per Dietro i candelabri
    Chiwetel Ejiofor per Dancing on the Edge
    Idris Elba per Luther

    MIGLIOR ATTRICE IN UNA MINISERIE O FILM PER LA TV
    Helen Mirren per Phil Spector
    Elisabeth Moss per Top of the Lake
    Helena Bonham Carter per Burton and Taylor
    Rebecca Ferguson per The White Queen
    Jessica Lange per American Horror Story

    MIGLIOR ATTORE IN UNA SERIE TV DRAMMATICA
    Kevin Spacey per House of Cards
    Bryan Cranston per Breaking Bad
    Liev Schreiber per Ray Donovan
    Michael Sheen per Masters of Sex
    James Spader per The Blacklist

    MIGLIOR ATTORE IN UNA SERIE TV – MUSICAL O COMMEDIA
    Jim Parsons per The Big Bang Theory
    Don Cheadle per House of Lies
    Jason Bateman per Arrested Development
    Michael J. Fox per The Michael J. Fox Show
    Andy Samberg per Brooklyn Nine-Nine

    MIGLIOR ATTRICE IN UNA SERIE TV DRAMMATICA
    Julianna Margulies per The Good Wife
    Taylor Schilling per Orange Is the New Black
    Robin Wright per House of Cards
    Tatiana Maslany per Orphan Black
    Kerry Washington per Scandal

    MIGLIOR ATTRICE IN UNA SERIE TV MUSICAL O COMMEDIA
    Julia Louis-Dreyfus per Veep
    Edie Falco per Nurse Jackie – Terapia d’urto
    Zooey Deschanel per New Girl
    Lena Dunham per Girls
    Amy Poehler per Parks and Recreation

    MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA IN UNA SERIE TV, MINISERIE O FILM TV
    Aaron Paul per Breaking Bad
    Jon Voight per Ray Donovan
    Corey Stoll per House of Cards
    Rob Lowe per Dietro i candelabri
    Josh Charles per The Good Wife

    MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA IN UNA SERIE TV, MINISERIE O FILM TV
    Sofía Vergara per Modern Family
    Monica Potter per Parenthood
    Hayden Panettiere per Nashville
    Janet McTeer per The White Queen
    Jacqueline Bisset per Dancing on the Edge

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    Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug: Il drago soffia in hd

    E’ tempo di maghi, draghi, nani ed elfi rigorosamente in alta risoluzione. Dal 12 dicembre al cinema si torna nella Terra di Mezzo per il secondo capitolo della nuova saga diretta da Peter Jackson.

    3stelle

    Anche quest’anno Natale è tempo di Hobbit. E 365 giorni dopo Peter Jackson riapre lo scrigno delle meraviglie di J.R.R. Tolkien per condurci in una nuova escursione nella Terra di Mezzo al seguito del giovane Bilbo Baggins e dei suoi amici, tra conoscenze vecchie e nuove. Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug, secondo capitolo di questa trilogia prequel, come il suo predecessore non lesina in nulla, soprattutto sul tempo di durata. Ecco quindi due ore e 41 minuti di avventura, azione, effetti speciali e tutto il resto. Però l’impressione è che questa nuova fatica, pur mancando di una scena madre potente e inquietante come la sfida degli indovinelli del primo film, regga tutto sommato meglio i due giri e mezzo di orologio, grazie soprattutto a una struttura narrativa meno episodica, a un cast di personaggi più nutrito e in generale a un allargamento dell’obiettivo che ci permette di scoprire nuovi angoli del mondo creato dallo scrittore sudafricano e reimmaginato dai due concept artist/illustratori Alan Lee e John Howe.

    Jackson rinuncia alle canzoni disneyane, dà più spazio ai paesaggi maestosi della Nuova Zelanda e meno al green screen, senza però scordarsi scene d’azione letteralmente vorticanti (quella dei barili, su tutte) e la figura del drago Smaug che sfrutta la mimica facciale – catturata con tecnica digitale – e la voce profonda di Benedict Cumberbatch. La sceneggiatura firmata dal regista insieme alle collaboratrici abituali Fran Walsh e Philippa Boyens e all’altro regista poi fuoriscito Guillermo Del Toro, non è priva di pecche, a cominciare da un finale eccessivamente tronco per gli standard cinematografici e a qualche eccesso di action che a volte sembra sforare in un immaginario da videogame, ma ha dalla sua un buon ritmo e qualche scena di vera tensione (la ricerca della gemma nella sala del drago addormentato).
    Gli attori, dal canto loro, mantengono il registro imposto dal primo episodio. Martin Freeman nel ruolo principale alterna gli sguardi spaesati alle imprese incoscienti, Richard Armitage continua a mostrarci un degno principe dei nani.

    Di Ian McKellen-Gandalf inutile dire, come pure del redivivo Orlando Bloom che torna a vestire i panni di Legolas. L’Evangeline Lilly di Lost invece sembra sentire troppo la responsabilità di essere l’unico personaggio femminile del film (se si escludono due bambine e un frame di Cate Blanchett) e si limita a sfoggiare un viso che sembra già di suo appartenere a una soave creatura dei boschi, mentre il Luke Evans di Fast & Furious 6 e del prossimo remake de Il Corvo, si cala con convinzione nella parte di un eroe riluttante a sfidare i fantasmi del proprio retaggio.
    Un capitolo a sé merita invece l’aspetto tecnico. Il film è stato girato in 3d a 48 frame al secondo. La risoluzione è altissima e rende al meglio in un cinema che disponga di un sistema high frame. L’impatto delle immagini in molti casi è incredibile, però, specie nelle scene più movimentate, l’eccesso dei particolari visibili anche in velocità lascia una sensazione di innaturalezza  almeno per la prima parte del film. Premesso comunque che Jackson sembra divertirsi molto di più a giocare con le profondità delle tre dimensioni rispetto al primo capitolo il dibattito sull’effettiva efficacia visiva di questa tecnica resta aperto.

    Marcello Lembo

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  • Spaghetti Story: Trentenni ‘low budget’

    Ciro De Caro debutta al lungometraggio con lo spaccato fedele e genuino di una generazione. Tra dramma e commedia, Spaghetti Story parla al suo pubblico con un linguaggio semplice, ma molto accattivante.

    3stelleemezzo

    Girato in undici giorni con risorse e materiali ridotti, Spaghetti Story è il primo lungometraggio di un promettente regista italiano, Ciro De Caro. Protagonista è una generazione intera, quella dei trentenni costretti a sopravvivere nella grande città, dove affitti, spese e quotidianità hanno un prezzo sempre più oneroso.
    Non ci sono immagini o personaggi vincenti e patinati, ma solo individui e storie comuni, ed è proprio questa semplicità a rendere la pellicola molto accattivante dove la creatività la fa da padrona: De Caro riesce con pochi ingredienti a realizzare un piatto di ‘spaghetti’ davvero superbo e di cui non si può fare a meno di chiedere un bis.
    La freschezza di questa pellicola permette di osservare uno spaccato di vita dei giovani del nostro tempo che hanno non pochi problemi a crescere: cercando a tutti i costi l’indipendenza (dice il protagonista ad un certo punto: “Mio padre e mia madre alla mia età avevano già due figli che andavano alle elementari”), i protagonisti di Spaghetti Story si trovano ad affrontare sfide enormi. Succede a Valerio (Valerio Di Benedetto), giovane attore che si destreggia tra vari lavori ed è costretto a contare le monetine per pagare le bollette; o a Scheggia (Cristian Di Sante), che ha deciso di assicurarsi una pensione facendo il pusher, pur continuando a vivere con la nonna; a Serena (Sara Tosti) e Giovanna (Rossella D’Andrea), rispettivamente fidanzata e sorella di Valerio, la prima, ricercatrice precaria all’università e la seconda impegnata a realizzare il suo sogno, quello di diventare una brava chef di cucina cinese.
    L’incontro di Valerio con la giovane prostituta cinese Mei Mei (Deng Xueying) sarà l’evento che turberà le loro vite: decideranno di combattere la frustrazione di cui sono vittime ogni giorno e aiuteranno Mei Mei a dare una svolta alla sua vita, nel segno della solidarietà.
    Oscillando tra drammatico e comico e senza mai scadere nel melenso o nel volgare, Spaghetti Story è un film indipendente, capace di trovare un suo posto nella cinematografia italiana e in grado di far emergere non solo il nome di un regista dalle grosse potenzialità, ma anche quelli di giovani attori la cui stella, ce lo auguriamo, brillerà ancora di più in futuro.
    Degne di nota le interpretazioni di Valerio Di Benedetto e Cristian Di Sante: il primo mostrandoci l’evoluzione di un personaggio sin dall’inizio troppo succube degli eventi, il secondo regalandoci un ruolo comico davvero genuino.

    Augusto D’Amante

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    Pieraccioni e il suo rassicurante, nostalgico Natale

    Torna puntuale ogni due stagioni il cinepanettone del comico Toscano. Si sente l’avvento alla sceneggiatura di Genovese, convincono gli innesti di Battista e Marzocca. Il resto e’ il solito presepe, abitato con sicurezza da Pieraccioni, Ceccherini, Panariello e tanti giovani che si faranno…

    2stelle

    Arriva puntuale nel Natale degli italiani, ogni due anni, per cercare la battuta giusta, il cast più azzeccato, il partner di scrittura ideale. Stiamo parlando del Cinepanettone di Leonardo Pieraccioni.
    Questa volta il comico toscano si tuffa in un mondo universitario ‘fuori sede’ popolato da giovani che condividono lo spazio comune di una bella casa in Toscana.
    L’espediente dell’amore in crisi non manca mai nella poetica pieraccionesca, che questa volta va via di casa non per scelta ma per uno strano scherzo del destino.
    Ne seguono gag e malintesi della più classica delle commedie rassicuranti, con gli amici di sempre accanto, da Ceccherini a Panariello, questa volta affiancati da Serena Autieri ma ancor di più dai giovani Marianna Di Martino, Chiara Mastalli, Giuseppe Maggio, David Sef e Alice Bellagamba.
    Si muove a suo agio Pieraccioni, in una ‘favola’ divertente che suona come un passaggio ideale di testimone tra generazioni. Del resto citazioni come quella del ‘vento’ al ristorante per non pagare il conto, sono delle bonarie lezioncine che il ‘vecchio’ Leonardo impartisce – a sue spese – ai suoi giovanissimi attori, verso i quali si coglie un sincero affetto.
    Rassicurante, anti crisi, la commedia pieraccioniana non cambia gli ingredienti, modifica semmai la formula, grazie alla presenza in fase di sceneggiatura di un grande professionista come Genovese, che il regista ha molto apprezzato per le idee, per gli innesti – come quello irresistibile di Maurizio Battista e Marco Marzocca (versione 007′ de noantri..) – e soprattutto per la capacità di sintetizzare il suo immaginario comico.

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