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    Cinema in corso… Sul set Spaak, Centomani e altri

    L’estate è la stagione dei set per eccellenza, si sa, ma per non trovarsi a disputarsi le location migliori o a dover rinunciare ad alcuni professionisti troppo richiesti, in molti ormai cercando di anticipare i tempi.
    E’ il caso di due produzioni italiane, molto interessanti, già al lavoro su film che vedremo prossimamente e che si aprono al coinvolgimento di quanti siano interessati a casting estivi…
    Vediamoli nel dettaglio:

    Una rara malattia degenerativa del sistema nervoso centrale che si manifesta negli adolescenti, l’ATASSIA, è al centro della storia vera raccontata nel film L’Aquilone di Claudio dal regista esordiente Antonio Centomani  che ha vissuto come volontario il dramma di molti ragazzi e delle loro famiglie.
    “L’idea di questo film – dichiara Centomani – nasce dal mio incontro nel 2001 con dei ragazzi affetti da questa rara malattia e in tutti questi anni ho assistito al progressivo peggioramento della patologia in bambini che erano completamente sani all’apparenza. Ho seguito come volontario la loro lotta e voglio raccontare il disagio, la sofferenza e il disorientamento di una famiglia che dai primi sintomi del figlio piccolo passa anni di ospedali e studi medici senza che si arrivi ad una diagnosi precisa. Fino a quando i sintomi della malattia diventano sempre più evidenti e si rendono conto che il figlio, ormai adolescente, non riesce più ad essere autonomo”.

    In questi giorni il regista sta facendo il casting dei ragazzi per trovare il protagonista sia bambino che adolescente, insieme a Rita Statte di Accademia Artisti anche coproduttrice del film.
    Sono in fase di definizione anche i ruoli dei due genitori, entrambi quarantenni,  mentre è confermata la presenza di Milena Vukotich nel ruolo di una clochard che vive nel parcheggio dell’ospedale e sarà testimone con occhi attenti e sensibili del dramma dei personaggi.
    Le riprese si svolgeranno a Roma in agosto. Produzione Kite Production s.r.l e Accademia Artisti.

    Dal successo tv del family ‘Un medico in famiglia’ al cinema horror: un salto acrobatico per Catherine Spaak, Alessandro Tersigni e Alessia Agrosì protagonisti dell’horror movie Le mille e una morte attualmente in preparazione.
    Prodotto anche questo da Rita Statte con Accademia Artisti,  rinomata scuola di recitazione della capitale che si sta affermando come produzione, e diretto da Elisabetta Marchetti, il film si avvale anche della partecipazione di Sergio Stivaletti indiscusso maestro degli effetti speciali di fantasy e horror movies.

    Alessandro Tersigni sarà un regista di corti horror splatter, pazzoide e frustrato, che vive un rapporto morboso con la madre, Catherine Spaak e con la fidanzata, un’attricetta in cerca di successo interpretata dalla giovane Alessia Agrosì.  I suoi corti però non fanno abbastanza paura, questo almeno secondo la sua produttrice, che lo spinge ad essere più cruento e verosimile fino a portarlo alla realizzazione dei crudelissimi “snuff movies”, film in cui le protagoniste vengono torturate ed uccise veramente. Tre film e tre omicidi che lo trasformano in un serial killer sulle cui tracce si mette un poliziotto che si finge giornalista per smascherarlo  durante il festival dove finalmente il regista viene invitato con grande scalpore.

    In attesa di chiudere anche i ruoli della produttrice per cui si pensa ad Agnese Nano e del poliziotto, Rita Statte sta facendo i casting dei molti ruoli minori. Alcuni saranno assegnati agli allievi dell’Accademia più bravi, che avranno così la possibilità di mettersi alla prova ed entrare nel mondo del lavoro.

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    Ugo Gregoretti, a Bellaria rivive il mito RoGoPaG

    E’ un piacere incontrare Ugo Gregoretti, invitato d’eccezione al Bellaria Film Festival per presentare la proiezione di RoGoPaG e presiedere la Giuria del concorso Itallia Doc dell 31esima edizione della manifestazione dedicata ai documentari.
    Ideatore di Controfagotto e Il Circolo Pickwick, è stato autore e regista televisivo, teatrale, cinematografico, persino lirico, sempre con una grande ironia come cifra stilistica e una spiccata capacità di osservazione della nostra società. A Bellaria è stato anche l’Ospite d’Onore della serata conclusiva di premiazione, che prevedeva la proiezione dell’edizione restaurata di un classico del 1963, Ro.Go.Pa.G., film a episodi che affiancava Gregoretti a Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard e Pierpaolo Pasolini.
    E’ lo stesso Ugo, acciaccato (per una infiammazione del nervosciatico e per – come dice lui – uno sgambetto della moglie), ma lucidissimo e spiritoso, a raccontare quell’esperienza introoducendo il film, a partire dal titolo:

    Tre su quattro, Sono le sillabe iniziali degli autori – Ro per Rossellini, Go per Godard, Pa per Pasolini – dei tre episodi più il quarto, il mio, presente con la sola G. A me divertiva la cosa, anche perché io ero il più giovane in quella compagnia, e potevo accontentarmi anche solo di una consonante. Poi mi dicevano, pensando di dovermi consolare, che altrimenti sarebbe parso un ruggito: Rogopagrrrrrr! Poteva essere un fastidio per lo spettatore…

    Però in realtà questo titolo non era stato pensato, studiato, dagli autori…
    Era la sigla con cui il ragioner Taito della casa di produzione Arcofilm del produttre Alfredo Bini; siccome ancora non si sapeva quale sarebbe stato il titolo, ricorse al sistema che si usava sin da allora di dare un titolo provvisorio per fare tutte le pratiche al ministero. Non sapendo quale mettere, mise brraticamente le sillabe iniziali come su un documento assoluamente privo di qualsiasi appeal artistico. Poi una volta Rossellini venne, che già avevamo cominciato a girare, e chiese cosa fosse questo Rogopag. Il ragioniere precisò che era una sigla provvisoria che aveva usato per poter avere il permesso di iniziare la lavorazione, ma Rossellini disse: ma questo è un titolo bellissimo, nuovo, innovativo! Altro che provvisorio!
    Il produttore si convinse, ma era così spaventato da questi tre mostri sacri, e mezzo, che non si sarebbe mai sognato di fare altrimenti.

    L’episodio di Pasolini è per altro alla base di un ulteriore nota storica sul titolo…
    La ricotta di Pasolini, con Orson Wells, diventato poi un oggetto di venerazione da parte dei cinephiles amanti del regissta, è un titolo ormai consacato, ma allora Pasolini ebbe un incidente. La destra più becera e violenta, in quel periodo, aveva preso l’abitudine di insultare, calunniare e diffamare Pasolini  perché era di sinstra ed era omosessuae. Quando uscì il film, una sedicente – e forse inesistente – organizzzione di padri di famiglia lo denunciò per vilipendio alla religione e altro, oltre a tutte le calunnie che i rappresentanti dell’estrema destra facevano piovere su Pasolini come fossero reati realmente consumati. Fu per esempio accusato di aver rapinato un benzinaio, e il ragazzotto che era stato indotto a denunciarlo lo rappresentò secondo una iconografia convenzionale del bandito, con il giubbotto nero, la coppola e il fazzoletto sulla bocca.
    In primo grado fu condannato, ma in secondo poi assolto, ma il giudice volle castigare comunque il film, che intanto era stato ritirato dal circuito, cambiandogli il titolo, che diventò: laviamoci il cervello, che pur essendo il titolo giuridico nessuno conosce, mentre invece Ro.Go.Pa.G resiste gagliardamente a tutte queste disavventure.

    1953. L’anno del Boom di Zampa con Sordi, ma il pollo ruspante – che chiude RoGoPaG- con Lisa Gstoni, un giovanissimo Ricky Tognazzi e un Ugo nella sua maturità artistica, è la storia di una gita domenicale di una coppia che sogna in grande nell’anno cruciale di quel boom…
    E’ l’Italia di questo film, quella dei primi vagiti del consumismo in una società che da contadina è diventata assai affrettatamente industriale e dove si trapianta la cultura del consumo. Il fim stesso è inserito in una letteratura della quale l’Italia era completamente sprovvista, a differenza degli Usa, per esempio.
    Confrontandomi con Rossellini – il manager del gruppo – avremmo voluto fare di questo film una sorta di quadrittico del consumismo all’italiana, visto nel suo sorgere. Al centro della struttura un conferenziere, di quelli molto preparati e che ha vissuto in America, che però dovrebbe sembrare un extraterrestre che fa una conferenza a una parte di importanti industriali e capitalisti, prevalentemente lombardi; e questo spiega tutte le dinamiche della manipolazioe dei desideri affinché il consumatore medio desiderasse consumare sempre di più, secondo modelli nuovi e venendo calato nel pozzo del consumo.
    Tognazzi era il consumatore, Lisa gastone la moglie e io avevo bisogno di uno che facesse i conferenzeie…
    Ma il produttore mi metteva fretta dicendomi che se non l’avessi trovato entro pochi giorni avremmo chiuso il film senza la conferenza; ma il film sarebbe rimasto senza le gambe!
    Non volevo il solito grande attore, ma non sapevo nemmeno io bene cosa cercassi. Una mattina arrivati sul set, all’aperto, mentre si lavorava all’ambientazione con i giardinieri, sentii una voce. Robotica, astrale. Mi affrettai, convinto di aver trovato la voce del mio conferenziere. Era un signore di mezza età che dava ordini ai suoi giardinieri: il commendator Ceccotti, il re dei giardini nel cinema a Roma. Era venuto a fare queste operazioni per le noste ripese ché dovevamo piantare dei cavoli e dei piccoli pini. Decisi di rischiare, e mi avvicinai a lui per descrivergli questo personaggio di ‘grande intellettuale marziano’ per cui lui sarebbe stato adattissimo se avesse accettato la parte nel film, il che voleva dire leggere una conferenza con questo strano amplificatore, che portava per aver avuto una operazione alle corde vocali. Mi vergognavo di chiedere a lui, menomato, di venire a fare il buffone nel film; mi aspettavo mi girasse le spalle, e invece la risposta fu positiva e entusiastica tanto che mi volle dimstrare di esser in grado, con quell’apparecchio, di non solo parlare e farsi capire, ma anche di fare le pernacchie, come mi dimostrò ampiamente.

    E Godard, invece, vi siete incontrati?
    In occasione di RoGoPaG lui era a Parigi… Ma in fondo era stato lui il promotore iniziale ed aveva apprezzato il mio primo film, I nuovi angeli, uscito qualche mese prima. E lui girò questo episodio che però – insieme a quello di Rossellini – incontrò meno favore de La ricotta e de Il pollo ruspante. Per altro Godard si fece promotore di un altro film che si chiamava “Le prime truffe del mondo”, al quale lui teneva molto, con storie di imbrogli e imbroglioni, e i cui registi erano Chabrol, che aveva fatto l’episodio di un furbacchione di Parigi che cercava di vendere la Torre Eiffell a due sposini di provincia, io, con ‘Foglio di via’, Polanski, che per la prima volta girava in occidente, e un giapponese. Ma quello di Godard era talmente brutto che fu tagliato. E visto che era stato lui stesso a proporne il taglio, noi dicevamo che il suo era l’episodio ‘evirato’…

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  • Daniele Vicari, premiato a Bellaria

    Daniele Vicari, regista di Diaz e La nave dolce riceve a Bellaria il Premio alla Carriera dal festival del documentario romagnolo, e lo commenta così…

    Sono un materialista dialettico del sud italia e quando me l’hanno detto ho fatto gli scongiuri. Mi ha sorpreso. Sicuramente. Ma mi ha poi convinto la motivazione che ne ha dato Fabio Torcello, il direttore del festival: quando si fa un percorso, e piano piano questo percorso viene messo a fuoco, il fatto che venga riconosciuto che questo percorso abbia un valore ti può aiutare anche a capire che cosa sbagli o meno.
    E questo dà una funzione al premio stesso, quella di fare un punto, di dove sei arrivato, anche se hai 20 anni. Anche perché il rischio dei premi alla carriera dati a 80 o 90 anni è che siano premi alla memoria.

    E tu a che punto sei?
    Sono in mezzo al guado, sto imparando a nuotare. Piano scegli con più precisione l’obiettivo, dove arrivare, se sia possibile arrivarci o se sia possibile rischiare di andare anche oltre. Fare un miglio di mare in più. Posso permettermelo?
    Il linguaggio del cinema è qualcosa di mutevole e non si finisce mai di impararlo. Ed è per questo che il cinema continua a sorprenderci; non è codificabile, e questo fa sì che ogni volta un regista debba scoprirlo dentro di sé. Se si aquisisce questa capacità dii sorprendersi, si va avanti, non ci si ripete, non si continua a nuotare sempre nella stessa vasca.

    Con Diaz sei riuscito a farlo? Hai spostato il limite o cerchi qualcosa di più intimo?
    Come credo non ci sia differenza tra un film di finzione e un doc, non credo ci sia differenza nelle storie che si raccontano, intime, d’amore, di guerra, socieli, etc. L’unica differenza sta nell’atteggiamento del regista nei confronti dei suoi argomenti.
    Perché anche un storia intima è un fatto sociale. Se si fa un film, si dipinge un quadro, si scrive una poesia, si fa perché si pensa che ci sarà almeno un fruitore.
    Io, personalmente, sento che nel momento che stiamo vivendo, gli artisti e tutti quelli che possono avere visibilità si mettano in gioco. Chi ha gli strumenti per farlo; la nostra società ne ha bisogno. Perché stiamo riflettendo sul nostro passato recente, cercando di capire cosa è e cosa è stato. Io in questo momento sono orientato a cercare cose che mi succedono intorno, e che determinano il nostro modo di essere, che siano a livello sociale o intimo.
    Sin da ragazzo mi sono interessato alla politica, e a un certo punto ho perso di vista il limite tra una cosa mia personale e quello che mi succede intorno. Il personale è politico, si diceva, nessuno vive in isolamento.

    Adesso stai lavorando sul libro della Mazzucco, Limbo.
    Anche lì sono in mezzo al guado; ma mi aveva colpito la storia di questa giovane donna che torna gravemente ferita dall’Afghanistan, e vuole tornarvi. E’ qualcosa assolutamente antiretorico, e la sento vera. Il problema quando si vuole fare un film da un romanzo è trovre la chiave di lettura della storia, e io non ce l’ho ancora.
    Sicuramente il fatto che noi facciamo finta di non essere un paese in guerra è un buon motivo per fare un film così. Per oppormi a una tragica mancanza di coscienza.

    Che situazione è adesso quella del nostro Paese?
    Da ragazzo cercavo punti di riferimento, ma tutti, crescendo, in un certo momento sospendiamo il giudizio sulla nostra vita, possiamo fare di tutto per dare un senso alla nostra vita. Nel 2009, dopo aver realizzato Il mio paese e mi ero reso conto che eravamo una nazione ferma, un animale ferito che aspetta o di guarire o la propria morte, e ci fa soffrire. A questa situazione di stasi non sempre rispondiamo in maniera positiva. Il fatto che affidiamo i nostri destini a personaggi dello spettacolo, per esempio, secondo me è una cosa estremamente pericolosa, e violenta. Personaggi superomistici, che si chiamino Beppe Grillo o Berlusconi, ma ce ne sono tanti nel nostro pantheon politico, non fa molta differenza. Sono guide che pensiamo ci portino da qualche parte, ma ci portano solo dentro se stessi. Prima o poi dovremo riconoscerlo che nel bunga bunga c’eravamo anche noi.
    Queste individualità, in un situazione sociale data, hanno la forza e la capacità di parlare al nostro inconscio. Se poi hanno anche gli strumenti, i mezzi, la televisione o altro, anche economici, ci colonizzano l’inconscio e diventano veramente pericolosi.
    Nel caso del rapporto tra un popolo e una figura guida di questo tipo possono finire nel disastro milioni di persone. Come è successo col fascismo.

    A proposito del mettersi in gioco che dicevi, ti sembra che in questo momento di crisi ci sia questa consapevolezza nel nostro cinema?
    Penso che ci sia una parte del nostro cinema che lo sta facendo egregiamente, e non da oggi. Ed è il cinema documentario. E anche dal punto di vista dei numeri è più impotante del cosidetto cinema di finzione. Noi facciamo anche 400 documentari l’anno in italia, e senza mercato. Una percentuale piccola sono brutti, ma una decina o più, almeno, sono di grande qualità. Possiamo dire lo stesso dei film di finzione?
    Il riappropriarsi di strumenti atravero la cinematografia documentaria e il prendersi la parola, istituire un punto di vista sul mondo, è una novità interessante.

    Questa maggior qualità dipende da un linguaggio, una sensibilità, speicifciche o è un modello produttivo migliore?
    Nel cinema ‘tradizionale’ sono molto pochi i produttori e i registi veramente liberi. basta andare al cinema e vedere i trailer prima di un film: almeno quattro sono italiani, e ci sono sempre gli stessi attori. Quando non sembrano lo stesso film. Questo non significa che produttori, registi e sceneggiatori siano degli idioti, ma che siamo in una situazioe di mancanza di libertà di scelta. E, per come sono fatto io, la libertà te la devi prendere, anche sapendo dire di no. Nel cinema documentario tutto questo non ha senso perché non c’è quasi la commmittenza.

    Spesso certi film sono proprio i documentaristi gli stessi registi dei film più interessanti, come è successo a te con Diaz, è una consapevolezza diversa che scava nell’artista?
    Non c’è dubbio. Come per un detenuto che dopo venti anni che ripete sempre gli stessi gesti, gli stessi percorsi, si finisce per disabituarsi a farsi certe domande, non si percepisce più la mancanza di questa libertà. Nel campo dell’arte si chiama autocensura. Se assaggi il territorio di libertà che si chiama documentario e torni alla finzione, ci soffri ‘a bestia’.

    Pensi di essere un regista incazzato?
    Non mi andrà bene se un giorno qualcuno dirà: fatti i soldi, finita l’incazzatura. Ma non penso di correre questo rischio. Detto questo, penso che bisogna, se si ha la sfrontatezza di prendersi il carico di fare certi discorsi, essere coerenti. Dire le cose come si ritiene giusto e in estrema libertà. Tra l’altro, conta caso per caso, perché la narrazione è una magnifica menzoga. E a volte è questa che diventa ‘il vero’, quello con cui lo spettatore ha un rapporto.

    Con Procacci questo non ti succede?
    Con lui abbiamo litigato tantissimo su tutto, attori e scelte di ogni genere, ma più che altro discusso, molto. Ma a me non piacciono le mammolette e credo nel conflitto, è qui che la creatività trova degli spazi. Un regista, anche grande, che non lascia libero il proprio montatore di dirgli che sta facendo un errore, rischia ancora di più di farne. Io ho un rapporto molto viscerale con i miei, non c’è mai un momento in cui abbiamo paura di dirci quello che pensiamo. Ci deve essere qualcuno che non è d’accordo, è importante anche dal punto di vista economico.
    Con Domenico c’è una dialettica costante, ma sono 10 anni che lavoriamo insieme, comunque, credo si sia trovato un buon equilibrio.

    Cosa non è andato, con lui, per il film mancato su Parodi?
    Non è mancato. Domenico è stato uno dei produttori che all’epoca mi disse che non lo trovava interessante. Pensato potesse esserlo la scenggiatura, perché può sucedere anche questo. Ma Domenico ha una visione del cinema che vuole fare, mi disse che se avesse fatto un film su Genova, avrebbe fatto un film che raccontasse quel che è accaduto.

    Qiundi continui a cercare?
    Magari diventerà altro; non l’ho abbandonato. Cercherò altri… E’ qualcosa cui sono molto affezionato anche peché la sceneggiatura è molto buona secondo me, l’abbiamo scitta con Massimo Gaudioso, ma dopo Diaz devo riprendermi. E poi non vogio rischiare di appiattirmi.

     

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    le Palme del Festival di Cannes 2013

    Alla fine dei giochi – e delle Palme – il Festival di Cannes 2013 non è stato quello de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, ma non si può certo negare né che siano arrivate soddisfazioni per i nostri colori, né che siano mancate le bellezze sullo schermo.
    Quelle muliebri e non solo, a partire proprio dalla Palma d’Oro tunisina di Abdellatif Kechiche che, dopo Venere nera e Cous Cous, ottiene un gran risultato con un film che sarebbe ingeneroso e limitato consigliare solo per la lunga ed esplicita scena d’amore tra le protagoniste Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux.
    Per il resto i film che ci erano piaciuti di più erano stati Nebraska di Alexander Payne, Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, Le Passé di Asghar Farhadi e un po’ tutti quelli che sono stati premiati dalla Giuria di Steven Spielberg e che trovate citati nel Palmares completo qui sotto…

    PALMA D’ORO
    LA VIE D’ADÈLE – CHAPITRE 1 & 2 (Blue Is The Warmest Colour) di Abdellatif KECHICHE
    con Adèle EXARCHOPOULOS & Léa SEYDOUX

    GRAND PRIX
    INSIDE LLEWYN DAVIS di Ethan e Joel COEN

    PRIX DU JURY
    SOSHITE CHICHI NI NARU (Like Father, Like Son) di KORE-EDA Hirokazu

    MIGLIOR REGIA
    Amat ESCALANTE per HELI

    MIGLIOR SCENEGGIATURA
    JIA Zhangke pour TIAN ZHU DING (A Touch Of Sin)

    MIGLIOR ATTRICE
    Bérénice BEJO in LE PASSÉ (The Past) di Asghar FARHADI

    MIGLIOR ATTORE
    Bruce DERN in NEBRASKA di Alexander PAYNE

    PALMA D’ORO per i CORTOMETRAGGI
    SAFE di MOON Byoung-gon

    MENTION SPECIALE
    EX-AEQUO: HVALFJORDUR (Whale Valley / Le Fjord des Baleines) di Gudmundur Arnar GUDMUNDSSON e 37°4 S di Adriano VALERIO

    UN CERTAIN REGARD

    PRIX UN CERTAIN REGARD
    L’IMAGE MANQUANTE (The Missing Picture) di Rithy PANH

    JURY PRIZE
    OMAR di Hany ABU-ASSAD

    MIGLIOR REGIA
    Alain GUIRAUDIE per L’INCONNU DU LAC

    PRIX UN CERTAIN TALENT a
    L’insieme degli attori del film LA JAULA DE ORO di Diego QUEMADA-DIEZ

    PRIX DE L’AVENIR
    FRUITVALE STATION di Ryan COOGLER

    CAMÉRA D’OR
    ILO ILO di Anthony CHEN présenté (Quinzaine des Réalisateurs)

    CINÉFONDATION

    PREMIER PRIX
    NEEDLE di Anahita GHAZVINIZADEH

    SEMAINE DE LA CRITIQUE

    GRAND PRIX NESPRESSO e PRIX REVELATION FRANCE 4
    SALVO di Fabio GRASSADONIA e Antonio PIAZZA

    GIURIA ECUMENICA

    MIGLIOR FILM
    LE PASSÉ (The Past) di Asghar FARHADI

    MENZIONE SPECIALE
    EX-AEQUO: MIELE di Valeria GOLINO e SOSHITE CHICHI NI NARU (Like Father, Like Son) di KORE-EDA Hirokazu

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    Tutti pazzi per Rose: Nomen Omen

    L’esordiente francese Roinsard si affida ai classici senza scrupoli, e la passione per la leggerezza da commedia anni ’50 lo premia.
    3stelle

    Non tutti gli stereotipi vengono per nuocere, si potrebbe dire. A maggior ragione per un film del genere, visto all’interno di un Festival di cinema (quello di Roma) e pensato in previsione di una uscita cinematografica.
    Una commedia semplice, costruita su uno spunto impensabile anche se non su una struttura di qualche originalità. Tutti pazzi per Rose (in originale Populaire), in uscita il 30 maggio, ruota intorno a un meraviglioso e splendidamente ‘fifties’ concorso di dattilografia, trovata seconda solo a quella geniale di Butter di Jim Field Smith.
    I sogni da segretaria su emancipazione, imprenditoria moderna, amore romantico e realizzazione di sé sono esattamente quelli che potreste aspettarvi. A questo si aggiungano una bionda e dolcissima Déborah François (7 anni dopo l’esordio di L’Enfant dei Dardenne premiato a Cannes) e un belloccio e versatile Romain Duris (Il truffacuori) – per tacere della splendida Bérénice Bejo, nei panni della cattiva di turno – e l’esordio di Régis Roinsard finisce per regalare più di un sorriso.
    Gli scricchiolii si avvertono, anzi, quando si cerca di dare una cornice storica (la Grande Guerra, la Resistenza…) e psicanalitica ai rapporti.
    Meglio ignorare i dettagli, quindi, e godersi la favoletta di questo pigmalione moderno, ché lo spirito nazionale della produzione d’origine potrebbe far storcere il naso ai nostri connazionali più permalosi nel vedersi rappresentati come poco sportivi e troppo temperamentosi (ovviamente, poi, ci sono anche gli statunitensi affaristi e i francesi romantici)…

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    Stefano Sardo, dentro lo Slow Food

    Stefano Sardo, sceneggiatore di professione, da sempre vicino al movimento nato da Carlo Petrini; c’è lui alla regia del documentario su una figura unica e carismatica come quella del creatore di Slow Food. Ma le loro storie sono intrecciate da sempre, e questo film lo racconta. Insieme a molte altre cose, che ci riguardano.

    Da dove nasce la scelta di questo progetto, dal lungo rapporto tra la famiglia Sardo e Slow Food?
    Nasce dal fatto di avermelo proposto. Forse io ero naturalmente desitinato a farlo, sia perché racconto storie per lavoro, sia perché sono nato li, a Bra, dove tutto è nato. Avevo una certa naturalità con l’argomento; per me lo Slow Food è di casa.
    Proprio per questo, probabilmente, quando me l’hanno proposto ho avuto un attimo di resistenza. E’ come quando ami la tua famiglia ma non necessariamente vuoi passarci del tempo. E’ stato un po’ come andare in analisi. Ho cercato di trovare dentro questa storia le caratteristche più interessanti, ma mettendomi al di fuori della mia stessa storia.
    Quando ho poi accettato la proposta di Ines Vasilijevic mi sono tovato a prensare di dirigerlo, nonostante io sia uno sceneggiatore. Ed è stato come aprire i cassetti delle foto di famiglia.
    Petrini, e tutti gli altri, sempre stati una minoranza, vistosa ma pur sempre una minoranza; e io – facendone parte – non me ne ero mai accorto. La loro è anche una storia di perseveranza, di costanza. Lo stesso Slow Food, ancora 15 anni fa, non era per niente bene accetto nemmeno a Bra. C’è voluto tempo perché la città li accettasse.

    E come è successo poi? Da dove è nato questo cambiamento?
    Semplicemente, a un certo punto si sono arresi. Li hanno presi per sfinimnento. Finché l’ennesimo sindaco democristiano ha accettato di fare ‘Cheese’; forse quella è stata la svolta.

    Come regista, invece, che chiave hai scelto per questa storia?
    Credo di aver tovato un modo di raccontare che non fosse pomposo, o solenne. D’altronde ho sempre avuto una ammirazione e tanta simpatia per come Carlo ha gestito la propria immagine e questa popolarità crescente.

    Una crescita che continua, dopo 25 anni; difficile contenerla in poco più di una ora. E’ stato duro scegliere?
    Ci sono tante cose che avrei voluto raccontare, ma tanto materiale è rimasto ancora da montare. Avevamo in tutto 48 interviste, più tutto il materiale di archivio. E’ stato un lavoro lunghissimo nel quale è stata fondamentale la costanza tutta femminile di Severine Petit nella ricerca e la documentazione. E poi il lavoro di montaggio di Stefano Cravero.
    Personalmente avrei voluto raccontare di più del contesto politico, ma così la storia aveva già un suo equilibrio. Mi sarebbe piaciuto aggiungere altre voci contrarie, ma creare un dibattito cosi compresso rischiava di apparire superficiale.
    Sono contento di come è venuto: un film conviviale.

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    Miele: Live and Let Die

    Miele non è certo il primo film a parlare di certi temi, ma certo quello di Valeria Golino è un esordio che si fa notare e che va ad aggiungersi al novero dei film sulla ‘dolce morte’ da non scartare per  qualità o qualunquismo…
    3stelleemezzo

    E’ sempre un merito, per un film, soprattutto se incentrato su un tema controverso, l’essere capace di raggiungere più persone e offrire loro spunti non ideologici di riflessione. Ancora di più se il film è di un regista esordiente.
    Certo, in questo caso, considerare Valeria Golino un’esordiente dopo 30 anni di carriera come attrice, ma l’insidia di realizzare un racconto retorico, banale e buonista, come anche crudo oltre il necessario o artatamente toccante era forte, a prescindere dall’esperienza raccolta. E invece, si riesce a parlare di assistenza al suicidio (più che dolce morte, o ‘semplicemente’ Eutanasia) con una misura che nasce dall’empatia.
    Qualche leggerezza, o qualche scelta potrà essere non condivisibile, ma si conceda licenza all’artista e alla sua sensibilità, anche in considerazione del grande impegno che traspare dalle scene, forti di uno studio delle location e una selezione musicale quasi maniacali, da vera esordiente.
    Un gran lavoro, evidente anche nella selezione e rilettura fatta a partire dal libro originario – A nome tuo (Einaudi) – reso diverso dalla sua derivazione, in punti e maniere anche sostanziali. A partire dalle caratterizzazioni dei due personaggi principali, ben sostenuti dalle interpretazioni di Jasmine Trinca e Carlo Cecchi, qui strumenti di vita e non di morte, in cerca di speranza e non manifesti di disperazione.
    Una positività di fondo che potrà trovare chi, come la regista, in partenza, si avvicinerà al tema senza pregiudizi o dettami (spesso solo formalmente) etici, e senza cercare una provocazione che non c’è, abbracciando invece la possibilità di cui è permeato.

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    Far East Festival 2013: Gelso d’Oro alla Corea

    Al Far East Festival 2013 l’irresistibile commedia How To Use Guys With Secret Tips di Lee Won-suk si è aggiudicata, a furor di popolo, il Gelso d’Oro 2013.
    Sul podio anche la Thailandia e Hong Hong.

    Il pubblico del Far East Film Festival non ha avuto dubbi: il Gelso d’Oro 2013 non poteva che andare alla Corea del Sud per l’irresistibile commedia How To Use Guys With Secret Tips! Cultura pop al quadrato (anzi: al cubo) e un regista, il simpaticissimo Lee Won-suk, diventato l’idolo degli spettatori!
    Sul secondo gradino del podio, con pochi voti di scarto, si è piazzato il geniale thai pulp Countdown dell’esordiente Nattawut Poonpiriya (ed esordisce, va detto, anche la Thailandia, finora mai premiata!), mentre il raffinato biopic Ip Man – The Final Fight di Herman Yau (vecchio e caro amico del FEFF) ha garantito la medaglia di bronzo ad Hong Kong.
    Il Gelso Nero degli accreditati Black Dragon ha invece raggiunto Taiwan, per il dramma Touch of the Light di Chang Jung-chi, mentre i web-giurati hanno preferito l’eccentrico It’s Me, It’s Me del giapponese Satoshi Miki, accompagnato sul palco del Teatro Nuovo (per la gioia delle ammiratrici di mezzo pianeta) dal pop idol Kamenashi Kazuya.
    Dopo gli applausi calorosi della Closing Night, dunque, è tempo di bilancio per Far East Film 15. Un’edizione che, a dispetto dei massicci tagli subiti, è riuscita ancora una volta a tagliare il traguardo in rigoroso FEFF style, tra sold out, file chilometriche ed eventi speciali: dalla consegna del Gelso d’oro alla carriera al gigante sudcoreano Kim Dong-ho, uomo di pace e di cinema, fino alla storico (davvero storico) incontro con l’attrice Hang Jong Sim e la produttrice Ryom Mi Hwa, giunte a Udine direttamente da Pyongyang per presentare la favola nordcoreana Comrade Kim Goes Flying.
    Le cifre? Il festival udinese ha sostanzialmente raggiunto e confermato le soglie del 2012, rispondendo con forza alla drastica riduzione del budget: 50 mila spettatori in sala, 1200 accreditati (le provenienze coprono 16 nazioni), 100 mila euro d’incasso (tra sbigliettamenti e accrediti). Diverse migliaia, inoltre, le persone messe in circolo dal fitto calendario delle attività collaterali, culminate nell’affollatissimo Far East Cosplay Contest del 25 aprile.
    Lasciando parlare ancora le cifre: il bookshop ha venduto 2000 pezzi (tra libri, t-shirt, poster, Dvd, gadget), il sito ufficiale ha superato ancora una volta i 50.000 visitatori unici da metà aprile e la pagina ufficiale su Facebook ha sfondato il tetto dei 10 mila iscritti; oltre ai 50.000 spettatori totali registrati da questa quindicesima edizione.
    Anche quest’anno, dunque, Far East Film ha potuto contare sul supporto di un pubblico davvero fedelissimo (europeo e internazionale) composto da giornalisti, critici, studenti di cinema, esperti, addetti ai lavori e, soprattutto, gente che ama le visioni d’Oriente. Senza, ovviamente, dimenticare il prezioso contributo degli oltre 150 volontari che hanno affiancato lo staff.
    Ancora un bilancio da incorniciare, dunque, sia in termini quantitativi che qualitativi: il valore del programma è stato ampiamente certificato da nomi e titoli già iscritti all’albo d’oro del nuovo cinema asiatico!

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    Italian Dvd & Blu-ray Awards 2012: la Warner sorride

    Italian Dvd & Blu-ray Awards 2012
    SHERLOCK HOLMES GIOCO DI OMBRE, miglior Dvd
    DIAZ miglior Dvd Italiano, ACAB miglior Blu-ray

    Roma, 29 aprile. Il mondo del cinema e dell’home video  si son dati appuntamento alla Casa del Cinema di Roma per l’assegnazione dei prestigiosi Italian Dvd & Blu-ray Awards, giunti quest’anno alla decima edizione e scelti tra i titoli posti in vendita da gennaio a dicembre 2012.

    Alla  festa che ogni anno premia l’eccellenza del cinema in casa erano presenti attori, produttori, registi, editori multimediali e distributori.
    La serata ha avuto come  madrina l’attrice Regina Orioli e ed è stata condotta dal giornalista Francesco Castelnuovo. I premi sono stati assegnati da una  Giuria composta da Alessia Barela, Urbano Barberini, Vinicio Marchioni, Paola Minaccioni, Eva Riccobono, Alessandro Roja e dal presidente Claudio Masenza.

    Agli abituali riconoscimenti si sono aggiunti il premio assegnato dal mensile Ciak, quello degli utenti del web ed i premi assegnati dalla FAPAV a chi si è particolarmente distinto in difesa dell’antipirateria: Forze dell’ordine, attori e registi come Giuseppe Tornatore.

    In occasione del decennale della manifestazione, sono stati anche assegnati Premi ai migliori Dvd/Blu-ray italiani del decennio.

    Questi i vincitori:

    MIGLIOR DVD
    Sherlock Holmes gioco di ombre
    (Warner Home Video)

    MIGLIOR DVD ITALIANO
    Diaz
    (Fandango)

    MIGLIOR DVD CLASSICO
    C’era una volta in America
    (Warner Home Video)

    MIGLIOR DVD DOCUMENTARIO
    La guerra dei vulcani
    (Cinecittà Luce)

    MIGLIOR DVD SERIE TV
    Il trono di spade
    (Warner Home Video)

    MIGLIOR BLU-RAY
    Il cavaliere oscuro – il ritorno
    (Warner Home Video)

    MIGLIOR BLU-RAY ITALIANO
    ACAB
    (01 Distribution)

    MIGLIOR BLU-RAY CLASSICO
    Il buio oltre la siepe
    (Universal Pictures Home Video)

    MIGLIOR BLU-RAY ANIMAZIONE
    Madagascar 3
    (Universal Pictures Home Video)

    MIGLIOR BLU-RAY Cofanetto/Edizione speciale
    Alfred Hitchcock Masterpiece Collection
    (Universal Picture Home Video)

     

    Premi speciali

    Premio Speciale Dvd Academy
    a
    FRANCA VALERI

    Premio Speciale Dvd Academy
    a
    RARO VIDEO

    Premio Speciale Dvd Academy
    al mensile di cinema
    CIAK

     

    Premi del Decennale 

    Migliori Titoli in Dvd/Blu-ray
    GOMORRA
    di Matteo Garrone (01)

    IL DIVO
    di Paolo Sorrentino
    (Luky Red)

    BAARIA
    di Giuseppe Tornatore
    (Medusa)

     

    Premi Ospiti

    Premio CIAK
    BOND 50  (20th Fox)

    Mymovieslive! Awards
    I COLORI DELLA PASSIONE
    di Lech Majewski  (Cecchi Gori H.V.)

    info su Giuria, Nomination ed immagini della premiazione sono scaricabili dal sito  www.italiandvdawards.it

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    Michele Placido, dalla Francia col Polar

    Il Cecchino dovrebbe arrivare nelle nostre sale nella Primavera del 2013, ma Michele Placido già parla di prossimi progetti e suggerisce…
    Ancora un cattivo, ancora una regia, come mai in Francia?
    Essendo io un professionista, sono stato chiamato, molto semplicemente, da Fabio Conversi che dalla Francia distribuisce spesso film italiani e ha costruito questa operazione con una delle maggiori case di distribuzione, Canal Plus. Così stavolta ho girato un film del quale non ho scritto un rigo, nel bene o nel male. Tutto nasce dal successo avuto da Romanzo Criminale in Francia, ovviamente, successo che ha attratto anche attori come Auteil o Kassovitz, che ho trovato sul set, ma che ho diretto, questo sì, assolutamente in base alle mie sensazioni.
    Ma il contatto con i cugini è più ampio…
    Avevo altre propste da distributori francesi, ma ho scelto questo progetto che sentivo più vicino, e amavo. Anche per la memoria di certi autori e attori della mia giovinezza. Da Lino Ventura a Audiard padre o Alain Delon… riferimenti comuni, evidentemente, anche ai due giovani sceneggiatori, che hanno suggerito il mio nome e che erano sempre molto attenti sul set. Possiamo dire che il film è metà degli sceneggiatori e metà del regista, che poi deve adattarsi per rispettare le necessità produttive per le quali si viene scelti.
    C’è una morale nel film? Come dicevamo, non sarà un caso se i cattivi sono sempre così centrali nei suoi film…
    In questo caso, un po’ era tutto scritto già nella sceneggiatura. Ma, in fondo, il tema ha radici antiche… In questo momento io sto facendo Re Lear a teatro, e anche lì la parte oscura dell’uomo viene fuori, soprattutto in alcuni personaggi, che starebbero benissimo in un film di Tarantino, come Edmond o le figlie.
    Noi vogliamo cercare i buoni, mantenere la speranza, ma in un Polar forse si è più aderenti alla realtà che nella commedia, che non la rispecchia… basta guardare il mondo per vederlo.
    Io personalmente mi trovo bene con questa tipologia di film; particolarmente in questo caso, in cui – più che parlare di morale o di aspetti politici – ho trovato interessante il tema degli ex militari francesi e occidentali che tornati dalle zone di guerra finiscono con il diventare rapinatori…
    Si trova bene a fare il regista migrante? O è solo verso la Francia…?
    L’Italia, negli ultimi anni è stata teatro di grandi storie, molto interessanti, soprattutto se pensiamo alla cronaca giudiziaria e politica e ai collegamenti tra stato e mafia; temi dei quali non si vede abbastanza nel nostro cinema. E invece dovrebbe essere quasi un dovere per noi. Se partisse un progetto così, io e tanti altri italiani ci metteremmo volentieri in gioco. ma sembra esserci una sorta di autocensura dalle nostre parti. Se ci si desse la possibilità, io resterei molto volentieri qui a lavorare. Magari, senza essere timidi e parlando chiaro, su un film su dell’Utri, che negli Usa avrebbero già fatto. Credo sarebbe un soggetto interessante, lui come altri messi sotto osservazione da qualche anno e arrivati tanto a sedere in Parlamento quanto a essere tacciati di disonestà, a prescindere dalle colpe, ma in quanto personaggio, anche per esplorare le motivazioni che l’anno messo sotto i riflettori e portato all’attenzione dei giudici.
    Più in generale, è attraverso la cultura che va fatta questa analisi, proprio per non restare nell’ambiguità. Per dare un segnale, etico, civile, per mostrare la voglia di ricominciare e per dare un segnale ai giovani.
    E invece cosa farà ora?
    Una storia d’amore, tratta da un testo teatrale del 1916 di Pirandello. La storia dell’amore tra una maestra del conservatorio e un signore che lavora in un negozio di alimentari, di delicatessen, ma una vicenda comunque con una sua violenza di base, proprio per il lato oscuro della donna, che dopo esser stata violentata scopre di essere incinta e, nel suo delirio femminile, decide di tenere il bambino e farlo accettare al marito. Dovrebbe essere ambientato in una città francese, forse a Lione – che amo, ha una gastronomia eccezionale ed è una città molto colta – ma comunque in Francia, dove ci sono più soldi. Io sarò solo regista, ma la produzione ha chiesto la Bejo come attrice… Speriamo.
    Mi piacerebbe però realizzare in francia anche del cinema italiano; lì sono molto attenti al nostro cinema, a quello di Garrone, di Moretti, di Sorrentino. Perché non iniziare a programmare una cinematografia italo-francese? Prendetelo come un invito, da parte mia…

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