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    SiciliAmbiente V Documentary Film Festival

    La quinta edizione del SiciliAmbiente Documentary Film Festival, organizzato dall’Associazione Culturale Cantiere7 e Demetra produzioni si svolgerà a San Vito Lo Capo (Tp) dal 9 al 14 luglio 2013.

    Il rilancio di una politica attenta al rapporto tra uomo ed ambiente e la crescita di una coscienza critica del pubblico sullo sviluppo sostenibile attraverso lo strumento dell’audiovisivo e in particolare del documentario d’autore sono il cuore del festival.
    Ma anche portare il cinema dove non c’è è una mission del festival: a San Vito Lo Capo non esistono infatti né cinema né arene.

    Il concorso del SiciliAmbiente Documentary Film Festival è rivolto a documentaristi e cineasti che hanno realizzato opere sullo sviluppo sostenibile e dei diritti umani ed attenti all’introduzione di elementi di innovazione nella struttura narrativa.

    Nel corso degli anni il festival ha visto crescere la partecipazione del pubblico, sia durante le proiezioni delle opere sia durante le attività collaterali organizzate nell’ambito del festival. Anche il livello di partecipazione degli autori in concorso è cresciuto negli anni, con opere provenienti non solo dal territorio nazionale ma anche dal resto del mondo.
    Ben 254 le opere selezionate lo scorso anno.
    Negli anni SiciliAmbiente – diretto dal regista Antonio Bellia (tra i suoi documentari Il Santo Nero, Crimini di pace, e Peppino Impastato: storia di un siciliano libero) – ha ospitato molti esperti sia del cinema sia della cultura e della scienza, particolarmente impegnati nel settore dello sviluppo sostenibile. Ciò al fine di portare testimonianze dirette e incrementare la sensibilità dei cittadini sulle tematiche ambientali. Tra gli ospiti si ricordano il fisico Antonino Zichici, i registi Marco Bechis, Daniele Incalcaterra,  Mario Balsamo,  Maurizio Sciarra, il musicista Gianni Gebbia, gli attori David Riondino e Blas Roca Ray.

    CONCORSO

    Tra i titoli del concorso documentari COAL RUSH – La corsa al carbone racconta di uno dei peggiori disastri di contaminazione dell’acqua potabile negli USA in una contea carbonifera della West Virginia, e segue per vari anni le peripezie della causa legale con cui una piccola comunità ha portato in giudizio Massey Energy, un colosso del carbone americano.

    NYUKURIA NEYSON – Nuclear Nation è incentrato sull’esilio degli abitanti di Futaba, comune della regione che ospita la centrale nucleare di Fukushima. Dal 1960 Futaba aveva ricevuto promesse di prosperità con agevolazioni fiscali e maggiori sussidi per compensare la presenza della centrale.

    GOLD FEVER, in anteprima europea, testimonia l’arrivo della multinazionale Goldcorp Inc. presso le comunità Maya Mam di San Marcos in Guatemala.

    DER LETZTE FANG – The last catch sulla pesca indiscriminata del tonno e sulla ricaduta sul lavoro dei piccoli pescatori.

    Ancora pesca al centro de IL LIMITE, in cui la vita quotidiana dell’equipaggio di un peschereccio d’altura siciliano diventa specchio del presente e della crisi, che produce effetti sull’intera esistenza dei pescatori.

    EL IMPENETRABLE di Daniele Incalcaterra segue le disavventure dello stesso regista che, erede di 5 mila ettari di foresta vergine nel Chaco paraguaiano, decide di restituire la terra alla Terra al suo popolo originario, i Guaranì Ñandevas. Una meta che s’allontana durante le riprese, fino a rivelarsi un sogno irrealizzabile.

    In anteprima italiana LES HIMBAS FONT LEUR CINEMA (The imbass are shooting) in cui, un gruppo di uomini e donne Himbas (Namibia del nord) di tutte le età, hanno deciso di girare un film per mostrare chi sono e come vivono, inserendo momenti chiave della loro storia, della loro vita quotidiana, cerimonie e legami ancestrali, le attrazioni e i pericoli della modernità, cambiamenti forzati o decisi da loro.

    MOBILITA’ SOSTENIBILE

    Tra i titoli dedicati alla mobilità sostenibile L’UOMO CHE SEMBRAVA UN TAXI è incentrato sulla figura di un tiratore di risciò dell’altopiano in Madagascar viene seguito nel corso della sua giornata tipo. Il documentario sostiene l’iniziativa “adotta un pousse pousse” per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di questi uomini.

    Ne L’INSOSTENIBILE BELLEZZA DELLE EOLIE un tandem che attraversa le strade più strette e ripide delle isole Eolie da cui i cittadini dell’arcipelago raccontano le storie delle isole. Il prete, il sindaco e il Re, ovvero Giorgio Armani, ospite fisso di Stromboli. A guidarli un giornalista, Maurizio Guagnetti, e Davide Bombini, il suo compagno di viaggio. La pedalata racconta le difficoltà di un paradiso terrestre che ha rinunciato a pezzi importanti della sua storia e della sua economia.

    THE MAN WHO LIVED ON IS BIKE di  G. Blanchet, un corto canadese  di appena 3 minuti che ha vinto numerosi premi in tutto il mondo.

    CORTI

    Tra i cinque corti di fiction e documentari selezionati, proviene da Terrasini LA MEMORIA DEL MARE che racconta il passato e il presente della pesca in Sicilia seguendo le giornate di Filippo Castro, costruttore di modellini di barche tradizionali, e della piccola comunità di pescatori, tra gli ultimi a praticare la piccola pesca utilizzando metodi tradizionali, come la lampara, la fiocina e il cianciolo.

    ANIMAZIONE

    La sezione animazione è composta da 16 animazioni provenienti da numerosi paesi del mondo (Israele, Francia Spagna, Svizzera, Usa, Polonia, Germania, Canada, Italia).

    EVENTI SPECIALI E COLLATERALI

    Sono in programma anche alcuni eventi speciali: in collaborazione con Amnesty International proporrà una serata loro campagna sui ROM; domenica 14 luglio è previsto un incontro con Fernando Vasco Chironda, coordinatore Campagne di Amnesty, e uno spettacolo teatrale dal titolo VOLISMA di Sara Aprile (spettacolo nato dalle interviste-dialoghi con alcune donne rom incontrate in strada e nel campo tollerato di via ortolani ad Acilia sud (Roma), patrocinato da Amnesty International e dall’Associazione 21 luglio.

    Sabato 13 luglio l’evento con Greenpeace prevede la presenza di Chiara Campione, responsabile  campagne foreste, che presenterà la campagna THE FASHION DUEL, promossa per chiedere alle case di moda di ripulire le proprie produzioni tessili, con la visione del cortometraggio IN THE SHADOWS OF POLLUTION.

    Tra le iniziative collaterali del festival anche la mostra fotografica delle opere di Tano Siracusa dal titolo “Con i suoi occhi”; presentazione di libri a cura della casa editrice palermitana Navarra Editore alla presenza degli autori; il laboratorio-mercato di artigianato del riuso e di prodotti eco-compatibili. Durante l’intera durata del festival, le strade di San Vito Lo Capo saranno decorate e arredate con opere di design sostenibile realizzate con materiali di riuso

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    Michael Reaves, Neil Gaiman e i vampiri

    Scrittore e sceneggiatore, a Michael Reaves dobbiamo l’esordio come attore del grande Neil Gaiman. Evento che vedremo in Blood Kiss, un film di vampiri molto lontano da essere ‘solito’ nato anche grazie alla raccolta fondi realizzata (con successo) sul sito KickStarter… Come ci racconta lui stesso.

    Un Noir ‘di vampiri’, da dove viene una storia ‘classica’ come questa?
    Film noir, detective stories e di vampiri hanno molto in comune. Hanno tutti radici profonde che affondano nei film espressionisti tedeschi degli anni ’30 e ’20. Caligari, Nosferatu, M, avevano tutti i disegni e motivi molto simili. Fondamentalmente si sono divisi sulla questione del realismo: il detective privato è passato per essere il miglior esempio di razionalità; gli aspetti soprannaturali non gli si adattavano. Ci sono sempre delle eccezioni, naturalmente: come “Ghostbreakers”, una commedia, realizzata sorprendentemente bene, in gran parte grazie allo stile di ‘codardia comica’ di Bob Hope, un ottimo ponte tra i due generi.

    E da quale passione, o sogno, personale?
    Per lo più, se non completamente, da un amore per i film di genere e le messe in scena stilizzata dei film noir. Volevo vedere quanto a fondo avrei potuto combinare i topoi del genere mistery/occhio privato con quelli dell’horror/vampiresco.

    E’ stato difficile coinvolgere gli Studios nella produzione?
    Quando ho finito Blood Kiss e l’ho dato al mio agente, l’ha letto e appena ha preso fiato mi ha assicurato che gli era piaciuto, poi subito dopo ha aggiunto che non avrebbe potuto venderlo. Sembrava che, in quel momento, in questa città non si potesse tirare un sasso senza colpire uno scrittore con un copione sui vampiri, il tipo frizzante, ammiccante e romantico, naturalmente. Sembrava che, anche se avessi piazzato Blood Kiss presso uno degli Studios, sarebbe finito probabilmente su una mensola a raccogliere più polvere di Kharis la Mummia mentre si struggeva per la principessa Ananka.

    Impossibile non chiederlo, perché dunque un altro film di vampire?
    Beh, che ne dite di persone normali, invece di eccessivi conti transilvani? Forse perché non ricordano costantemente alle loro vittime che “Il sangue è vita”, hanno un certo senso dell’umorismo su se stessi. Non posso commentare lo stile “Twinkleteeth” dei vampiri, perché non ne ho visto nessuno.

    E cosa c’è di nuovo, o diverso, in questo?
    La differenza principale è che non c’è niente di soprannaturale in questi vampiri. Non possono trasformarsi in pipistrelli o lupi, né hanno alcun problema con croci, specchi, e simili. Hanno reazioni da shock tossico ad argento e luce del sole, ma tutto è spiegato in termini di biologia.

    Di certo, di nuovo c’è l’esordio attoriale di Neil Gaiman, splendido creatore e scrittore anch’egli… Come l’avete coinvolto?
    Con Neil siamo amici da circa 20 anni. Di tanto in tanto gli chiedo il suo parere su cose cui lavoro, e questo script è stato uno di quei casi. Gli è piaciuto, ed è stato solo allora che mi son reso conto che sarebbe stato perfetto per la parte di Julian. Così gliel’ho chiesto. Lui ha borbottato, ha esitato e ha detto: “Ti rendi conto che non ho mai recitato prima?”; “Neil, hai interpretato te stesso per tutta la vita”, gli ho risposto. Non ha potuto che ammettere che fosse “assolutamente vero”.

    Un film nato grazie anche alla raccolta fondi online, sul sito kickstarter, sarebbe stato diverso con una produzione diversa?
    Molto probabilmente, ma sicuramente avrebbe richiesto molto più accattonaggio e suppliche.

    Si è appena aggiunta anche Whoopi Goldberg, avete dovuto aspettare di raggiungere una certa cifra?
    Whoopie è una incredibile sostenitrice delle arti. E’ stata uno dei nostri sostenitori e ha detto alcune cose talmente gentili che non mi sento di ripeterle…

    A questo punto, chi vorrebbe avere o state cercando di convincere dopo di lei?
    In questo momento ho un paio di nomi in mente, ma sono costretto a tacere su di loro fino a quando avremo finito la campagna e saprò a che punto saremo finanziariamente.

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    Il ritorno di Mira Nair

    Aveva vinto il Leone d’Oro nel 2001, poi un decennio di quelli che restano nella storia. Ora Mira Nair torna con Il fondamentalista riluttante, un film che dopo aver aperto lo scorso Festival di Venezia, sbarca in sala dal 13 giugno.

    Un film che è anche un percorso di riconciliazione per lei?
    Io sono una figlia dell’India moderna, ma sono stata cresciuta da un padre di Lahor prima della divisione. Quelle sono la mia cultura e il mio linguaggio. Ho visto il Pakistan per la  prima volta solo 6 anni fa. Forse per questo volevo raccontare la storia della nazione diversamente, non dal punto di vista della divisione o come un Paese colpito da terrorismo e corruzione. Un altro livello di ispirazione importante è stato quello del libro. Ha aperto una finestra sul Pakistan moderno e sul dialogo tra Est e Ovest. Vedevo ‘Il Fondamentalista Riluttante’ come un possibile ponte per superare la miopia e gli sterotipi, il muro degli ultimi decenni nel dialogo tra Usa e Medioriente. Ovviamente, avendo vissuto più in Occidente e a New York che in India, la mia posizione era privilegiata, come per molti attori che hanno partecipato al progetto. Ma ho realizzato che proprio questa troupe aiutava a dare l’idea dell’alternanza dei due mondi.

    I due personaggi però mantengono i propri muri…
    L’approccio del film era quello di aprire un dialogo. I due protagonisti possono parlare tra loro anche se c’è tristezza nel loro dialogo. Io credo che i due sarebbero intimamente e spontaneamente connessi se non ci fosse il contesto a dividerli.

    Di quel 2001, dopo il Leone d’Oro appena vinto per Moonsoon Wedding, cosa le rimane?
    Ricordo che ero contenta, appena arivata a Toronto per il festival. E’ stato uno shock profondo, perché venendo da New York avevo mio marito e mio figlio lì in quel momento, come anche una mia cara amica. La mia preoccupazione era per ciò che poteva succedere alle persone che amo. C’è voluta una settimana prima di riuscire a comunicare con loro o tornare a casa. Quel che vedevo assomigliava alle immagini che avevo visto nella mia parte del mondo, ma stavolta succedeva dietro casa. Mi disturbava sentire improvvisamente la sensazione di diversità e alterità anche con persone con le quali condividevo la vita in città. Questa sensazione ha influenzato molto tutti noi, come persone, e l’autore del libro

    Che accoglienza si aspetta negli Usa?
    Spero il pubblico segua lo spirito che il film rappresenta. Un film fatto da persone che capiscono davvero cosa sia lo spirito statunitense e amano quel Paese. Una conversazione che supera i pregiudizi che ci contaminano nella stampa e nella politica. Spero che il pubblico trovi la sua connesione nella propria vita; siamo persone che viaggiano tra questi due mondi di continuo e credo che, a differenza di quanto detto da Bush – ‘o con noi, o contro di noi’ -, ci sia un posto intermedio, quello di un mondo che non vuole la guerra ad ogni costo. Una voce che possa porsi come via.

    Non crede che manchi proprio l’aspetto religioso del fondamentalismo nel film?
    No, anzi una idea importante è che questo è sviluppato in parallelo al fondamentalismo economico di Wall Street. Vediamo come quando Changen torna in Pakistan diventi preda di chi pensa sia tornato per servire una certa ideologia e lo vuole come motore del terrore. Lui rifiuta, perché vede lo stesso fondamentalismo nei due mondi.
    Il film adotta una visione laica e viene dall’osservazione di un mondo che esiste in Pakistan e nel continente e non riflette solo sugli aspetti religiosi, come spesso oggi i media riportano. Non ignora il terrore ma non gli appartiene, e appartiene a una tradizione secolare laica.

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  • Il fondamentalista riluttante: Da Rizvan a Changez

    Mira Nair è sempre lei. Narrativa, descrittiva, poco conclusiva. Ma la storia resta interessante, nonostante le (troppe) modifiche nel passaggio dalla pagina allo schermo.
    3stelle
    Chi avesse letto il libro di Mohsin Hamid e si avviasse a voler scoprire come il lungo affettato ed elegante monologo-dialogo fosse stato rappresentato sullo schermo da una delle registe indiane più acclamate e premiate della storia (contemporanea), abbandoni le proprie aspettative. Le licenze sono molte e forti, e lo spirito – per quanto cast e crew si affannino a sostenere sia rimasto al centro del progetto – sembra davvero difficile da ritrovare in questo articolato e anomalo spy movie, Il fondamentalista riluttante in sala dal 13 giugno distribuito da Eagle Pictures.
    Come spesso le accade, Mira Nair sembra più attenta al piacere di descrivere un mondo o il mondo del suo protagonista che alla necessità di dare un equilibrio al racconto o una conclusione ritmata allo stesso. Per quanto possa sembrare strano, lo stesso autore del libro ha collaborato al trattamento cinematografico, nel quale alla linea narrativa originaria, sicuramente la più interessante e piacevole, si sovrappone quella più ‘action’, evidente concessione al mezzo sfruttato e alla destinazione dell’opera (la sala).
    L’11 settembre visto dal Medio Oriente, e non dal Khan/Forrest Gump del 2010 di Karan Johar, ma da un personaggio più sfaccettato, integrato e occidentalizzato, critico e riconoscente, ma insieme refrattario e capace di autodeterminarsi in maniera originale – almeno per questo tipo di film – fino alle estreme conseguenze.
    L’esame di punti di vista diversi e diversamente strumentalizzati su singoli e semplici episodi e la presa di coscienza di una impotenza globale (“dopo il 2001 hanno preso posizione per me”) da superare solo attraverso amore e profitto, colonne friabili su cui basare una esistenza sono elementi nuovi e vecchi insieme di quel razzismo ‘post 9/11’ che sembra sposato o completamente ignorato a posteriori.
    Vedremo se il fazioso Occidente riuscirà a riconoscere la pluralità dei fondamentalismi qui stigmatizzati e sfuggiti e avrà l’onestà intellettuale di vedere il reciproco di ciò che è stato tanto demonizzato, in nome della verità, del rispetto e della libertà.

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    Cinema in corso… Sul set Spaak, Centomani e altri

    L’estate è la stagione dei set per eccellenza, si sa, ma per non trovarsi a disputarsi le location migliori o a dover rinunciare ad alcuni professionisti troppo richiesti, in molti ormai cercando di anticipare i tempi.
    E’ il caso di due produzioni italiane, molto interessanti, già al lavoro su film che vedremo prossimamente e che si aprono al coinvolgimento di quanti siano interessati a casting estivi…
    Vediamoli nel dettaglio:

    Una rara malattia degenerativa del sistema nervoso centrale che si manifesta negli adolescenti, l’ATASSIA, è al centro della storia vera raccontata nel film L’Aquilone di Claudio dal regista esordiente Antonio Centomani  che ha vissuto come volontario il dramma di molti ragazzi e delle loro famiglie.
    “L’idea di questo film – dichiara Centomani – nasce dal mio incontro nel 2001 con dei ragazzi affetti da questa rara malattia e in tutti questi anni ho assistito al progressivo peggioramento della patologia in bambini che erano completamente sani all’apparenza. Ho seguito come volontario la loro lotta e voglio raccontare il disagio, la sofferenza e il disorientamento di una famiglia che dai primi sintomi del figlio piccolo passa anni di ospedali e studi medici senza che si arrivi ad una diagnosi precisa. Fino a quando i sintomi della malattia diventano sempre più evidenti e si rendono conto che il figlio, ormai adolescente, non riesce più ad essere autonomo”.

    In questi giorni il regista sta facendo il casting dei ragazzi per trovare il protagonista sia bambino che adolescente, insieme a Rita Statte di Accademia Artisti anche coproduttrice del film.
    Sono in fase di definizione anche i ruoli dei due genitori, entrambi quarantenni,  mentre è confermata la presenza di Milena Vukotich nel ruolo di una clochard che vive nel parcheggio dell’ospedale e sarà testimone con occhi attenti e sensibili del dramma dei personaggi.
    Le riprese si svolgeranno a Roma in agosto. Produzione Kite Production s.r.l e Accademia Artisti.

    Dal successo tv del family ‘Un medico in famiglia’ al cinema horror: un salto acrobatico per Catherine Spaak, Alessandro Tersigni e Alessia Agrosì protagonisti dell’horror movie Le mille e una morte attualmente in preparazione.
    Prodotto anche questo da Rita Statte con Accademia Artisti,  rinomata scuola di recitazione della capitale che si sta affermando come produzione, e diretto da Elisabetta Marchetti, il film si avvale anche della partecipazione di Sergio Stivaletti indiscusso maestro degli effetti speciali di fantasy e horror movies.

    Alessandro Tersigni sarà un regista di corti horror splatter, pazzoide e frustrato, che vive un rapporto morboso con la madre, Catherine Spaak e con la fidanzata, un’attricetta in cerca di successo interpretata dalla giovane Alessia Agrosì.  I suoi corti però non fanno abbastanza paura, questo almeno secondo la sua produttrice, che lo spinge ad essere più cruento e verosimile fino a portarlo alla realizzazione dei crudelissimi “snuff movies”, film in cui le protagoniste vengono torturate ed uccise veramente. Tre film e tre omicidi che lo trasformano in un serial killer sulle cui tracce si mette un poliziotto che si finge giornalista per smascherarlo  durante il festival dove finalmente il regista viene invitato con grande scalpore.

    In attesa di chiudere anche i ruoli della produttrice per cui si pensa ad Agnese Nano e del poliziotto, Rita Statte sta facendo i casting dei molti ruoli minori. Alcuni saranno assegnati agli allievi dell’Accademia più bravi, che avranno così la possibilità di mettersi alla prova ed entrare nel mondo del lavoro.

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    Ugo Gregoretti, a Bellaria rivive il mito RoGoPaG

    E’ un piacere incontrare Ugo Gregoretti, invitato d’eccezione al Bellaria Film Festival per presentare la proiezione di RoGoPaG e presiedere la Giuria del concorso Itallia Doc dell 31esima edizione della manifestazione dedicata ai documentari.
    Ideatore di Controfagotto e Il Circolo Pickwick, è stato autore e regista televisivo, teatrale, cinematografico, persino lirico, sempre con una grande ironia come cifra stilistica e una spiccata capacità di osservazione della nostra società. A Bellaria è stato anche l’Ospite d’Onore della serata conclusiva di premiazione, che prevedeva la proiezione dell’edizione restaurata di un classico del 1963, Ro.Go.Pa.G., film a episodi che affiancava Gregoretti a Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard e Pierpaolo Pasolini.
    E’ lo stesso Ugo, acciaccato (per una infiammazione del nervosciatico e per – come dice lui – uno sgambetto della moglie), ma lucidissimo e spiritoso, a raccontare quell’esperienza introoducendo il film, a partire dal titolo:

    Tre su quattro, Sono le sillabe iniziali degli autori – Ro per Rossellini, Go per Godard, Pa per Pasolini – dei tre episodi più il quarto, il mio, presente con la sola G. A me divertiva la cosa, anche perché io ero il più giovane in quella compagnia, e potevo accontentarmi anche solo di una consonante. Poi mi dicevano, pensando di dovermi consolare, che altrimenti sarebbe parso un ruggito: Rogopagrrrrrr! Poteva essere un fastidio per lo spettatore…

    Però in realtà questo titolo non era stato pensato, studiato, dagli autori…
    Era la sigla con cui il ragioner Taito della casa di produzione Arcofilm del produttre Alfredo Bini; siccome ancora non si sapeva quale sarebbe stato il titolo, ricorse al sistema che si usava sin da allora di dare un titolo provvisorio per fare tutte le pratiche al ministero. Non sapendo quale mettere, mise brraticamente le sillabe iniziali come su un documento assoluamente privo di qualsiasi appeal artistico. Poi una volta Rossellini venne, che già avevamo cominciato a girare, e chiese cosa fosse questo Rogopag. Il ragioniere precisò che era una sigla provvisoria che aveva usato per poter avere il permesso di iniziare la lavorazione, ma Rossellini disse: ma questo è un titolo bellissimo, nuovo, innovativo! Altro che provvisorio!
    Il produttore si convinse, ma era così spaventato da questi tre mostri sacri, e mezzo, che non si sarebbe mai sognato di fare altrimenti.

    L’episodio di Pasolini è per altro alla base di un ulteriore nota storica sul titolo…
    La ricotta di Pasolini, con Orson Wells, diventato poi un oggetto di venerazione da parte dei cinephiles amanti del regissta, è un titolo ormai consacato, ma allora Pasolini ebbe un incidente. La destra più becera e violenta, in quel periodo, aveva preso l’abitudine di insultare, calunniare e diffamare Pasolini  perché era di sinstra ed era omosessuae. Quando uscì il film, una sedicente – e forse inesistente – organizzzione di padri di famiglia lo denunciò per vilipendio alla religione e altro, oltre a tutte le calunnie che i rappresentanti dell’estrema destra facevano piovere su Pasolini come fossero reati realmente consumati. Fu per esempio accusato di aver rapinato un benzinaio, e il ragazzotto che era stato indotto a denunciarlo lo rappresentò secondo una iconografia convenzionale del bandito, con il giubbotto nero, la coppola e il fazzoletto sulla bocca.
    In primo grado fu condannato, ma in secondo poi assolto, ma il giudice volle castigare comunque il film, che intanto era stato ritirato dal circuito, cambiandogli il titolo, che diventò: laviamoci il cervello, che pur essendo il titolo giuridico nessuno conosce, mentre invece Ro.Go.Pa.G resiste gagliardamente a tutte queste disavventure.

    1953. L’anno del Boom di Zampa con Sordi, ma il pollo ruspante – che chiude RoGoPaG- con Lisa Gstoni, un giovanissimo Ricky Tognazzi e un Ugo nella sua maturità artistica, è la storia di una gita domenicale di una coppia che sogna in grande nell’anno cruciale di quel boom…
    E’ l’Italia di questo film, quella dei primi vagiti del consumismo in una società che da contadina è diventata assai affrettatamente industriale e dove si trapianta la cultura del consumo. Il fim stesso è inserito in una letteratura della quale l’Italia era completamente sprovvista, a differenza degli Usa, per esempio.
    Confrontandomi con Rossellini – il manager del gruppo – avremmo voluto fare di questo film una sorta di quadrittico del consumismo all’italiana, visto nel suo sorgere. Al centro della struttura un conferenziere, di quelli molto preparati e che ha vissuto in America, che però dovrebbe sembrare un extraterrestre che fa una conferenza a una parte di importanti industriali e capitalisti, prevalentemente lombardi; e questo spiega tutte le dinamiche della manipolazioe dei desideri affinché il consumatore medio desiderasse consumare sempre di più, secondo modelli nuovi e venendo calato nel pozzo del consumo.
    Tognazzi era il consumatore, Lisa gastone la moglie e io avevo bisogno di uno che facesse i conferenzeie…
    Ma il produttore mi metteva fretta dicendomi che se non l’avessi trovato entro pochi giorni avremmo chiuso il film senza la conferenza; ma il film sarebbe rimasto senza le gambe!
    Non volevo il solito grande attore, ma non sapevo nemmeno io bene cosa cercassi. Una mattina arrivati sul set, all’aperto, mentre si lavorava all’ambientazione con i giardinieri, sentii una voce. Robotica, astrale. Mi affrettai, convinto di aver trovato la voce del mio conferenziere. Era un signore di mezza età che dava ordini ai suoi giardinieri: il commendator Ceccotti, il re dei giardini nel cinema a Roma. Era venuto a fare queste operazioni per le noste ripese ché dovevamo piantare dei cavoli e dei piccoli pini. Decisi di rischiare, e mi avvicinai a lui per descrivergli questo personaggio di ‘grande intellettuale marziano’ per cui lui sarebbe stato adattissimo se avesse accettato la parte nel film, il che voleva dire leggere una conferenza con questo strano amplificatore, che portava per aver avuto una operazione alle corde vocali. Mi vergognavo di chiedere a lui, menomato, di venire a fare il buffone nel film; mi aspettavo mi girasse le spalle, e invece la risposta fu positiva e entusiastica tanto che mi volle dimstrare di esser in grado, con quell’apparecchio, di non solo parlare e farsi capire, ma anche di fare le pernacchie, come mi dimostrò ampiamente.

    E Godard, invece, vi siete incontrati?
    In occasione di RoGoPaG lui era a Parigi… Ma in fondo era stato lui il promotore iniziale ed aveva apprezzato il mio primo film, I nuovi angeli, uscito qualche mese prima. E lui girò questo episodio che però – insieme a quello di Rossellini – incontrò meno favore de La ricotta e de Il pollo ruspante. Per altro Godard si fece promotore di un altro film che si chiamava “Le prime truffe del mondo”, al quale lui teneva molto, con storie di imbrogli e imbroglioni, e i cui registi erano Chabrol, che aveva fatto l’episodio di un furbacchione di Parigi che cercava di vendere la Torre Eiffell a due sposini di provincia, io, con ‘Foglio di via’, Polanski, che per la prima volta girava in occidente, e un giapponese. Ma quello di Godard era talmente brutto che fu tagliato. E visto che era stato lui stesso a proporne il taglio, noi dicevamo che il suo era l’episodio ‘evirato’…

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  • Daniele Vicari, premiato a Bellaria

    Daniele Vicari, regista di Diaz e La nave dolce riceve a Bellaria il Premio alla Carriera dal festival del documentario romagnolo, e lo commenta così…

    Sono un materialista dialettico del sud italia e quando me l’hanno detto ho fatto gli scongiuri. Mi ha sorpreso. Sicuramente. Ma mi ha poi convinto la motivazione che ne ha dato Fabio Torcello, il direttore del festival: quando si fa un percorso, e piano piano questo percorso viene messo a fuoco, il fatto che venga riconosciuto che questo percorso abbia un valore ti può aiutare anche a capire che cosa sbagli o meno.
    E questo dà una funzione al premio stesso, quella di fare un punto, di dove sei arrivato, anche se hai 20 anni. Anche perché il rischio dei premi alla carriera dati a 80 o 90 anni è che siano premi alla memoria.

    E tu a che punto sei?
    Sono in mezzo al guado, sto imparando a nuotare. Piano scegli con più precisione l’obiettivo, dove arrivare, se sia possibile arrivarci o se sia possibile rischiare di andare anche oltre. Fare un miglio di mare in più. Posso permettermelo?
    Il linguaggio del cinema è qualcosa di mutevole e non si finisce mai di impararlo. Ed è per questo che il cinema continua a sorprenderci; non è codificabile, e questo fa sì che ogni volta un regista debba scoprirlo dentro di sé. Se si aquisisce questa capacità dii sorprendersi, si va avanti, non ci si ripete, non si continua a nuotare sempre nella stessa vasca.

    Con Diaz sei riuscito a farlo? Hai spostato il limite o cerchi qualcosa di più intimo?
    Come credo non ci sia differenza tra un film di finzione e un doc, non credo ci sia differenza nelle storie che si raccontano, intime, d’amore, di guerra, socieli, etc. L’unica differenza sta nell’atteggiamento del regista nei confronti dei suoi argomenti.
    Perché anche un storia intima è un fatto sociale. Se si fa un film, si dipinge un quadro, si scrive una poesia, si fa perché si pensa che ci sarà almeno un fruitore.
    Io, personalmente, sento che nel momento che stiamo vivendo, gli artisti e tutti quelli che possono avere visibilità si mettano in gioco. Chi ha gli strumenti per farlo; la nostra società ne ha bisogno. Perché stiamo riflettendo sul nostro passato recente, cercando di capire cosa è e cosa è stato. Io in questo momento sono orientato a cercare cose che mi succedono intorno, e che determinano il nostro modo di essere, che siano a livello sociale o intimo.
    Sin da ragazzo mi sono interessato alla politica, e a un certo punto ho perso di vista il limite tra una cosa mia personale e quello che mi succede intorno. Il personale è politico, si diceva, nessuno vive in isolamento.

    Adesso stai lavorando sul libro della Mazzucco, Limbo.
    Anche lì sono in mezzo al guado; ma mi aveva colpito la storia di questa giovane donna che torna gravemente ferita dall’Afghanistan, e vuole tornarvi. E’ qualcosa assolutamente antiretorico, e la sento vera. Il problema quando si vuole fare un film da un romanzo è trovre la chiave di lettura della storia, e io non ce l’ho ancora.
    Sicuramente il fatto che noi facciamo finta di non essere un paese in guerra è un buon motivo per fare un film così. Per oppormi a una tragica mancanza di coscienza.

    Che situazione è adesso quella del nostro Paese?
    Da ragazzo cercavo punti di riferimento, ma tutti, crescendo, in un certo momento sospendiamo il giudizio sulla nostra vita, possiamo fare di tutto per dare un senso alla nostra vita. Nel 2009, dopo aver realizzato Il mio paese e mi ero reso conto che eravamo una nazione ferma, un animale ferito che aspetta o di guarire o la propria morte, e ci fa soffrire. A questa situazione di stasi non sempre rispondiamo in maniera positiva. Il fatto che affidiamo i nostri destini a personaggi dello spettacolo, per esempio, secondo me è una cosa estremamente pericolosa, e violenta. Personaggi superomistici, che si chiamino Beppe Grillo o Berlusconi, ma ce ne sono tanti nel nostro pantheon politico, non fa molta differenza. Sono guide che pensiamo ci portino da qualche parte, ma ci portano solo dentro se stessi. Prima o poi dovremo riconoscerlo che nel bunga bunga c’eravamo anche noi.
    Queste individualità, in un situazione sociale data, hanno la forza e la capacità di parlare al nostro inconscio. Se poi hanno anche gli strumenti, i mezzi, la televisione o altro, anche economici, ci colonizzano l’inconscio e diventano veramente pericolosi.
    Nel caso del rapporto tra un popolo e una figura guida di questo tipo possono finire nel disastro milioni di persone. Come è successo col fascismo.

    A proposito del mettersi in gioco che dicevi, ti sembra che in questo momento di crisi ci sia questa consapevolezza nel nostro cinema?
    Penso che ci sia una parte del nostro cinema che lo sta facendo egregiamente, e non da oggi. Ed è il cinema documentario. E anche dal punto di vista dei numeri è più impotante del cosidetto cinema di finzione. Noi facciamo anche 400 documentari l’anno in italia, e senza mercato. Una percentuale piccola sono brutti, ma una decina o più, almeno, sono di grande qualità. Possiamo dire lo stesso dei film di finzione?
    Il riappropriarsi di strumenti atravero la cinematografia documentaria e il prendersi la parola, istituire un punto di vista sul mondo, è una novità interessante.

    Questa maggior qualità dipende da un linguaggio, una sensibilità, speicifciche o è un modello produttivo migliore?
    Nel cinema ‘tradizionale’ sono molto pochi i produttori e i registi veramente liberi. basta andare al cinema e vedere i trailer prima di un film: almeno quattro sono italiani, e ci sono sempre gli stessi attori. Quando non sembrano lo stesso film. Questo non significa che produttori, registi e sceneggiatori siano degli idioti, ma che siamo in una situazioe di mancanza di libertà di scelta. E, per come sono fatto io, la libertà te la devi prendere, anche sapendo dire di no. Nel cinema documentario tutto questo non ha senso perché non c’è quasi la commmittenza.

    Spesso certi film sono proprio i documentaristi gli stessi registi dei film più interessanti, come è successo a te con Diaz, è una consapevolezza diversa che scava nell’artista?
    Non c’è dubbio. Come per un detenuto che dopo venti anni che ripete sempre gli stessi gesti, gli stessi percorsi, si finisce per disabituarsi a farsi certe domande, non si percepisce più la mancanza di questa libertà. Nel campo dell’arte si chiama autocensura. Se assaggi il territorio di libertà che si chiama documentario e torni alla finzione, ci soffri ‘a bestia’.

    Pensi di essere un regista incazzato?
    Non mi andrà bene se un giorno qualcuno dirà: fatti i soldi, finita l’incazzatura. Ma non penso di correre questo rischio. Detto questo, penso che bisogna, se si ha la sfrontatezza di prendersi il carico di fare certi discorsi, essere coerenti. Dire le cose come si ritiene giusto e in estrema libertà. Tra l’altro, conta caso per caso, perché la narrazione è una magnifica menzoga. E a volte è questa che diventa ‘il vero’, quello con cui lo spettatore ha un rapporto.

    Con Procacci questo non ti succede?
    Con lui abbiamo litigato tantissimo su tutto, attori e scelte di ogni genere, ma più che altro discusso, molto. Ma a me non piacciono le mammolette e credo nel conflitto, è qui che la creatività trova degli spazi. Un regista, anche grande, che non lascia libero il proprio montatore di dirgli che sta facendo un errore, rischia ancora di più di farne. Io ho un rapporto molto viscerale con i miei, non c’è mai un momento in cui abbiamo paura di dirci quello che pensiamo. Ci deve essere qualcuno che non è d’accordo, è importante anche dal punto di vista economico.
    Con Domenico c’è una dialettica costante, ma sono 10 anni che lavoriamo insieme, comunque, credo si sia trovato un buon equilibrio.

    Cosa non è andato, con lui, per il film mancato su Parodi?
    Non è mancato. Domenico è stato uno dei produttori che all’epoca mi disse che non lo trovava interessante. Pensato potesse esserlo la scenggiatura, perché può sucedere anche questo. Ma Domenico ha una visione del cinema che vuole fare, mi disse che se avesse fatto un film su Genova, avrebbe fatto un film che raccontasse quel che è accaduto.

    Qiundi continui a cercare?
    Magari diventerà altro; non l’ho abbandonato. Cercherò altri… E’ qualcosa cui sono molto affezionato anche peché la sceneggiatura è molto buona secondo me, l’abbiamo scitta con Massimo Gaudioso, ma dopo Diaz devo riprendermi. E poi non vogio rischiare di appiattirmi.

     

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    le Palme del Festival di Cannes 2013

    Alla fine dei giochi – e delle Palme – il Festival di Cannes 2013 non è stato quello de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, ma non si può certo negare né che siano arrivate soddisfazioni per i nostri colori, né che siano mancate le bellezze sullo schermo.
    Quelle muliebri e non solo, a partire proprio dalla Palma d’Oro tunisina di Abdellatif Kechiche che, dopo Venere nera e Cous Cous, ottiene un gran risultato con un film che sarebbe ingeneroso e limitato consigliare solo per la lunga ed esplicita scena d’amore tra le protagoniste Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux.
    Per il resto i film che ci erano piaciuti di più erano stati Nebraska di Alexander Payne, Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, Le Passé di Asghar Farhadi e un po’ tutti quelli che sono stati premiati dalla Giuria di Steven Spielberg e che trovate citati nel Palmares completo qui sotto…

    PALMA D’ORO
    LA VIE D’ADÈLE – CHAPITRE 1 & 2 (Blue Is The Warmest Colour) di Abdellatif KECHICHE
    con Adèle EXARCHOPOULOS & Léa SEYDOUX

    GRAND PRIX
    INSIDE LLEWYN DAVIS di Ethan e Joel COEN

    PRIX DU JURY
    SOSHITE CHICHI NI NARU (Like Father, Like Son) di KORE-EDA Hirokazu

    MIGLIOR REGIA
    Amat ESCALANTE per HELI

    MIGLIOR SCENEGGIATURA
    JIA Zhangke pour TIAN ZHU DING (A Touch Of Sin)

    MIGLIOR ATTRICE
    Bérénice BEJO in LE PASSÉ (The Past) di Asghar FARHADI

    MIGLIOR ATTORE
    Bruce DERN in NEBRASKA di Alexander PAYNE

    PALMA D’ORO per i CORTOMETRAGGI
    SAFE di MOON Byoung-gon

    MENTION SPECIALE
    EX-AEQUO: HVALFJORDUR (Whale Valley / Le Fjord des Baleines) di Gudmundur Arnar GUDMUNDSSON e 37°4 S di Adriano VALERIO

    UN CERTAIN REGARD

    PRIX UN CERTAIN REGARD
    L’IMAGE MANQUANTE (The Missing Picture) di Rithy PANH

    JURY PRIZE
    OMAR di Hany ABU-ASSAD

    MIGLIOR REGIA
    Alain GUIRAUDIE per L’INCONNU DU LAC

    PRIX UN CERTAIN TALENT a
    L’insieme degli attori del film LA JAULA DE ORO di Diego QUEMADA-DIEZ

    PRIX DE L’AVENIR
    FRUITVALE STATION di Ryan COOGLER

    CAMÉRA D’OR
    ILO ILO di Anthony CHEN présenté (Quinzaine des Réalisateurs)

    CINÉFONDATION

    PREMIER PRIX
    NEEDLE di Anahita GHAZVINIZADEH

    SEMAINE DE LA CRITIQUE

    GRAND PRIX NESPRESSO e PRIX REVELATION FRANCE 4
    SALVO di Fabio GRASSADONIA e Antonio PIAZZA

    GIURIA ECUMENICA

    MIGLIOR FILM
    LE PASSÉ (The Past) di Asghar FARHADI

    MENZIONE SPECIALE
    EX-AEQUO: MIELE di Valeria GOLINO e SOSHITE CHICHI NI NARU (Like Father, Like Son) di KORE-EDA Hirokazu

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    Tutti pazzi per Rose: Nomen Omen

    L’esordiente francese Roinsard si affida ai classici senza scrupoli, e la passione per la leggerezza da commedia anni ’50 lo premia.
    3stelle

    Non tutti gli stereotipi vengono per nuocere, si potrebbe dire. A maggior ragione per un film del genere, visto all’interno di un Festival di cinema (quello di Roma) e pensato in previsione di una uscita cinematografica.
    Una commedia semplice, costruita su uno spunto impensabile anche se non su una struttura di qualche originalità. Tutti pazzi per Rose (in originale Populaire), in uscita il 30 maggio, ruota intorno a un meraviglioso e splendidamente ‘fifties’ concorso di dattilografia, trovata seconda solo a quella geniale di Butter di Jim Field Smith.
    I sogni da segretaria su emancipazione, imprenditoria moderna, amore romantico e realizzazione di sé sono esattamente quelli che potreste aspettarvi. A questo si aggiungano una bionda e dolcissima Déborah François (7 anni dopo l’esordio di L’Enfant dei Dardenne premiato a Cannes) e un belloccio e versatile Romain Duris (Il truffacuori) – per tacere della splendida Bérénice Bejo, nei panni della cattiva di turno – e l’esordio di Régis Roinsard finisce per regalare più di un sorriso.
    Gli scricchiolii si avvertono, anzi, quando si cerca di dare una cornice storica (la Grande Guerra, la Resistenza…) e psicanalitica ai rapporti.
    Meglio ignorare i dettagli, quindi, e godersi la favoletta di questo pigmalione moderno, ché lo spirito nazionale della produzione d’origine potrebbe far storcere il naso ai nostri connazionali più permalosi nel vedersi rappresentati come poco sportivi e troppo temperamentosi (ovviamente, poi, ci sono anche gli statunitensi affaristi e i francesi romantici)…

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    Stefano Sardo, dentro lo Slow Food

    Stefano Sardo, sceneggiatore di professione, da sempre vicino al movimento nato da Carlo Petrini; c’è lui alla regia del documentario su una figura unica e carismatica come quella del creatore di Slow Food. Ma le loro storie sono intrecciate da sempre, e questo film lo racconta. Insieme a molte altre cose, che ci riguardano.

    Da dove nasce la scelta di questo progetto, dal lungo rapporto tra la famiglia Sardo e Slow Food?
    Nasce dal fatto di avermelo proposto. Forse io ero naturalmente desitinato a farlo, sia perché racconto storie per lavoro, sia perché sono nato li, a Bra, dove tutto è nato. Avevo una certa naturalità con l’argomento; per me lo Slow Food è di casa.
    Proprio per questo, probabilmente, quando me l’hanno proposto ho avuto un attimo di resistenza. E’ come quando ami la tua famiglia ma non necessariamente vuoi passarci del tempo. E’ stato un po’ come andare in analisi. Ho cercato di trovare dentro questa storia le caratteristche più interessanti, ma mettendomi al di fuori della mia stessa storia.
    Quando ho poi accettato la proposta di Ines Vasilijevic mi sono tovato a prensare di dirigerlo, nonostante io sia uno sceneggiatore. Ed è stato come aprire i cassetti delle foto di famiglia.
    Petrini, e tutti gli altri, sempre stati una minoranza, vistosa ma pur sempre una minoranza; e io – facendone parte – non me ne ero mai accorto. La loro è anche una storia di perseveranza, di costanza. Lo stesso Slow Food, ancora 15 anni fa, non era per niente bene accetto nemmeno a Bra. C’è voluto tempo perché la città li accettasse.

    E come è successo poi? Da dove è nato questo cambiamento?
    Semplicemente, a un certo punto si sono arresi. Li hanno presi per sfinimnento. Finché l’ennesimo sindaco democristiano ha accettato di fare ‘Cheese’; forse quella è stata la svolta.

    Come regista, invece, che chiave hai scelto per questa storia?
    Credo di aver tovato un modo di raccontare che non fosse pomposo, o solenne. D’altronde ho sempre avuto una ammirazione e tanta simpatia per come Carlo ha gestito la propria immagine e questa popolarità crescente.

    Una crescita che continua, dopo 25 anni; difficile contenerla in poco più di una ora. E’ stato duro scegliere?
    Ci sono tante cose che avrei voluto raccontare, ma tanto materiale è rimasto ancora da montare. Avevamo in tutto 48 interviste, più tutto il materiale di archivio. E’ stato un lavoro lunghissimo nel quale è stata fondamentale la costanza tutta femminile di Severine Petit nella ricerca e la documentazione. E poi il lavoro di montaggio di Stefano Cravero.
    Personalmente avrei voluto raccontare di più del contesto politico, ma così la storia aveva già un suo equilibrio. Mi sarebbe piaciuto aggiungere altre voci contrarie, ma creare un dibattito cosi compresso rischiava di apparire superficiale.
    Sono contento di come è venuto: un film conviviale.

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