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  • Havana Darkness: Intervista a Sofia Rakova

    È il primo horror girato a Cuba in lingua inglese. Si chiama Havana Darkness e a dirigerlo è l’attore e regista messicano Guillermo Iván su una sceneggiatura di Barry Keating. Prodotto dalla bulgara Open Frames e dalla statunitense Golden Ceiba, il film si ispira alla storia di un leggendario manoscritto che Ernest Hemingway avrebbe scritto durante il suo soggiorno a Cuba.
    Una grande sfida  per tutta la squadra che ci ha lavorato, a partire da Sofia Rakova, responsabile del make-up e degli effetti speciali.

    Come sei entrata nel progetto?
    Sofia Rakova: Sono diventata parte della squadra con il film precedente Nightworld, prodotto dalla bulgara  Open Frames; poi mi hanno chiesto di salire a bordo anche di questo progetto. Nightworld è stato un po’ una specie di biglietto da visita e subito dopo sono stata chiamata per girare Havana Darkness. È stata una grande sfida per diversi motivi: avremmo dovuto girare a Cuba e poi c’erano molti effetti speciali da ricreare. Più andavo avanti nella lettura della sceneggiatura più mi eccitava l’idea.

    Come è stato girare a Cuba?
    S. K.: Cuba è una destinazione di un’importanza unica e Havana Darkness restituirà al pubblico l’influenza della sua anima mistica. È stata una scommessa per tutti oltre a essere il primo horror della storia girato a Cuba. Abbiamo incontrato dei posti stupendi e un gran sostegno da parte della gente del posto; sono molto felice di aver avuto la possibilità di girare lì.

    Avevi dei modelli di riferimento? Sei una fan degli horror?
    S. K.: Sì, sono una grande fan dell’horror! Mi piacciono i classici come Venerdì 13, Scream, Zombi, Halloween, ma in Havana Darkness volevo creare qualcosa di unico e singolare:  doveva essere inquietante, spaventoso, terrificante.

    Dalle prime immagini Havana Darkness sembra un film violento e sanguinario. È così?
    S. K.: Ho lavorato su diversi effetti come una freccia in una gamba, sgozzamenti e altre scene di sangue tipiche del genere. Quindi, sì, Havana Darkness è violento e sanguinario, ma non ho mai dimenticato che il nostro obiettivo era colpire il pubblico a un livello psicologico. I nostri spettatori dovranno sentire la disperazione e il dolore dei personaggi.

    Guardi film horror di solito e come influenzano il tuo lavoro?
     S. K.: Sì, mi piace il genere. A volte li guardo per trarre qualche spunto, specialmente quando ci sono molti più effetti speciali da ricreare manualmente che non in CGI.

    Se dovessi proporre il film a un pubblico amante dell’horror, che parole useresti?
    S. K.: Havana Darkness è visivamente violento e sanguinario, ma è anche una pellicola arguta e psicologica. Ha tutti  gli elementi elettrizzanti e spaventosi  dell’horror.

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  • Havana Darkness: La parola allo sceneggiatore Barry Keating

    È il primo horror girato a Cuba in lingua inglese. Si chiama Havana Darkness e a dirigerlo è l’attore e regista messicano Guillermo Iván su una sceneggiatura di Barry Keating. Prodotto dalla bulgara Open Frames e dalla statunitense Golden Ceiba, il film si ispira alla storia di un leggendario manoscritto che Ernest Hemingway avrebbe buttato giù durante il suo soggiorno a Cuba. Quando lo storico Carlos Carrasco ne entra in possesso si mette in viaggio per raggiungere l’Avana insieme ai suoi amici Karen e John nel tentativo di provare l’autenticità del manoscritto. Una volta sull’isola Carlos scoprirà una sezione dedicata a una serie di omicidi orribili, avvenuti al tempo della permanenza di Hemingway sull’isola in un edificio oscuro immerso nel cuore della città, il Murder House. Alla ricerca della verità i tre finiranno intrappolati proprio al suo interno e venirne fuori non sarà per niente facile…
    Ecco cosa racconta lo sceneggiatore.

    La scrittura di film di genere ti è abbastanza familiare. Ma cosa rende Havana Darkness diverso dai tuoi film precedenti?
    Personalmente credo che questa sia una storia piuttosto unica con un elemento davvero intrigante, in particolare il misterioso manoscritto che i nostri personaggi credono sia quello perduto di Hemingway.
    La storia , nata da un’idea di Loris e Magi della Open Frame e Guillermo della Golden Ceiba Productions mi ha preso sin dall’inizio, così quando me l’hanno proposta ho subito sentito che potevamo davvero lavorarci su e creare qualcosa che iniziasse come una caccia al tesoro, con i protagonisti che indagano sull’ autenticità del manoscritto, prima che ci sia un capovolgimento totale dei fatti, che non starò qui a rivelarvi.
    Credo che anche la location giochi un ruolo fondamentale nel rendere Havana Darkness così diverso da qualsiasi altra cosa su cui abbia lavorato fino ad oggi. Cuba è un posto incredibile per raccontare delle storie; è stata un’esperienza fantastica.

    Hai lavorato con Loris Curci già in altre occasioni. Come funziona la vostra collaborazione durante il processo di scrittura?
    In tanti modi diversi a essere onesti, non ci sono mai delle regole ferree su come lavorare insieme . A volte Loris viene da me con un’idea, me ne parla e io comincio da lì, dando corpo a quell’idea fino ad arrivare a un primo trattamento. Su Nightworld ad esempio, Loris ci aveva lavorato per tantissimo tempo.
    Ne parlavamo dal 2013, quando me lo portò c’erano già delle cose ben definite; in quel caso lavorare insieme significò aggiungere degli elementi e cambiare tutto da, diciamo, pagina 40 in poi, e poi riscrivere , riscrivere e riscrivere ancora.
    Con Ghosts of Garip, invece, partimmo da un’unica idea e quando iniziammo a lavorarci ci rendemmo conto che si era trasformata in qualcosa di molto diverso. Ci tornammo sopra un sacco di volte prima prima di decidere quale dovesse essere la storia.

    Se dovessi citare dei titoli a cui Havana Darkness rende omaggio, quali sarebbero?
    Ci sono tantissime influenze che vanno dai film della saga di Saw ai primi lavori di Polanski, fino a roba come You’re the next di Adam Wingard o Senza tregua di John Woo.

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    Cannes 2015: E’ il giorno di Inside Out. Pixar sulla Croisette

    Un’ondata di freschezza invade il Festival, e ancora una volta la Pixar conquista tutti (gli adulti?). Nelle sale italiane dal 16 settembre, distribuito da The Walt Disney Company.

    Tutto il mondo, almeno quello degli appassionati della Pixar, lo ha atteso a lungo. Le premesse di Inside Out d’altronde parlavano da sole: descrivere le emozioni di una bambina e la sua crescita attraverso quelle era una sfida che se aveva stimolato Pete Docter & Co. adesso incuriosiva e intrigava. Dal Fuori Concorso del Festival di Cannes, finalmente, abbiamo la risposta, ed è di quelle che si fanno ricordare. A lungo.

    L’equilibrio nella narrazione tra i due piani, l’Inside (la testa della nostra protagonista) e l’Out (tutto quello che le accade nella vita reale), non è la principale preoccupazione dei nostri demiurghi, ma è ovvio che in un film del genere lo sguardo si concentri sulle interazioni tra Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia, i veri eroi di una storia tanto semplice ed universale. Come da migliore tradizione degli Studios. Abituati da sempre a sfornare capolavori proprio raccontandoci la semplicità delle nostre vite, seppur incorniciata di eccezionale.

    L’album di famiglia di Riley, in questo senso, non fa eccezione. La vediamo nascere, crescere, ridere, accumulare splendidi momenti con i suoi genitori, tutti ricordi che scopriamo essere immagazzinati in una sorta di videoteca dalla quale poter attingere alla bisogna, per superare un momento triste o per creare i vari aspetti della personalità. Isole, nella fantasia dei geni della Pixar, sorrette da solidi pilastri e dedicate a famiglia, hockey, amicizia… le certezze della vita, diverse per ciascuno.

    Ma ogni certezza tale non è: è una lezione che si impara crescendo. E la scoperta di una verità tanto amara e indispensabile al tempo stesso è proprio quella che vediamo messa in scena, in una maniera unica. Attraverso i conflitti che accadono all’intero della mente di una bambina di 11 anni. Attraverso gli scontri e le differenti interazioni delle cinque emozioni presentate inizialmente. Attraverso il loro sfruttare variamente le possibilità che il nostro cervello, la nostra memoria offrono. Come in un film. Come sulla plancia di comando dell’Enterprise. In pieno allarme rosso, quando vengono a mancare Gioia e Tristezza, impegnate in una delicata missione di recupero nel mezzo del labirintico archivio della coscienza di Riley e dei suoi ricordi, tra i pericoli del ‘pensiero astratto’ e della ‘discarica’ dell’oblio.

    Una missione gestita visivamente, al solito, come solo dalle parti di Emeryville sanno fare. D’altronde un lavoro di cinque anni non poteva non regalarci delle trovate geniali (le memorie ‘touch’ sono un segno dei tempi) o una serie di personaggi di contorno in grado di non sfigurare alla Monster Inc.; per non parlare della strutturazione ‘topografica’ di ciò che accade nella nostra mente e di come questa sia organizzata logisticamente e operativamente.

    Ma lasciare una bambina in balia di disgusto, rabbia e paura – nel bel mezzo di un momento chiave della sua vita sociale – equivale a farle vivere una fase di crescita emblematica. Una di quelle che i genitori non capisco, una di quelle che si sente di dover affrontare da soli. Tra senso di colpa e desiderio di annullamento, tra omologazione e unicità. E il dramma è dietro l’angolo. Ma solo sullo schermo, ché dal nostro punto di visione lo spettacolo è assicurato e lo sviluppo di una personalità (più) adulta e l’acquisizione di una nuova consapevolezza, tanto da parte della protagonista umana quando da quella delle sue ‘voci interiori’, è una scoperta continua che non potrà non trascinare ed emozionare lo spettatore.

    Non siamo al livello di capolavori come Up e WallE, ma sicuramente questo è il titolo che rilancia alla grande gli Studios prima del trittico The Good Dinosaur, Alla ricerca di Dory e Toy Story 4. Stanti le perplessità su quanto un pubblico di giovanissimi possa apprezzare i livelli meno ‘colorati e sulla gestione della parte conclusiva del secondo (troppo prolungata) e del terzo atto (nel quale forse un tocco di didascalismo per una volta non avrebbe guastato per rendere maggiormente chiari certi concetti, come le emozioni complesse), sicuramente in pochi hanno saputo raccontare così bene il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. E farci desiderare di sapere cosa accade nella testa altrui, come d’altronde gli imperdibili titoli di coda – parzialmente – ci mostrano…

    Mattia Pasquini

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    Winona Ryder, donna di un serial killer in The Iceman

    Un ruolo affascinante e diverso da interpretare per Winona Ryder che in The Iceman è Deborah Pellicotti, il primo e unico amore di uno dei più feroci serial killer d’America: Richard Kuklinski, che qui ha il volto di Michael Shannon. Il film arriva in sala il 5 febbraio, a quasi due anni dal passaggio alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia dove la Ryder ci raccontava così la sua esperienza sul set.

    Bentornata Winona, e complimenti per il personaggio… Come ci sei arrivata?
    Sono stata attratta dalla sua storia perché ho pensato che fosse una donna profondamente interessante e per me un ruolo diverso da interpretare. Infatti l’ho dovuto affrontare in modo diverso dal solito, non potendo fare alcuna ricerca sul personggio o su quello del protagonista, Kuklinski. Tutto ciò cui potevo avere accesso aveva a che fare con le descrizioni dei crimini. Il mio personaggio invece vive una situazione di profondo diniego, anche se forse consapevole.
    Ho tolto tutte le pagine che era meglio che non conoscessi. Ho dovuto cancellarle. E se Deborah era davvero consapevole di quel che stesse accadendo, di certo non aveva mai accettato di riconoscerlo o esplorarlo per non doversi porre il problema di assumersene la responsabilità.
    Ancora non so, e non sappiamo,quanto una persona cosi possa essere inconsapevole di vivere di denaro sporco. E’ un quesito che resta aperto anche per me.

    In questa difficoltà di ricerca, avete contattato i veri familiari?
    Tutto quanto mi è stato detto è che lei fosse irraggiungibile. Durante il processo anche lei era stata accusata di attività criminali, d’altronde teneva la pistola del marito in sua assenza. Ho pensato che sarebbe stato meglio per me non parlarle o cercarla: non so cosa mi avrebbe detto, sicuramente che non ne sapeva nulla. Anche perché è indubbiamente terribile per tutti parlare di una cosa del genere, soprattutto all’interno di un matrimonio durato tanto, anche per via delle bambine.
    Sarebbe difficile ammettere di aver saputo e di aver vissuto tutta la vita con i proventi di quei crimini.
    E’ stata la prima volta che non ho cercato la ‘benedizione’ dei personaggi che interpreto, almeno per quelli viventi, spesso invece cerco un contatto, mando una lettera, qualcosa… Stavolta è stata un’esperienza nuova anche per questo…

    E per l’aver potuto lavorare con due attori di questo calibro…
    Ho sempre voluto lavorare con Michael Shannon, indubbiamente anche questo mi ha attratto; questo, e l’ambiguità del ruolo stesso, perfetto per un attore, che deve recitare e fingersi diverso.
    Con Michael non sai mai cosa succederà. La sua spontaneità è una esplosione imprevista, alla quale non puoi essere preparato. Ti afferra alla gola e ti catapulta nella scena. E’ una esperienza di grande generosità.
    All’inizio questo mi preoccupava, perché sono sempre stata abituata a fare prove, ma per alcune scene – e in particolare quella in cucina – credo che questo approccio le abbia rese più profonde.
    Per quanto riguarda Ray Liotta, invece, mi spiace non aver avuto scene con lui…

    Cosa altro ti fa scegliere un ruolo oggi?
    Credo di aver raggiunto un periodo della mia vita in cui voglio solo avere una vita serena; e se c’è un film che mi avvince tanto da farlo piuttosto che godermi il bello della mia vita, lo faccio. Si va verso ciò da cui si è attratti, altrimenti ho altre cose nella mia vita che amo fare.
    Non sono una che vive solo per lavorare; sono periodi… Ora cerco di rimanere aperta ad altre cose.
    Questa esperienza valeva la pena di essere vissuta, e quel che ho imparato qui resterà con me e farà parte del mio bagaglio di attrice per sempre.

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    SiciliAmbiente V Documentary Film Festival

    La quinta edizione del SiciliAmbiente Documentary Film Festival, organizzato dall’Associazione Culturale Cantiere7 e Demetra produzioni si svolgerà a San Vito Lo Capo (Tp) dal 9 al 14 luglio 2013.

    Il rilancio di una politica attenta al rapporto tra uomo ed ambiente e la crescita di una coscienza critica del pubblico sullo sviluppo sostenibile attraverso lo strumento dell’audiovisivo e in particolare del documentario d’autore sono il cuore del festival.
    Ma anche portare il cinema dove non c’è è una mission del festival: a San Vito Lo Capo non esistono infatti né cinema né arene.

    Il concorso del SiciliAmbiente Documentary Film Festival è rivolto a documentaristi e cineasti che hanno realizzato opere sullo sviluppo sostenibile e dei diritti umani ed attenti all’introduzione di elementi di innovazione nella struttura narrativa.

    Nel corso degli anni il festival ha visto crescere la partecipazione del pubblico, sia durante le proiezioni delle opere sia durante le attività collaterali organizzate nell’ambito del festival. Anche il livello di partecipazione degli autori in concorso è cresciuto negli anni, con opere provenienti non solo dal territorio nazionale ma anche dal resto del mondo.
    Ben 254 le opere selezionate lo scorso anno.
    Negli anni SiciliAmbiente – diretto dal regista Antonio Bellia (tra i suoi documentari Il Santo Nero, Crimini di pace, e Peppino Impastato: storia di un siciliano libero) – ha ospitato molti esperti sia del cinema sia della cultura e della scienza, particolarmente impegnati nel settore dello sviluppo sostenibile. Ciò al fine di portare testimonianze dirette e incrementare la sensibilità dei cittadini sulle tematiche ambientali. Tra gli ospiti si ricordano il fisico Antonino Zichici, i registi Marco Bechis, Daniele Incalcaterra,  Mario Balsamo,  Maurizio Sciarra, il musicista Gianni Gebbia, gli attori David Riondino e Blas Roca Ray.

    CONCORSO

    Tra i titoli del concorso documentari COAL RUSH – La corsa al carbone racconta di uno dei peggiori disastri di contaminazione dell’acqua potabile negli USA in una contea carbonifera della West Virginia, e segue per vari anni le peripezie della causa legale con cui una piccola comunità ha portato in giudizio Massey Energy, un colosso del carbone americano.

    NYUKURIA NEYSON – Nuclear Nation è incentrato sull’esilio degli abitanti di Futaba, comune della regione che ospita la centrale nucleare di Fukushima. Dal 1960 Futaba aveva ricevuto promesse di prosperità con agevolazioni fiscali e maggiori sussidi per compensare la presenza della centrale.

    GOLD FEVER, in anteprima europea, testimonia l’arrivo della multinazionale Goldcorp Inc. presso le comunità Maya Mam di San Marcos in Guatemala.

    DER LETZTE FANG – The last catch sulla pesca indiscriminata del tonno e sulla ricaduta sul lavoro dei piccoli pescatori.

    Ancora pesca al centro de IL LIMITE, in cui la vita quotidiana dell’equipaggio di un peschereccio d’altura siciliano diventa specchio del presente e della crisi, che produce effetti sull’intera esistenza dei pescatori.

    EL IMPENETRABLE di Daniele Incalcaterra segue le disavventure dello stesso regista che, erede di 5 mila ettari di foresta vergine nel Chaco paraguaiano, decide di restituire la terra alla Terra al suo popolo originario, i Guaranì Ñandevas. Una meta che s’allontana durante le riprese, fino a rivelarsi un sogno irrealizzabile.

    In anteprima italiana LES HIMBAS FONT LEUR CINEMA (The imbass are shooting) in cui, un gruppo di uomini e donne Himbas (Namibia del nord) di tutte le età, hanno deciso di girare un film per mostrare chi sono e come vivono, inserendo momenti chiave della loro storia, della loro vita quotidiana, cerimonie e legami ancestrali, le attrazioni e i pericoli della modernità, cambiamenti forzati o decisi da loro.

    MOBILITA’ SOSTENIBILE

    Tra i titoli dedicati alla mobilità sostenibile L’UOMO CHE SEMBRAVA UN TAXI è incentrato sulla figura di un tiratore di risciò dell’altopiano in Madagascar viene seguito nel corso della sua giornata tipo. Il documentario sostiene l’iniziativa “adotta un pousse pousse” per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di questi uomini.

    Ne L’INSOSTENIBILE BELLEZZA DELLE EOLIE un tandem che attraversa le strade più strette e ripide delle isole Eolie da cui i cittadini dell’arcipelago raccontano le storie delle isole. Il prete, il sindaco e il Re, ovvero Giorgio Armani, ospite fisso di Stromboli. A guidarli un giornalista, Maurizio Guagnetti, e Davide Bombini, il suo compagno di viaggio. La pedalata racconta le difficoltà di un paradiso terrestre che ha rinunciato a pezzi importanti della sua storia e della sua economia.

    THE MAN WHO LIVED ON IS BIKE di  G. Blanchet, un corto canadese  di appena 3 minuti che ha vinto numerosi premi in tutto il mondo.

    CORTI

    Tra i cinque corti di fiction e documentari selezionati, proviene da Terrasini LA MEMORIA DEL MARE che racconta il passato e il presente della pesca in Sicilia seguendo le giornate di Filippo Castro, costruttore di modellini di barche tradizionali, e della piccola comunità di pescatori, tra gli ultimi a praticare la piccola pesca utilizzando metodi tradizionali, come la lampara, la fiocina e il cianciolo.

    ANIMAZIONE

    La sezione animazione è composta da 16 animazioni provenienti da numerosi paesi del mondo (Israele, Francia Spagna, Svizzera, Usa, Polonia, Germania, Canada, Italia).

    EVENTI SPECIALI E COLLATERALI

    Sono in programma anche alcuni eventi speciali: in collaborazione con Amnesty International proporrà una serata loro campagna sui ROM; domenica 14 luglio è previsto un incontro con Fernando Vasco Chironda, coordinatore Campagne di Amnesty, e uno spettacolo teatrale dal titolo VOLISMA di Sara Aprile (spettacolo nato dalle interviste-dialoghi con alcune donne rom incontrate in strada e nel campo tollerato di via ortolani ad Acilia sud (Roma), patrocinato da Amnesty International e dall’Associazione 21 luglio.

    Sabato 13 luglio l’evento con Greenpeace prevede la presenza di Chiara Campione, responsabile  campagne foreste, che presenterà la campagna THE FASHION DUEL, promossa per chiedere alle case di moda di ripulire le proprie produzioni tessili, con la visione del cortometraggio IN THE SHADOWS OF POLLUTION.

    Tra le iniziative collaterali del festival anche la mostra fotografica delle opere di Tano Siracusa dal titolo “Con i suoi occhi”; presentazione di libri a cura della casa editrice palermitana Navarra Editore alla presenza degli autori; il laboratorio-mercato di artigianato del riuso e di prodotti eco-compatibili. Durante l’intera durata del festival, le strade di San Vito Lo Capo saranno decorate e arredate con opere di design sostenibile realizzate con materiali di riuso

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    Michael Reaves, Neil Gaiman e i vampiri

    Scrittore e sceneggiatore, a Michael Reaves dobbiamo l’esordio come attore del grande Neil Gaiman. Evento che vedremo in Blood Kiss, un film di vampiri molto lontano da essere ‘solito’ nato anche grazie alla raccolta fondi realizzata (con successo) sul sito KickStarter… Come ci racconta lui stesso.

    Un Noir ‘di vampiri’, da dove viene una storia ‘classica’ come questa?
    Film noir, detective stories e di vampiri hanno molto in comune. Hanno tutti radici profonde che affondano nei film espressionisti tedeschi degli anni ’30 e ’20. Caligari, Nosferatu, M, avevano tutti i disegni e motivi molto simili. Fondamentalmente si sono divisi sulla questione del realismo: il detective privato è passato per essere il miglior esempio di razionalità; gli aspetti soprannaturali non gli si adattavano. Ci sono sempre delle eccezioni, naturalmente: come “Ghostbreakers”, una commedia, realizzata sorprendentemente bene, in gran parte grazie allo stile di ‘codardia comica’ di Bob Hope, un ottimo ponte tra i due generi.

    E da quale passione, o sogno, personale?
    Per lo più, se non completamente, da un amore per i film di genere e le messe in scena stilizzata dei film noir. Volevo vedere quanto a fondo avrei potuto combinare i topoi del genere mistery/occhio privato con quelli dell’horror/vampiresco.

    E’ stato difficile coinvolgere gli Studios nella produzione?
    Quando ho finito Blood Kiss e l’ho dato al mio agente, l’ha letto e appena ha preso fiato mi ha assicurato che gli era piaciuto, poi subito dopo ha aggiunto che non avrebbe potuto venderlo. Sembrava che, in quel momento, in questa città non si potesse tirare un sasso senza colpire uno scrittore con un copione sui vampiri, il tipo frizzante, ammiccante e romantico, naturalmente. Sembrava che, anche se avessi piazzato Blood Kiss presso uno degli Studios, sarebbe finito probabilmente su una mensola a raccogliere più polvere di Kharis la Mummia mentre si struggeva per la principessa Ananka.

    Impossibile non chiederlo, perché dunque un altro film di vampire?
    Beh, che ne dite di persone normali, invece di eccessivi conti transilvani? Forse perché non ricordano costantemente alle loro vittime che “Il sangue è vita”, hanno un certo senso dell’umorismo su se stessi. Non posso commentare lo stile “Twinkleteeth” dei vampiri, perché non ne ho visto nessuno.

    E cosa c’è di nuovo, o diverso, in questo?
    La differenza principale è che non c’è niente di soprannaturale in questi vampiri. Non possono trasformarsi in pipistrelli o lupi, né hanno alcun problema con croci, specchi, e simili. Hanno reazioni da shock tossico ad argento e luce del sole, ma tutto è spiegato in termini di biologia.

    Di certo, di nuovo c’è l’esordio attoriale di Neil Gaiman, splendido creatore e scrittore anch’egli… Come l’avete coinvolto?
    Con Neil siamo amici da circa 20 anni. Di tanto in tanto gli chiedo il suo parere su cose cui lavoro, e questo script è stato uno di quei casi. Gli è piaciuto, ed è stato solo allora che mi son reso conto che sarebbe stato perfetto per la parte di Julian. Così gliel’ho chiesto. Lui ha borbottato, ha esitato e ha detto: “Ti rendi conto che non ho mai recitato prima?”; “Neil, hai interpretato te stesso per tutta la vita”, gli ho risposto. Non ha potuto che ammettere che fosse “assolutamente vero”.

    Un film nato grazie anche alla raccolta fondi online, sul sito kickstarter, sarebbe stato diverso con una produzione diversa?
    Molto probabilmente, ma sicuramente avrebbe richiesto molto più accattonaggio e suppliche.

    Si è appena aggiunta anche Whoopi Goldberg, avete dovuto aspettare di raggiungere una certa cifra?
    Whoopie è una incredibile sostenitrice delle arti. E’ stata uno dei nostri sostenitori e ha detto alcune cose talmente gentili che non mi sento di ripeterle…

    A questo punto, chi vorrebbe avere o state cercando di convincere dopo di lei?
    In questo momento ho un paio di nomi in mente, ma sono costretto a tacere su di loro fino a quando avremo finito la campagna e saprò a che punto saremo finanziariamente.

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    Il ritorno di Mira Nair

    Aveva vinto il Leone d’Oro nel 2001, poi un decennio di quelli che restano nella storia. Ora Mira Nair torna con Il fondamentalista riluttante, un film che dopo aver aperto lo scorso Festival di Venezia, sbarca in sala dal 13 giugno.

    Un film che è anche un percorso di riconciliazione per lei?
    Io sono una figlia dell’India moderna, ma sono stata cresciuta da un padre di Lahor prima della divisione. Quelle sono la mia cultura e il mio linguaggio. Ho visto il Pakistan per la  prima volta solo 6 anni fa. Forse per questo volevo raccontare la storia della nazione diversamente, non dal punto di vista della divisione o come un Paese colpito da terrorismo e corruzione. Un altro livello di ispirazione importante è stato quello del libro. Ha aperto una finestra sul Pakistan moderno e sul dialogo tra Est e Ovest. Vedevo ‘Il Fondamentalista Riluttante’ come un possibile ponte per superare la miopia e gli sterotipi, il muro degli ultimi decenni nel dialogo tra Usa e Medioriente. Ovviamente, avendo vissuto più in Occidente e a New York che in India, la mia posizione era privilegiata, come per molti attori che hanno partecipato al progetto. Ma ho realizzato che proprio questa troupe aiutava a dare l’idea dell’alternanza dei due mondi.

    I due personaggi però mantengono i propri muri…
    L’approccio del film era quello di aprire un dialogo. I due protagonisti possono parlare tra loro anche se c’è tristezza nel loro dialogo. Io credo che i due sarebbero intimamente e spontaneamente connessi se non ci fosse il contesto a dividerli.

    Di quel 2001, dopo il Leone d’Oro appena vinto per Moonsoon Wedding, cosa le rimane?
    Ricordo che ero contenta, appena arivata a Toronto per il festival. E’ stato uno shock profondo, perché venendo da New York avevo mio marito e mio figlio lì in quel momento, come anche una mia cara amica. La mia preoccupazione era per ciò che poteva succedere alle persone che amo. C’è voluta una settimana prima di riuscire a comunicare con loro o tornare a casa. Quel che vedevo assomigliava alle immagini che avevo visto nella mia parte del mondo, ma stavolta succedeva dietro casa. Mi disturbava sentire improvvisamente la sensazione di diversità e alterità anche con persone con le quali condividevo la vita in città. Questa sensazione ha influenzato molto tutti noi, come persone, e l’autore del libro

    Che accoglienza si aspetta negli Usa?
    Spero il pubblico segua lo spirito che il film rappresenta. Un film fatto da persone che capiscono davvero cosa sia lo spirito statunitense e amano quel Paese. Una conversazione che supera i pregiudizi che ci contaminano nella stampa e nella politica. Spero che il pubblico trovi la sua connesione nella propria vita; siamo persone che viaggiano tra questi due mondi di continuo e credo che, a differenza di quanto detto da Bush – ‘o con noi, o contro di noi’ -, ci sia un posto intermedio, quello di un mondo che non vuole la guerra ad ogni costo. Una voce che possa porsi come via.

    Non crede che manchi proprio l’aspetto religioso del fondamentalismo nel film?
    No, anzi una idea importante è che questo è sviluppato in parallelo al fondamentalismo economico di Wall Street. Vediamo come quando Changen torna in Pakistan diventi preda di chi pensa sia tornato per servire una certa ideologia e lo vuole come motore del terrore. Lui rifiuta, perché vede lo stesso fondamentalismo nei due mondi.
    Il film adotta una visione laica e viene dall’osservazione di un mondo che esiste in Pakistan e nel continente e non riflette solo sugli aspetti religiosi, come spesso oggi i media riportano. Non ignora il terrore ma non gli appartiene, e appartiene a una tradizione secolare laica.

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  • Il fondamentalista riluttante: Da Rizvan a Changez

    Mira Nair è sempre lei. Narrativa, descrittiva, poco conclusiva. Ma la storia resta interessante, nonostante le (troppe) modifiche nel passaggio dalla pagina allo schermo.
    3stelle
    Chi avesse letto il libro di Mohsin Hamid e si avviasse a voler scoprire come il lungo affettato ed elegante monologo-dialogo fosse stato rappresentato sullo schermo da una delle registe indiane più acclamate e premiate della storia (contemporanea), abbandoni le proprie aspettative. Le licenze sono molte e forti, e lo spirito – per quanto cast e crew si affannino a sostenere sia rimasto al centro del progetto – sembra davvero difficile da ritrovare in questo articolato e anomalo spy movie, Il fondamentalista riluttante in sala dal 13 giugno distribuito da Eagle Pictures.
    Come spesso le accade, Mira Nair sembra più attenta al piacere di descrivere un mondo o il mondo del suo protagonista che alla necessità di dare un equilibrio al racconto o una conclusione ritmata allo stesso. Per quanto possa sembrare strano, lo stesso autore del libro ha collaborato al trattamento cinematografico, nel quale alla linea narrativa originaria, sicuramente la più interessante e piacevole, si sovrappone quella più ‘action’, evidente concessione al mezzo sfruttato e alla destinazione dell’opera (la sala).
    L’11 settembre visto dal Medio Oriente, e non dal Khan/Forrest Gump del 2010 di Karan Johar, ma da un personaggio più sfaccettato, integrato e occidentalizzato, critico e riconoscente, ma insieme refrattario e capace di autodeterminarsi in maniera originale – almeno per questo tipo di film – fino alle estreme conseguenze.
    L’esame di punti di vista diversi e diversamente strumentalizzati su singoli e semplici episodi e la presa di coscienza di una impotenza globale (“dopo il 2001 hanno preso posizione per me”) da superare solo attraverso amore e profitto, colonne friabili su cui basare una esistenza sono elementi nuovi e vecchi insieme di quel razzismo ‘post 9/11’ che sembra sposato o completamente ignorato a posteriori.
    Vedremo se il fazioso Occidente riuscirà a riconoscere la pluralità dei fondamentalismi qui stigmatizzati e sfuggiti e avrà l’onestà intellettuale di vedere il reciproco di ciò che è stato tanto demonizzato, in nome della verità, del rispetto e della libertà.

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