LOGO
  • ,

    Need for speed: Supercar senza trucco

    Dal 13 marzo in sala il film tratto dal videogioco di corse d’auto più famoso del mondo. E Aaron Paul e Dominic Cooper guidano il cast di questa impresa che richiama il successo di Fast & Furious.

    2stellemezzo

    Quando il regista Scott Waugh ha accettato l’incarico di girare un film tratto dalla serie di videogame Need for Speed sapeva di trovarsi di fronte a una sfida duplice. Quella di spezzare una tradizione, una maledizione quasi, secondo cui niente di buono può venire fuori adattando un videogame per il grande schermo; e quella più subdola di dover fare i conti con uno dei franchise più solidi del cinema, quel Fast & Furious che da qualche anno a questa parte è una delle miniere più ricche dell’industria.

    L’impresa non era certo tra le più semplici ma va dato atto a Dreamworks ed Electronic Arts di aver avuto una certa originalità nelle scelte produttive. E così il progetto Need for speed è finito in mano allo sceneggiatore George Gatins, che non aveva mai scritto un film ma che oltre a fare il producer è un appassionato di automobili e gestisce un’officina specializzata nel rimettere a nuovo auto d’epoca, e a Waugh, rampollo di una famiglia di stuntmen, messosi in luce come regista per l’action Act of valor, dove ha usato come attori dei veri Navy Seals americani.

    Ne è venuto fuori un film che di certo si inserisce nel solco tracciato dalla saga con Vin Diesel e lo scomparso Paul Walker, ma che al contrario del suo illustre predecessore esalta l’elemento sportivo rinunciando a quello crime, e rifiuta con orgoglio l’utilizzo di un qualunque effetto speciale digitale. E così le numerose scene di corsa sono finite in mano a una copiosa troupe di stuntmen, composta in parte da ex piloti, e anche i componenti del cast si sono dovuti esibire in qualche evoluzione non banale sulle quattro ruote (compresa la deliziosa Imogen Poots che aveva ammesso di non aver mai guidato un auto prima di girare il film).

    Il risultato finale è una pellicola sicuramente meno spettacolare di quanto non ci si aspetti al giorno d’oggi ma abbastanza genuina da non risultare sgradevole. Le corse in auto sono tante e i modelli sembrano scelti seguendo la logica del videogioco che alterna le classiche muscle car americane (dalla Mustang alla mitica Gran Torino) alle meno tradizionali super car, sfuggendo sicuramente più di Fast & Furious alla logica dello sponsor a tutti i costi.

    Certo a livello di personaggi e di trame non ci si discosta troppo dal canone ma che trame e personaggi siano di fatto un pretesto per arrivare alle auto era evidente sin dal trailer. In ogni caso Aaron Paul, il Jesse Pinkman di Breaking Bad, sfrutta tutta la notorietà accumulata in tv per guadagnarsi i galloni del protagonista e di sicuro si dimostra un frontman attendibile, mentre la Poots e l’antagonista Dominic Cooper fanno il loro. Divertente poi qualche trovata comica (la scena dello strip nel palazzo di uffici su tutte) e pure il contributo di Michael Keaton, che fa la parte del re clandestino delle corse.

    Marcello Lembo

    Read more »
  • ,

    47 Ronin: Un fantasy senza padrone

    In sala dal 13 marzo l’action che rielabora in chiave fantasy il racconto tradizionale giapponese dei 47 samurai che vendicarono il loro padrone. Protagonista Keanu Reeves che guida un cast di attori del Sol Levante.

    2stelle

    Tra storia e leggenda qui prevale la leggenda. Eppure è dalla storia che nasce tutto. Quella dei 47 Ronin, uno dei racconti più noti della tradizione giapponese, prende le mosse da un episodio che passa alle cronache con il nome di “incidente di Ako”. I protagonisti sono il signore Asano, costretto al suicidio rituale dopo aver aggredito il vile lord Kira, e il samurai Oishi che ha guidato la vendetta dei 47 guerrieri rimasti senza un padrone. Il Giappone omaggia questi personaggi, assurti a simbolo dell’onore, invitando ogni anno autori di ogni media a riproporre in nuove versioni l’antica leggenda, per quelle che vengono definite Chushingura.

    47 Ronin, il lungometraggio di esordio del regista Carl Rinsch, non è altro che questo, un esempio di Chushingura che sceglie come cifra stilistica il linguaggio che più ha dato lustro nell’immaginario mondiale alla fabbrica di sogni che è Hollywood. La storia dei samurai senza padrone, in questo adattamento la cui realizzazione è durata oltre due anni per un budget faraonico di 175 milioni di dollari, è filtrata quindi attraverso l’immaginario fantasy e il linguaggio dei supereroi, strizzando maliziosamente l’occhio sia a un pubblico occidentale che a quello orientale.

    Ecco quindi che gli sceneggiatori Chris Morgan e Hossein Amini, autori rispettivamente degli ultimi capitoli della saga di Fast & Furious e di Drive, inseriscono nelle trame un personaggio occidentale, un reietto che finisce per diventare il leader nel gruppo di vendicatori. A dare il volto al mezzo sangue Kai è Keanu Reeves, che guida un cast di star giapponesi composto tra gli altri da Hiroyuki Sanada (un curriculum lunghissimo da Sunshine a Lost) e Rinko Kikuchi (candidata all’Oscar per Babel).

    Ma se il copione ogni tanto riserva buone trovate (dalla foresta dei Tengu alla città dei pirati), e la messa in scena non è priva di una certa eleganza (soprattutto grazie al lavoro dello scenografo Jan Roelfs e della costumista Penny Rose), in conclusione a emergere è la lentezza dell’intreccio e una sceneggiatura che nel desiderio di rendere onore alla cultura orientale finisce per cadere vittima di qualche tema ritrito e di un’esaltazione del concetto di onore che di certo ha trovato in passato cantori più sentiti e convinti.

    Il Giappone leggendario che prende forma dall’obiettivo di Rinsch vorrebbe poi essere uno sfondo mitologico venato da influenze artistiche nobili – le stampe di Hiroshige e Hokusai e anche i disegni di Hayao Miyazaki – ma finisce per appiattirsi, frutto com’è di un elaborazione intellettuale più che di un’esperienza diretta. Infine gli effetti speciali, pur senza essere particolarmente innovativi, fanno il loro mentre spicca l’assoluta assenza di sangue in scena (requisito minimo a quanto pare, per evitare fastidiosi divieti al botteghino) nonostante i duelli all’arma bianca e i suicidi rappresentino tanta parte della trama.

    Marcello Lembo

    Read more »
  • ,

    Snowpiercer: La rivoluzione corre sui binari

    In sala finalmente dal 27 febbraio Snowpiercer, film cult del coreano Boon Joon-ho, acclamatissimo all’ultimo Festival del Cinema di Roma. E Chris Evans guida la rivolta sociale tra gli ultimi sopravvissuti all’apocalisse.

    3stelleemezzo

    Un regista coreano, una troupe multietnica con professionisti di almeno tre continenti, gli ambienti ricreati negli studios della Repubblica Ceca, attori americani, inglesi, coreani. Dietro le quinte l’umanità di Snowpiercer è variegata quanto la popolazione che affolla il treno, fulcro e leva dell’ultimo film del coreano Boon Joon-ho, destinato ad essere un cult già al momento delle sue prime proiezioni.
    E il treno che si muove in eterno per una Terra soffocata da una nuova glaciazione (causata dall’uomo peraltro) diventa un microcosmo di diseguaglianza e ingiustizia dove a una testa di privilegiati, divisi tra vagoni sartorie e vagoni saune in un party pressoché eterno, si contrappone una coda sovraffollata e sudicia, dove la gran parte dei passeggeri è costretta a sopravvivere nutrendosi di avanzi e reprimendo gli istinti violenti. Un giorno però la violenza deflagra e inizia il viaggio dei ribelli (il leader Chris Evans, il gregario Jamie Bell, il mentore John Hurt e lo scettico Song Kang-ho). Un viaggio all’inizio di conquista sociale e politica che poi si trasfigura a poco a poco in un’esperienza sempre più mistica e surreale, con i protagonisti diretti verso la testa e il cuore del treno, la sua sala macchina. La rivoluzione proposta da Boon Joon-ho  è però una rivoluzione totale, che scardina non solo l’ordine sociale ma anche le certezze dei suoi protagonisti.

    Da regista il coreano imposta questo viaggio di Icaro, questa scalata dell’Olimpo come l’inseguimento continuo di un punto di fuga, creando col montare della vicenda una maggiore sensazione di straniamento, dalla battaglia all’arma bianca nella galleria, fino ai video educativi del vagone scuola, dai rallenty del vagone sauna fino alla calma solo apparente della testa del treno. Forse qua e là si concede qualche pausa, qualche primo piano di troppo ma la potenza della visione ha senz’altro la meglio sulle incertezze.
    Da sceneggiatore – con la collaborazione di Kelly Masterson – invece non cade nella trappola della tautologia, sfruttando a pieno il concetto dell’opera originale (il fumetto francese La Transperceinege di Benjamin Legrand, Jacques Lob e Jean Marc Rochette) che minimizzava il tema politico lasciando più spazio al tema del viaggio in questo mondo post apocalittico, compresso e lineare.
    Funzionale la prova degli attori, con un Chris Evans che da Capitan America, paladino per eccellenza dell’ordine costituito, si trova stavolta a difendere le ragioni dei sovversivi, con una Tilda Swinton, megera post moderna e ipocrita voce del male e un Ed Harris che si ritrova nei panni di una figura narrativa che forse lui inaugurò 16 anni fa in The Truman Show, quella del deus in machina.

    Marcello Lembo

    Read more »
  • ,

    Monuments Men: l’arte della guerra

    George Clooney riunisce una combriccola di amici e colleghi per portare sul grande schermo la storia della squadra di esperti alleati che avevano il compito di recuperare e restituire le opere d’arte trafugate dai nazisti. Nelle sale il 13 febbraio.

    2stellemezzo

    E’ più importante la vita di un uomo o un’opera d’arte, che della civiltà umana è forse la più alta delle espressioni? E’ per rispondere a questa domanda che George Clooney e il produttore-sceneggiatore Grant Heslov hanno deciso di portare sul grande schermo Monuments Men, adattando il libro omonimo di Robert M. Edsel e Bret Witter che racconta le imprese di un gruppo di esperti incaricato dal comando alleato di recuperare e restituire i capolavori trafugati dai nazisti.

    Per questa sua quinta prova dietro l’obiettivo (a tre anni dal politcal drama Le Idi di Marzo) il divo hollywoodiano ha deciso poi di aprire l’agendina e di convocare un gruppo affiatato di amici e colleghi, dal solito Matt Damon al veterano Bill Murray, da John Goodman a Cate Blanchett passando per il francese Jean Dujardin, un tempo protagonista di The Artist. Al cast ricco e famoso Clooney ci aggiunge poi quel tocco un po’ retrò che sembra diventata la sua cifra stilistica. Un pizzico di fratelli Coen, una spruzzata di Spielberg e tanta vecchia Hollywood. Il risultato è un insolito film bellico che predilige il garbo alla voce graffiante e cinica di qualche opera precedente e che alterna i toni del dramma a quelli della commedia, senza mai propriamente eccellere né tantomeno eccedere in nessuno dei due.

    Il mix messo insieme da Clooney e Heslov è però leggero e prodotto con cura come un buon vino da tavola (merito anche della fotografia di Phedon Papamichael e delle musiche di Alexandre Desplat), e Monuments Men finisce quindi per compensare almeno in parte una premessa intellettuale un tantino trita affidandosi al talento degli attori e alla piacevolezza di una storia poco conosciuta e poco battuta nella tradizione del film bellico. E così dall’immagine di Hitler che osserva un plastico del suo Fuhrermuseum alla corsa per salvare la Madonna di Bruges di Michelangelo dalla furia distruttrice dei nazisti e dalle aspirazioni predatorie dei russi le quasi due ore di durata passano senza troppo pesare.

    Marcello Lembo

    Read more »
  • ,,

    Storia d’Inverno: Un amore senza tempo

    Per il suo esordio alla regia Akiva Goldsman, sceneggiatore premio Oscar per “A Beautiful Mind”, sceglie una love story tinta di fantasy ambientata tra inizio novecento e giorni nostri sullo sfondo di una New York da cartolina. In sala nel giorno di San Valentino.

    2stelle

    Sette anni di gestazione, passati tra problemi di ogni natura, da un drastico taglio del budget all’arrivo dell’uragano Sandy durante le riprese. Ma alla fine il regista-sceneggiatore Akiva Goldsman è riuscito a portare a termine quello che definisce il suo progetto più sentito, Storia d’Inverno, tratto dal romanzo omonimo dell’americano Mark Helprin.
    E il prodotto che si appresta a uscire nelle sale italiane il prossimo giorno di San Valentino è una love story che riprende tutta la tradizione hollywoodiana mescolandola con gli elementi più classici del cinema di genere fantastico. Ecco allora che la vicenda dei protagonisti, il ladro Peter Lake e la giovane Beverly Penn interpretati da Colin Farrell e dalla Jessica Brown Findlay di Downtown Abbey, si dipana nell’arco di più di un secolo, dal 1985 ai giorni nostri, in un tourbillon di sentimenti, cavalli alati e oscure figure demoniache vestite in giacca nera e bombetta, il tutto sullo sfondo di una New York che sembra racchiusa in un globo di neve.

    In termini di realizzazione però Goldsman, tra gli sceneggiatori più illustri dell’industria cinematografica, si ritrova spesso a balbettare, specie quando c’è da lasciare sul tavolo la penna per mettersi dietro la macchina da presa. E così ogni tanto indugia troppo su un primo piano, qualche volta si lascia prendere la mano dalla passione per i suoi monologhi, ma a soffrire di più sono le scene dai toni marcatamente fantasy che forse avrebbero avuto bisogno di una messa in scena più spregiudicata, di un occhio più abituato agli effetti speciali e di una maggiore attenzione in fase di post produzione. Goldsman se la cava decisamente meglio nella parte più romance della pellicola, sfruttando a proprio vantaggio il contributo del direttore della fotografia Caleb Deschanel, della scenografa Naomi Shohan e delle musiche dell’onnipresente Hans Zimmer (che con pochi tocchi riescono a definire quell’aria da fiaba urbana che è la cifra stilistica del romanzo) e valorizzando le doti dei due interpreti principali. In fase di sceneggiatura tutto sommato il regista fa il suo, anche se le difficoltà insite nel ridurre in poco meno di due ore un romanzo di 800 pagine fanno sì che la parte ambientata ai giorni nostri risulti un po’ sacrificata rispetto a quella precedente.

    Tra gli attori, oltre ai due protagonisti, si segnalano soprattutto le performance di William Hurt e di una sempreverde Eva Marie Saint che pur con poco spazio riescono a lasciare il segno, mentre i cattivi Russell Crowe e un Will Smith che non compare tra i credit principali si limitano a fare il loro compitino con più (Crowe) o meno (Smith) convinzione.

    Marcello Lembo

    Read more »
  • ,

    A proposito di Davis: Folkodissea

    Il prossimo 6 febbraio tornano in sala i fratelli Coen con le avventure di un cantante squattrinato e un po’ spiantato che si muove nella New York dei primi anni 60.

    3stelleemezzo

    Dietro l’arte e la poesia di Bob Dylan c’è un mondo, un mondo fatto di  musicisti squattrinati, che cercano di tenere fede allo spirito della loro dottrina, la musica folk, e a far successo senza però cadere nei tranelli di uno showbusiness che si definisce giusto in quegli anni. Ed è proprio la scena folk della New York dei primi 60 che i fratelli Coen raccontano, in A proposito di Davis, loro nuova fatica uscita a tre anni di distanza da Il Grinta.
    In particolare la coppia di registi-sceneggiatori sceglie di adottare lo sguardo idealista e disincantato del giovane Llewyn Davis, interpretato dal bravo Oscar Isaac e modellato vagamente sulla figura del musicista Dave Van Ronk, la cui biografia è servita da ispirazione al film. E il viaggio dell’eroe Davis, strangolato dall’incapacità (o forse impossibilità) di emergere alle luci della ribalta e dall’impossibilità (o forse incapacità) di tornare a una vita più semplice, si trasforma in breve tempo in una vera odissea fatta di notti passate sul divano di chi lo ospita, di liti con l’amica-amante Jean (Carey Mulligan), di ore a inseguire un gatto adottato involontariamente.

    E questa sorta di loop che si ripete armonico, come l’arpeggio di un taditional i Coen ce lo raccontano optando per una sceneggiatura dalla struttura volutamente episodica, quasi a richiamare il precedente omerico, e con il classico umorismo grottesco che a volte (il viaggio a Chicago, ad esempio) porta con sé un’eco dai toni lynchiani. La parte del leone ovviamente la fa la musica, con un ritmo scenico scandito da una serie di brani musicali rigorosamente eseguiti per intero e che ricorrono puntuali come le battute di un metronomo. Splendido in tal senso il lavoro del produttore esecutivo per le musiche T-Bone Burnett che ha scelto e arrangiato i pezzi insieme a Marcus Mumford, cantante del gruppo folk inglese ‘Mumford & Sons’. E splendide anche le performance degli interpreti che hanno tutti cantato e suonato i loro pezzi, a cominciare da Isaac e la Mulligan oltre all’attore musicista Justin Timberlake e ai comprimari Adam Driver e Stark Sands.
    Le buone performance si confermano anche nella fase più tradizionale della recitazione dove, oltre al protagonista, si segnala il cameo di John Goodman, vecchio musicista jazz zoppo ed eroinomane.

    Marcello Lembo

    Read more »
Back to Top