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    Snowpiercer: La rivoluzione corre sui binari

    In sala finalmente dal 27 febbraio Snowpiercer, film cult del coreano Boon Joon-ho, acclamatissimo all’ultimo Festival del Cinema di Roma. E Chris Evans guida la rivolta sociale tra gli ultimi sopravvissuti all’apocalisse.

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    Un regista coreano, una troupe multietnica con professionisti di almeno tre continenti, gli ambienti ricreati negli studios della Repubblica Ceca, attori americani, inglesi, coreani. Dietro le quinte l’umanità di Snowpiercer è variegata quanto la popolazione che affolla il treno, fulcro e leva dell’ultimo film del coreano Boon Joon-ho, destinato ad essere un cult già al momento delle sue prime proiezioni.
    E il treno che si muove in eterno per una Terra soffocata da una nuova glaciazione (causata dall’uomo peraltro) diventa un microcosmo di diseguaglianza e ingiustizia dove a una testa di privilegiati, divisi tra vagoni sartorie e vagoni saune in un party pressoché eterno, si contrappone una coda sovraffollata e sudicia, dove la gran parte dei passeggeri è costretta a sopravvivere nutrendosi di avanzi e reprimendo gli istinti violenti. Un giorno però la violenza deflagra e inizia il viaggio dei ribelli (il leader Chris Evans, il gregario Jamie Bell, il mentore John Hurt e lo scettico Song Kang-ho). Un viaggio all’inizio di conquista sociale e politica che poi si trasfigura a poco a poco in un’esperienza sempre più mistica e surreale, con i protagonisti diretti verso la testa e il cuore del treno, la sua sala macchina. La rivoluzione proposta da Boon Joon-ho  è però una rivoluzione totale, che scardina non solo l’ordine sociale ma anche le certezze dei suoi protagonisti.

    Da regista il coreano imposta questo viaggio di Icaro, questa scalata dell’Olimpo come l’inseguimento continuo di un punto di fuga, creando col montare della vicenda una maggiore sensazione di straniamento, dalla battaglia all’arma bianca nella galleria, fino ai video educativi del vagone scuola, dai rallenty del vagone sauna fino alla calma solo apparente della testa del treno. Forse qua e là si concede qualche pausa, qualche primo piano di troppo ma la potenza della visione ha senz’altro la meglio sulle incertezze.
    Da sceneggiatore – con la collaborazione di Kelly Masterson – invece non cade nella trappola della tautologia, sfruttando a pieno il concetto dell’opera originale (il fumetto francese La Transperceinege di Benjamin Legrand, Jacques Lob e Jean Marc Rochette) che minimizzava il tema politico lasciando più spazio al tema del viaggio in questo mondo post apocalittico, compresso e lineare.
    Funzionale la prova degli attori, con un Chris Evans che da Capitan America, paladino per eccellenza dell’ordine costituito, si trova stavolta a difendere le ragioni dei sovversivi, con una Tilda Swinton, megera post moderna e ipocrita voce del male e un Ed Harris che si ritrova nei panni di una figura narrativa che forse lui inaugurò 16 anni fa in The Truman Show, quella del deus in machina.

    Marcello Lembo

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    Monuments Men: l’arte della guerra

    George Clooney riunisce una combriccola di amici e colleghi per portare sul grande schermo la storia della squadra di esperti alleati che avevano il compito di recuperare e restituire le opere d’arte trafugate dai nazisti. Nelle sale il 13 febbraio.

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    E’ più importante la vita di un uomo o un’opera d’arte, che della civiltà umana è forse la più alta delle espressioni? E’ per rispondere a questa domanda che George Clooney e il produttore-sceneggiatore Grant Heslov hanno deciso di portare sul grande schermo Monuments Men, adattando il libro omonimo di Robert M. Edsel e Bret Witter che racconta le imprese di un gruppo di esperti incaricato dal comando alleato di recuperare e restituire i capolavori trafugati dai nazisti.

    Per questa sua quinta prova dietro l’obiettivo (a tre anni dal politcal drama Le Idi di Marzo) il divo hollywoodiano ha deciso poi di aprire l’agendina e di convocare un gruppo affiatato di amici e colleghi, dal solito Matt Damon al veterano Bill Murray, da John Goodman a Cate Blanchett passando per il francese Jean Dujardin, un tempo protagonista di The Artist. Al cast ricco e famoso Clooney ci aggiunge poi quel tocco un po’ retrò che sembra diventata la sua cifra stilistica. Un pizzico di fratelli Coen, una spruzzata di Spielberg e tanta vecchia Hollywood. Il risultato è un insolito film bellico che predilige il garbo alla voce graffiante e cinica di qualche opera precedente e che alterna i toni del dramma a quelli della commedia, senza mai propriamente eccellere né tantomeno eccedere in nessuno dei due.

    Il mix messo insieme da Clooney e Heslov è però leggero e prodotto con cura come un buon vino da tavola (merito anche della fotografia di Phedon Papamichael e delle musiche di Alexandre Desplat), e Monuments Men finisce quindi per compensare almeno in parte una premessa intellettuale un tantino trita affidandosi al talento degli attori e alla piacevolezza di una storia poco conosciuta e poco battuta nella tradizione del film bellico. E così dall’immagine di Hitler che osserva un plastico del suo Fuhrermuseum alla corsa per salvare la Madonna di Bruges di Michelangelo dalla furia distruttrice dei nazisti e dalle aspirazioni predatorie dei russi le quasi due ore di durata passano senza troppo pesare.

    Marcello Lembo

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    Storia d’Inverno: Un amore senza tempo

    Per il suo esordio alla regia Akiva Goldsman, sceneggiatore premio Oscar per “A Beautiful Mind”, sceglie una love story tinta di fantasy ambientata tra inizio novecento e giorni nostri sullo sfondo di una New York da cartolina. In sala nel giorno di San Valentino.

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    Sette anni di gestazione, passati tra problemi di ogni natura, da un drastico taglio del budget all’arrivo dell’uragano Sandy durante le riprese. Ma alla fine il regista-sceneggiatore Akiva Goldsman è riuscito a portare a termine quello che definisce il suo progetto più sentito, Storia d’Inverno, tratto dal romanzo omonimo dell’americano Mark Helprin.
    E il prodotto che si appresta a uscire nelle sale italiane il prossimo giorno di San Valentino è una love story che riprende tutta la tradizione hollywoodiana mescolandola con gli elementi più classici del cinema di genere fantastico. Ecco allora che la vicenda dei protagonisti, il ladro Peter Lake e la giovane Beverly Penn interpretati da Colin Farrell e dalla Jessica Brown Findlay di Downtown Abbey, si dipana nell’arco di più di un secolo, dal 1985 ai giorni nostri, in un tourbillon di sentimenti, cavalli alati e oscure figure demoniache vestite in giacca nera e bombetta, il tutto sullo sfondo di una New York che sembra racchiusa in un globo di neve.

    In termini di realizzazione però Goldsman, tra gli sceneggiatori più illustri dell’industria cinematografica, si ritrova spesso a balbettare, specie quando c’è da lasciare sul tavolo la penna per mettersi dietro la macchina da presa. E così ogni tanto indugia troppo su un primo piano, qualche volta si lascia prendere la mano dalla passione per i suoi monologhi, ma a soffrire di più sono le scene dai toni marcatamente fantasy che forse avrebbero avuto bisogno di una messa in scena più spregiudicata, di un occhio più abituato agli effetti speciali e di una maggiore attenzione in fase di post produzione. Goldsman se la cava decisamente meglio nella parte più romance della pellicola, sfruttando a proprio vantaggio il contributo del direttore della fotografia Caleb Deschanel, della scenografa Naomi Shohan e delle musiche dell’onnipresente Hans Zimmer (che con pochi tocchi riescono a definire quell’aria da fiaba urbana che è la cifra stilistica del romanzo) e valorizzando le doti dei due interpreti principali. In fase di sceneggiatura tutto sommato il regista fa il suo, anche se le difficoltà insite nel ridurre in poco meno di due ore un romanzo di 800 pagine fanno sì che la parte ambientata ai giorni nostri risulti un po’ sacrificata rispetto a quella precedente.

    Tra gli attori, oltre ai due protagonisti, si segnalano soprattutto le performance di William Hurt e di una sempreverde Eva Marie Saint che pur con poco spazio riescono a lasciare il segno, mentre i cattivi Russell Crowe e un Will Smith che non compare tra i credit principali si limitano a fare il loro compitino con più (Crowe) o meno (Smith) convinzione.

    Marcello Lembo

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    A proposito di Davis: Folkodissea

    Il prossimo 6 febbraio tornano in sala i fratelli Coen con le avventure di un cantante squattrinato e un po’ spiantato che si muove nella New York dei primi anni 60.

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    Dietro l’arte e la poesia di Bob Dylan c’è un mondo, un mondo fatto di  musicisti squattrinati, che cercano di tenere fede allo spirito della loro dottrina, la musica folk, e a far successo senza però cadere nei tranelli di uno showbusiness che si definisce giusto in quegli anni. Ed è proprio la scena folk della New York dei primi 60 che i fratelli Coen raccontano, in A proposito di Davis, loro nuova fatica uscita a tre anni di distanza da Il Grinta.
    In particolare la coppia di registi-sceneggiatori sceglie di adottare lo sguardo idealista e disincantato del giovane Llewyn Davis, interpretato dal bravo Oscar Isaac e modellato vagamente sulla figura del musicista Dave Van Ronk, la cui biografia è servita da ispirazione al film. E il viaggio dell’eroe Davis, strangolato dall’incapacità (o forse impossibilità) di emergere alle luci della ribalta e dall’impossibilità (o forse incapacità) di tornare a una vita più semplice, si trasforma in breve tempo in una vera odissea fatta di notti passate sul divano di chi lo ospita, di liti con l’amica-amante Jean (Carey Mulligan), di ore a inseguire un gatto adottato involontariamente.

    E questa sorta di loop che si ripete armonico, come l’arpeggio di un taditional i Coen ce lo raccontano optando per una sceneggiatura dalla struttura volutamente episodica, quasi a richiamare il precedente omerico, e con il classico umorismo grottesco che a volte (il viaggio a Chicago, ad esempio) porta con sé un’eco dai toni lynchiani. La parte del leone ovviamente la fa la musica, con un ritmo scenico scandito da una serie di brani musicali rigorosamente eseguiti per intero e che ricorrono puntuali come le battute di un metronomo. Splendido in tal senso il lavoro del produttore esecutivo per le musiche T-Bone Burnett che ha scelto e arrangiato i pezzi insieme a Marcus Mumford, cantante del gruppo folk inglese ‘Mumford & Sons’. E splendide anche le performance degli interpreti che hanno tutti cantato e suonato i loro pezzi, a cominciare da Isaac e la Mulligan oltre all’attore musicista Justin Timberlake e ai comprimari Adam Driver e Stark Sands.
    Le buone performance si confermano anche nella fase più tradizionale della recitazione dove, oltre al protagonista, si segnala il cameo di John Goodman, vecchio musicista jazz zoppo ed eroinomane.

    Marcello Lembo

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