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    Andrew Garfield: Il mio Spider-Man come Ronaldo e Bugs Bunny

    Il supereroe si toglie la maschera. E sotto c’è il volto giovane di Andrew Garfield che insieme ai compagni di viaggio Emma Stone, Jamie Foxx e Dane Dehaan e al regista Marc Webb si sono trovati al Grand Hotel St. Regis di Roma per presentare The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro, l’ultima impresa cinematografica di un supereroe che a più di 50 anni dalla sua genesi continua ad appassionare generazioni e generazioni di lettori e spettatori.

    Ma come si spiega, dopo tanto tempo, il successo di questo personaggio?
    Marc Webb: Sono tanti gli elementi che ce lo fanno sentire vicino. Peter Parker non è un ragazzino miliardario, non è un alieno. Deve lavorare per pagare l’affitto, ha una ragazza e deve trovare il tempo di vederla. È una persona come noi ed è facile immedesimarsi con lui.
    Andrew Garfield: Ho riflettuto molto anch’io sulla questione e, per quanto possa sembrare banale, credo che anche il costume abbia un suo ruolo. È un costume che copre completamente e può nascondere chiunque, non lascia vedere il colore della pelle di chi lo indossa e così un americano, un asiatico, un italiano, tutti possono immaginarsi dentro al costume.

    Amazing Spider-Man 2 è anche la storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza, Peter e Gwen
    M. W.: Sono molto soddisfatto di quest’aspetto del film e il merito va ad Andrew ed Emma che sono bravissimi a improvvisare e proprio questo loro talento ha reso possibile creare delle scene che sembrano prese dalla vita reale.
    Emma Stone: Ma è stato Marc che ci ha lasciato lo spazio per improvvisare e lo ha fatto proprio perché ci teneva a raccontare questo rapporto.

    Signor Foxx come si è trovato a recitare un ruolo così duplice, prima il loser Max, poi il supercattivo Electro?
    Jamie Foxx: E’ stato entusiasmante. Mia figlia ad esempio è impazzita quando gli ho detto che facevo il cattivo di Spider-Man. E in generale è entusiasmante vedere che dovunque andiamo a presentare il film ci accolgono folle di bambini e folle di genitori che sono tutti fan del personaggio.

    C’è stato un fumetto che vi ha particolarmente ispirato nella realizzazione visiva di questo film?
    M. W.: Abbiamo preso a piene mani dalla tradizione, di sicuro le storie recenti di Ultimate Spider-Man, di Brian Michael Bendis e Mark Bagley, ma anche quelle di Todd McFarlane. Ma in generale volevamo dare l’idea di un supereroe che sprizzasse gioia nel suo essere supereroe, gioia, vita e libertà.
    A. G.: In generale il fumetto ti dà l’idea di qualcosa che sia fuori dal normale e così ho cercato di rifarmi a persone che fanno o facevano cose fuori dal normale. Mohammed Alì, Usain Bolt, Cristiano Ronaldo e… perché no, Bugs Bunny. Nel mio Spider-Man c’è anche un po’ di Bugs Bunny.

    Come ci si trova a recitare in un ruolo, quello di Harry Osborn, con tanta storia alle spalle?
    Dane Dehaan: Sì, sono personaggi che hanno cinquant’anni di storia ma questo ti dà l’occasione di reinterpretarli ogni volta per gli spettatori moderni. La sceneggiatura fortunatamente era fantastica e questo mi ha molto aiutato.

    Visto che prima si è parlato di improvvisazione, com’è stata la chimica sul set?
    M. W.: Buona, mi sono limitato a lasciarli recitare…
    A. G.: Non mentire, eri sempre lì a indicarci la strada che dovevamo percorrere.
    L’idea era quella di dare la giusta atmosfera e Marc ha creato tutte le condizioni adatte perché questo avvenisse.
    M. W.: Ad aiutare il processo secondo me è stato il fatto che non ci siano state prove. Ci incontravamo sul set e poi si vedeva quel che succedeva.

    Marcello Lembo

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    The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro: Supereroi ad alta tensione

    Dal 23 aprile torna per una nuova avventura l’Uomo Ragno in versione adolescenziale interpretato da Andrew Garfield ed Emma Stone. Tra voli mozzafiato e un trittico di nuovi nemici.

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    Il modello Avengers dà i suoi frutti e comincia a fare proseliti e così nasce una nuova era anche per Spider-Man. Il supereroe tessiragnatele creato in casa Marvel (ma che al cinema è gestito dalla Sony) si appresta a seguire l’esempio dei colleghi e a dare vita a un universo cinematografico espanso, composto da almeno altri cinque film, che inizia proprio da questo secondo capitolo, The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro.
    Uscito a due anni di distanza dal film precedente che aveva cancellato la trilogia dell’accoppiata Sam Raimi-Tobey Maguire, sostituendola con le imprese dei più verdi Marc Webb e Andrew Garfield, il Potere di Electro ripropone il mix di azione, effetti speciali e commedia adolescenziale che aveva caratterizzato il suo predecessore, puntando però sui primi due elementi e lasciando più sullo sfondo il terzo.

    Messe da parte le origini tragiche dell’eroe il Peter Parker di questo film può concentrarsi di più sui voli e sulle piroette della sua vita da supereroe, senza rinunciare alle situazioni venate di comicità che rappresentano sin dagli anni 60 la cifra della sua vita fumettistica. In questo senso Webb (che prima dell’Uomo Ragno si era dedicato ai videoclip e alle commedie) mostra una buona vena nella gestione delle scene action che – pur nella caciara – si seguono con grande scioltezza e usa con giudizio un apparato di effetti speciali di prim’ordine garantito da un budget di oltre 200 milioni.

    Il regista trae anche il meglio dalla sinergia tra i due protagonisti, Garfield ed Emma Stone (coppia nella vita reale) per quel che riguarda il gioco delle schermaglie amorose e del lascia e piglia, che pure è un classico del personaggio, anche quando sulla scena non c’è la fidanzata storica di Spider-Man, la rossa Mary Jane ma la bionda Gwen Stacy.
    Ma dove il Potere di Electro perde qualcosa è in realtà proprio sul fronte dei cattivi, che nei film di supereroi sono sempre una colonna portante. In questo caso sono tre – quello del titolo interpretato da Jamie Foxx, l’Harry Osborn incarnato da Dane DeHaan e il Rhino versione Paul Giamatti – ma potrebbero non valerne neanche uno. Il primo sembra uscito dai film di Batman degli anni ’90, perso com’è tra un’origine a metà fra favolistico e grottesco e un aspetto (che pure ha richiesto per la realizzazione il contributo di 150 tra esperti in effetti speciali, concept art e trucco) che sa di già visto. Gli altri due, vuoi per il poco spazio sullo schermo (Giamatti), vuoi per una storia raccontata con una certa fretta (Dehaan) non riescono a incidere condannando il film a un’alternanza di momenti epici – ed emotivamente probanti – e di passaggi che lasciano l’amaro in bocca e lo scetticismo in testa.

    Un equilibrio sospeso quindi che forse avrebbe richiesto qualche soluzione più originale in fase di design e un po’ di labor limae sulla sceneggiatura, firmata da Alex Kurtzman, Roberto Orci e Jeff Pinkner (Star Trek, Transformers e in tv Alias) con la collaborazione di James Vanderbilt (autore del primo episodio al soggetto).
    Una menzione particolare va infine alla colonna sonora realizzata dal solito Hans Zimmer in collaborazione con il super gruppo The Magnificent Six, formato tra gli altri da Pharrell Williams e dal chitarrista degli Smiths Johnny Marr, che inserisce momenti da opera rock nella struttura di una colonna sonora tradizionale, mescolando agli archi, le chitarre, l’elettronica e a volte il cantato di Williams in un mix d’avanguardia che speriamo trovi un seguito anche nei prossimi film.

    Marcello Lembo

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    Mister Morgan: Non è mai troppo tardi

    Dal 10 aprile in sala torna l’ottantenne Michael Caine con una storia di solitudine e rimpianti ambientato sullo sfondo di Parigi per la regia della tedesca Sandra Nettelbeck.

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    Metti un attore inglese, un’attrice francese e una regista tedesca per l’adattamento di un romanzo francese, fatto con una produzione franco-tedesca ma che sceglie la lingua inglese. Mister Morgan, nuova prova attoriale di un ottantenne Michael Caine, avrebbe tutti i crismi per essere considerato l’inizio di una barzelletta non troppo raffinata e invece, e a ragione, si presenta orgogliosamente come un nuovo modello di film europeo il cui risultato aspira a essere maggiore della somma delle sue parti e delle cinematografie che le hanno generate.

    L’opera firmata da Sandra Nettelbeck prende spunto dal romanzo, inedito in Italia, “La douceur assassine” di Françoise Dorner e racconta del signor Morgan (Caine) e della giovane Pauline (Clemence Poesy), anime alla deriva sullo sfondo di una Parigi fatta di panchine e bistrot. E dall’incontro di due solitudini nasce una storia che non è proprio storia d’amore ma storia di sentimento, che affonda la lama del racconto in un passato di rimpianti, di malinconia e di segreti inconfessati.

    E la storia si complica ancor di più quando al binomio dei protagonisti si aggiungerà, in una sorta di triangolo di tensioni, la figura del figlio di Morgan (Justin Kirk), carica di sospetti e di rancori, facendo sì che il film della Nettelbeck (che firma anche la sceneggiatura) da commedia sofisticata e dolce amara corra anche sul filo del dramma. Puntuale ed equilibrata in fase di scrittura la regista tedesca disegna un quadro emozionale ben strutturato e sfrutta al meglio anche il talento degli attori. Caine incarna alla perfezione il suo ruolo, diviso com’è tra attrazione e senso paterno, la Poesy impreziosisce con uno sguardo malinconico il suo personaggio fresco e vitale, Kirk racchiude in un’espressione fredda le emozioni che covano sotto le ceneri. Piccola menzione anche per la Gillian Anderson di X-Files, in un ruolo minore ma piacevolmente fuori dagli schemi.

    Marcello Lembo

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    Un primo assaggio del nuovo Spider-Man

    Ritmi elevati, freddure incessanti, vocazione da teen drama e un profluvio di effetti speciali, rigorosamente in digitale. La nuova avventura cinematografica dell’Uomo Ragno, a giudicare dalla mezz’ora di scene mostrate in anteprima alla Casa del Cinema, sembra non discostarsi troppo dall’ultimo exploit. Il titolo è The Amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro e uscirà nelle nostre sale il prossimo 24 aprile. Il regista, Marc Webb, e gli interpreti, Andrew Garfield ed Emma Stone, sono gli stessi dell’ultimo film ma a unirsi a loro tutta una schiera di nemici. Jamie Foxx sarà Electro, Paul Giamatti il possente Rhino e l’astro nascente Dane DeHaan prende il ruolo di Harry Osborn che fu di James Franco qualche anno fa (anche se più che a Franco DeHaan sembra atteggiarsi a un giovane Di Caprio). Cambiano anche gli sceneggiatori che saranno gli Alex Kurtzman e Roberto Orci di Star Trek e Jeff Pinkner.

    Questi primi minuti comunque ci raccontano di una presenza piuttosto invasiva di effetti in Cgi che però evitano di scadere nel posticcio. Il 3d pare sfruttato degnamente, almeno nelle scene d’azione, anche se la tendenza è quella di privilegiare gli effetti “a uscire” che alla lunga rischiano di sembrare ripetitivi. L’unico dubbio che trapela da quest’anteprima è sul personaggio di Foxx, che appare un po’ ingenuo nella costruzione e potrebbe non avere forse il carisma necessario nel genere supereroistico anche se l’aspetto (che ricorda quello del Doc Manhattan di Watchmen) non manca di potenza visiva.

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    Captain America – The Winter Soldier: Un eroe d’altri tempi

    Nuovo capitolo della saga cinematografica Marvel. Stavolta il protagonista è l’eroe a stelle e strisce interpretato da Chris Evans che affronta una nuova minaccia al fianco dei compagni d’avventura Scarlett Johansson, Samuel L. Jackson e Robert Redford. In sala il prossimo 26 marzo.

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    La corazzata targata Marvel-Disney si prepara a riaprire i forzieri in attesa del prossimo blockbuster supereroistico. Dopo il miliardo e mezzo di dollari incassato da Avengers (il terzo film per incassi della storia del cinema), dopo il miliardo e 200 milioni di Iron Man 3 e dopo l’insospettabile successo di Thor – The Dark World (650 milioni guadagnati nei botteghini di tutto il mondo), ora la macchina da soldi nota come “Marvel Fase 2” lascia spazio alla seconda impresa del supereroe di bandiera intitotalata Captain America – The Winter Soldier.

    Il personaggio è sicuramente meno spendibile nei mercati esteri, specie quello cinese che ha decretato gli strabilianti successi di Avengers e Iron Man, ma non per questo casa Disney tira indietro la mano. Circa 170 milioni di budget per un film che pesca dal mondo della tv i suoi registi, i fratelli Joe ed Anthony Russo (l’ultimo loro lungometraggio, la commedia “Io, te e Dupree”, risaliva al 2006), e conferma gli sceneggiatori (Stephen McFeely e Christopher Markus) e il cast del primo episodio, da Chris Evans a Sebastian Stan, da Hayley Atwell a Toby Jones e Samuel L. Jackson e in più aggiunge un po’ di volti noti visti in Avengers, a cominciare da quello di Scarlett Johansson ma non solo.

    Al contrario del primo episodio (Captain America – Il primo vendicatore del 2011) Winter Soldier rinuncia alle atmosfere belliche e sposta l’ambientazione ai giorni nostri. Una mossa azzeccata che permette nel contempo di sfruttare una delle principali caratteristiche del personaggio, quella di essere un uomo fuori dal tempo, e di dare più aria alla trama e ai dialoghi senza per questo alleggerirla troppo con quell’umorismo di maniera che aveva segnato l’ultima avventura dei colleghi Iron Man e Thor. Certo, a farla da padrone è comunque l’adrenalina, che nello script di McFeely e Markus si articola in un thriller spionistico ad alto tasso di spettacolarità e di effetti speciali (inutile dirlo, di ottima fattura) che trova ispirazione (o forse un riflesso) anche nello scandalo Nsa e che contrappone gli ideali ingenui di un eroe dei vecchi tempi alla realpolitik delle intelligence di oggigiorno.

    Ma qui prima di tutto è la spettacolarità che conta e Captain America – Winter Soldier conferma la tendenza dei film della Fase 2 Marvel, che sembrano nettamente migliori (e più ambiziosi dal punto di vista produttivo) rispetto a quelli della Fase 1. Come Iron Man 3 e Thor 2 ogni elemento sembra incastrarsi in un mosaico preciso. I registi, seppur con poca esperienza, fanno il loro. Gli sceneggiatori fanno il loro, il cast fa il suo. Forse l’unico rimpianto è la mancanza di un attore che rubi davvero la scena come era capitato con Robert Downey Jr negli Iron Man e con Tom Hiddleston nei film di Thor.

    Marcello Lembo

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    Need for speed: Supercar senza trucco

    Dal 13 marzo in sala il film tratto dal videogioco di corse d’auto più famoso del mondo. E Aaron Paul e Dominic Cooper guidano il cast di questa impresa che richiama il successo di Fast & Furious.

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    Quando il regista Scott Waugh ha accettato l’incarico di girare un film tratto dalla serie di videogame Need for Speed sapeva di trovarsi di fronte a una sfida duplice. Quella di spezzare una tradizione, una maledizione quasi, secondo cui niente di buono può venire fuori adattando un videogame per il grande schermo; e quella più subdola di dover fare i conti con uno dei franchise più solidi del cinema, quel Fast & Furious che da qualche anno a questa parte è una delle miniere più ricche dell’industria.

    L’impresa non era certo tra le più semplici ma va dato atto a Dreamworks ed Electronic Arts di aver avuto una certa originalità nelle scelte produttive. E così il progetto Need for speed è finito in mano allo sceneggiatore George Gatins, che non aveva mai scritto un film ma che oltre a fare il producer è un appassionato di automobili e gestisce un’officina specializzata nel rimettere a nuovo auto d’epoca, e a Waugh, rampollo di una famiglia di stuntmen, messosi in luce come regista per l’action Act of valor, dove ha usato come attori dei veri Navy Seals americani.

    Ne è venuto fuori un film che di certo si inserisce nel solco tracciato dalla saga con Vin Diesel e lo scomparso Paul Walker, ma che al contrario del suo illustre predecessore esalta l’elemento sportivo rinunciando a quello crime, e rifiuta con orgoglio l’utilizzo di un qualunque effetto speciale digitale. E così le numerose scene di corsa sono finite in mano a una copiosa troupe di stuntmen, composta in parte da ex piloti, e anche i componenti del cast si sono dovuti esibire in qualche evoluzione non banale sulle quattro ruote (compresa la deliziosa Imogen Poots che aveva ammesso di non aver mai guidato un auto prima di girare il film).

    Il risultato finale è una pellicola sicuramente meno spettacolare di quanto non ci si aspetti al giorno d’oggi ma abbastanza genuina da non risultare sgradevole. Le corse in auto sono tante e i modelli sembrano scelti seguendo la logica del videogioco che alterna le classiche muscle car americane (dalla Mustang alla mitica Gran Torino) alle meno tradizionali super car, sfuggendo sicuramente più di Fast & Furious alla logica dello sponsor a tutti i costi.

    Certo a livello di personaggi e di trame non ci si discosta troppo dal canone ma che trame e personaggi siano di fatto un pretesto per arrivare alle auto era evidente sin dal trailer. In ogni caso Aaron Paul, il Jesse Pinkman di Breaking Bad, sfrutta tutta la notorietà accumulata in tv per guadagnarsi i galloni del protagonista e di sicuro si dimostra un frontman attendibile, mentre la Poots e l’antagonista Dominic Cooper fanno il loro. Divertente poi qualche trovata comica (la scena dello strip nel palazzo di uffici su tutte) e pure il contributo di Michael Keaton, che fa la parte del re clandestino delle corse.

    Marcello Lembo

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    47 Ronin: Un fantasy senza padrone

    In sala dal 13 marzo l’action che rielabora in chiave fantasy il racconto tradizionale giapponese dei 47 samurai che vendicarono il loro padrone. Protagonista Keanu Reeves che guida un cast di attori del Sol Levante.

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    Tra storia e leggenda qui prevale la leggenda. Eppure è dalla storia che nasce tutto. Quella dei 47 Ronin, uno dei racconti più noti della tradizione giapponese, prende le mosse da un episodio che passa alle cronache con il nome di “incidente di Ako”. I protagonisti sono il signore Asano, costretto al suicidio rituale dopo aver aggredito il vile lord Kira, e il samurai Oishi che ha guidato la vendetta dei 47 guerrieri rimasti senza un padrone. Il Giappone omaggia questi personaggi, assurti a simbolo dell’onore, invitando ogni anno autori di ogni media a riproporre in nuove versioni l’antica leggenda, per quelle che vengono definite Chushingura.

    47 Ronin, il lungometraggio di esordio del regista Carl Rinsch, non è altro che questo, un esempio di Chushingura che sceglie come cifra stilistica il linguaggio che più ha dato lustro nell’immaginario mondiale alla fabbrica di sogni che è Hollywood. La storia dei samurai senza padrone, in questo adattamento la cui realizzazione è durata oltre due anni per un budget faraonico di 175 milioni di dollari, è filtrata quindi attraverso l’immaginario fantasy e il linguaggio dei supereroi, strizzando maliziosamente l’occhio sia a un pubblico occidentale che a quello orientale.

    Ecco quindi che gli sceneggiatori Chris Morgan e Hossein Amini, autori rispettivamente degli ultimi capitoli della saga di Fast & Furious e di Drive, inseriscono nelle trame un personaggio occidentale, un reietto che finisce per diventare il leader nel gruppo di vendicatori. A dare il volto al mezzo sangue Kai è Keanu Reeves, che guida un cast di star giapponesi composto tra gli altri da Hiroyuki Sanada (un curriculum lunghissimo da Sunshine a Lost) e Rinko Kikuchi (candidata all’Oscar per Babel).

    Ma se il copione ogni tanto riserva buone trovate (dalla foresta dei Tengu alla città dei pirati), e la messa in scena non è priva di una certa eleganza (soprattutto grazie al lavoro dello scenografo Jan Roelfs e della costumista Penny Rose), in conclusione a emergere è la lentezza dell’intreccio e una sceneggiatura che nel desiderio di rendere onore alla cultura orientale finisce per cadere vittima di qualche tema ritrito e di un’esaltazione del concetto di onore che di certo ha trovato in passato cantori più sentiti e convinti.

    Il Giappone leggendario che prende forma dall’obiettivo di Rinsch vorrebbe poi essere uno sfondo mitologico venato da influenze artistiche nobili – le stampe di Hiroshige e Hokusai e anche i disegni di Hayao Miyazaki – ma finisce per appiattirsi, frutto com’è di un elaborazione intellettuale più che di un’esperienza diretta. Infine gli effetti speciali, pur senza essere particolarmente innovativi, fanno il loro mentre spicca l’assoluta assenza di sangue in scena (requisito minimo a quanto pare, per evitare fastidiosi divieti al botteghino) nonostante i duelli all’arma bianca e i suicidi rappresentino tanta parte della trama.

    Marcello Lembo

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    Snowpiercer: La rivoluzione corre sui binari

    In sala finalmente dal 27 febbraio Snowpiercer, film cult del coreano Boon Joon-ho, acclamatissimo all’ultimo Festival del Cinema di Roma. E Chris Evans guida la rivolta sociale tra gli ultimi sopravvissuti all’apocalisse.

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    Un regista coreano, una troupe multietnica con professionisti di almeno tre continenti, gli ambienti ricreati negli studios della Repubblica Ceca, attori americani, inglesi, coreani. Dietro le quinte l’umanità di Snowpiercer è variegata quanto la popolazione che affolla il treno, fulcro e leva dell’ultimo film del coreano Boon Joon-ho, destinato ad essere un cult già al momento delle sue prime proiezioni.
    E il treno che si muove in eterno per una Terra soffocata da una nuova glaciazione (causata dall’uomo peraltro) diventa un microcosmo di diseguaglianza e ingiustizia dove a una testa di privilegiati, divisi tra vagoni sartorie e vagoni saune in un party pressoché eterno, si contrappone una coda sovraffollata e sudicia, dove la gran parte dei passeggeri è costretta a sopravvivere nutrendosi di avanzi e reprimendo gli istinti violenti. Un giorno però la violenza deflagra e inizia il viaggio dei ribelli (il leader Chris Evans, il gregario Jamie Bell, il mentore John Hurt e lo scettico Song Kang-ho). Un viaggio all’inizio di conquista sociale e politica che poi si trasfigura a poco a poco in un’esperienza sempre più mistica e surreale, con i protagonisti diretti verso la testa e il cuore del treno, la sua sala macchina. La rivoluzione proposta da Boon Joon-ho  è però una rivoluzione totale, che scardina non solo l’ordine sociale ma anche le certezze dei suoi protagonisti.

    Da regista il coreano imposta questo viaggio di Icaro, questa scalata dell’Olimpo come l’inseguimento continuo di un punto di fuga, creando col montare della vicenda una maggiore sensazione di straniamento, dalla battaglia all’arma bianca nella galleria, fino ai video educativi del vagone scuola, dai rallenty del vagone sauna fino alla calma solo apparente della testa del treno. Forse qua e là si concede qualche pausa, qualche primo piano di troppo ma la potenza della visione ha senz’altro la meglio sulle incertezze.
    Da sceneggiatore – con la collaborazione di Kelly Masterson – invece non cade nella trappola della tautologia, sfruttando a pieno il concetto dell’opera originale (il fumetto francese La Transperceinege di Benjamin Legrand, Jacques Lob e Jean Marc Rochette) che minimizzava il tema politico lasciando più spazio al tema del viaggio in questo mondo post apocalittico, compresso e lineare.
    Funzionale la prova degli attori, con un Chris Evans che da Capitan America, paladino per eccellenza dell’ordine costituito, si trova stavolta a difendere le ragioni dei sovversivi, con una Tilda Swinton, megera post moderna e ipocrita voce del male e un Ed Harris che si ritrova nei panni di una figura narrativa che forse lui inaugurò 16 anni fa in The Truman Show, quella del deus in machina.

    Marcello Lembo

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    Monuments Men: l’arte della guerra

    George Clooney riunisce una combriccola di amici e colleghi per portare sul grande schermo la storia della squadra di esperti alleati che avevano il compito di recuperare e restituire le opere d’arte trafugate dai nazisti. Nelle sale il 13 febbraio.

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    E’ più importante la vita di un uomo o un’opera d’arte, che della civiltà umana è forse la più alta delle espressioni? E’ per rispondere a questa domanda che George Clooney e il produttore-sceneggiatore Grant Heslov hanno deciso di portare sul grande schermo Monuments Men, adattando il libro omonimo di Robert M. Edsel e Bret Witter che racconta le imprese di un gruppo di esperti incaricato dal comando alleato di recuperare e restituire i capolavori trafugati dai nazisti.

    Per questa sua quinta prova dietro l’obiettivo (a tre anni dal politcal drama Le Idi di Marzo) il divo hollywoodiano ha deciso poi di aprire l’agendina e di convocare un gruppo affiatato di amici e colleghi, dal solito Matt Damon al veterano Bill Murray, da John Goodman a Cate Blanchett passando per il francese Jean Dujardin, un tempo protagonista di The Artist. Al cast ricco e famoso Clooney ci aggiunge poi quel tocco un po’ retrò che sembra diventata la sua cifra stilistica. Un pizzico di fratelli Coen, una spruzzata di Spielberg e tanta vecchia Hollywood. Il risultato è un insolito film bellico che predilige il garbo alla voce graffiante e cinica di qualche opera precedente e che alterna i toni del dramma a quelli della commedia, senza mai propriamente eccellere né tantomeno eccedere in nessuno dei due.

    Il mix messo insieme da Clooney e Heslov è però leggero e prodotto con cura come un buon vino da tavola (merito anche della fotografia di Phedon Papamichael e delle musiche di Alexandre Desplat), e Monuments Men finisce quindi per compensare almeno in parte una premessa intellettuale un tantino trita affidandosi al talento degli attori e alla piacevolezza di una storia poco conosciuta e poco battuta nella tradizione del film bellico. E così dall’immagine di Hitler che osserva un plastico del suo Fuhrermuseum alla corsa per salvare la Madonna di Bruges di Michelangelo dalla furia distruttrice dei nazisti e dalle aspirazioni predatorie dei russi le quasi due ore di durata passano senza troppo pesare.

    Marcello Lembo

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    Storia d’Inverno: Un amore senza tempo

    Per il suo esordio alla regia Akiva Goldsman, sceneggiatore premio Oscar per “A Beautiful Mind”, sceglie una love story tinta di fantasy ambientata tra inizio novecento e giorni nostri sullo sfondo di una New York da cartolina. In sala nel giorno di San Valentino.

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    Sette anni di gestazione, passati tra problemi di ogni natura, da un drastico taglio del budget all’arrivo dell’uragano Sandy durante le riprese. Ma alla fine il regista-sceneggiatore Akiva Goldsman è riuscito a portare a termine quello che definisce il suo progetto più sentito, Storia d’Inverno, tratto dal romanzo omonimo dell’americano Mark Helprin.
    E il prodotto che si appresta a uscire nelle sale italiane il prossimo giorno di San Valentino è una love story che riprende tutta la tradizione hollywoodiana mescolandola con gli elementi più classici del cinema di genere fantastico. Ecco allora che la vicenda dei protagonisti, il ladro Peter Lake e la giovane Beverly Penn interpretati da Colin Farrell e dalla Jessica Brown Findlay di Downtown Abbey, si dipana nell’arco di più di un secolo, dal 1985 ai giorni nostri, in un tourbillon di sentimenti, cavalli alati e oscure figure demoniache vestite in giacca nera e bombetta, il tutto sullo sfondo di una New York che sembra racchiusa in un globo di neve.

    In termini di realizzazione però Goldsman, tra gli sceneggiatori più illustri dell’industria cinematografica, si ritrova spesso a balbettare, specie quando c’è da lasciare sul tavolo la penna per mettersi dietro la macchina da presa. E così ogni tanto indugia troppo su un primo piano, qualche volta si lascia prendere la mano dalla passione per i suoi monologhi, ma a soffrire di più sono le scene dai toni marcatamente fantasy che forse avrebbero avuto bisogno di una messa in scena più spregiudicata, di un occhio più abituato agli effetti speciali e di una maggiore attenzione in fase di post produzione. Goldsman se la cava decisamente meglio nella parte più romance della pellicola, sfruttando a proprio vantaggio il contributo del direttore della fotografia Caleb Deschanel, della scenografa Naomi Shohan e delle musiche dell’onnipresente Hans Zimmer (che con pochi tocchi riescono a definire quell’aria da fiaba urbana che è la cifra stilistica del romanzo) e valorizzando le doti dei due interpreti principali. In fase di sceneggiatura tutto sommato il regista fa il suo, anche se le difficoltà insite nel ridurre in poco meno di due ore un romanzo di 800 pagine fanno sì che la parte ambientata ai giorni nostri risulti un po’ sacrificata rispetto a quella precedente.

    Tra gli attori, oltre ai due protagonisti, si segnalano soprattutto le performance di William Hurt e di una sempreverde Eva Marie Saint che pur con poco spazio riescono a lasciare il segno, mentre i cattivi Russell Crowe e un Will Smith che non compare tra i credit principali si limitano a fare il loro compitino con più (Crowe) o meno (Smith) convinzione.

    Marcello Lembo

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