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    Una donna fantastica: coraggio e determinazione

    Dopo Gloria, Sebastian Lelio porta al cinema Una donna fantastica, storia di Marina e della sua lotta per farsi rispettare come persona. Orso d’argento per la Miglior Sceneggiatura a Berlino 67, arriva in Italia un racconto intenso, scelto dal Cile come suo rappresentante ai prossimi Oscar. In sala dal 19 ottobre.

    Esistere, farsi riconoscere, farsi rispettare. La lotta di Marina, la protagonista di Una donna fantastica, ha questi obiettivi. Sebastian Lelio porta sui nostri schermi, dal prossimo 19 ottobre, un racconto intenso che vuole indagare l’interno e l’esterno della sua protagonista. Il risultato è un personaggio affascinante e complesso, controparte drammatica (se proprio vogliamo fare un paragone) di quella Sabrina “Bree” Osbourne che Felicity Huffman portò al cinema nel 2005 con Transamerica di Duncan Tucker. Ad una Bree così tanto carica da risultare quasi “comica”, ma mai vuota, risponde una Marina ben consapevole della sua identità e fortemente intenzionata a mostrarsi per ciò che è. Di entrambe, però, resta benissimo impressa la convinzione e il coraggio con cui affrontano la realtà.

    Quella raccontata da Una donna Fantastica è la realtà di tutte quelle coppie che ad oggi, in molte parti del mondo, non si vedono riconosciuti i loro diritti. Quando Orlando (Francisco Reyes) muore all’improvviso, Marina (Daniela Vega) non solo viene sospettata, in un primo momento, di omicidio – è una trans e puntare il dito contro chi è “diverso” è una moda fin troppo facile ovunque) -, ma successivamente è vittima di un’ondata di odio da parte della famiglia del suo compagno. Diventa emblematica, quindi, la scena in cui il vento impedisce alla donna di camminare bene per strada: all’aumento della potenza del vento, corrisponde l’aumento della caparbietà di Marina. Nonostante la convenzionalità della scena, la semplicità della metafora usata da Lelio, fa impressione la forza di questo personaggio: Daniela Vega splende in ogni inquadratura ed è proprio grazie alla sua interpretazione che noi spettatori ci rendiamo conto di essere davanti non ad una semplice celebrazione di un personaggio, ma ad un’indagine serrata, che ne mette in luce aspetti positivi e negativi allo stesso tempo. La Vega permette a Lelio di scavare a fondo, di entrare nell’essenza di Marina e così diventa difficile non creare un certo legame empatico tra chi è seduto in sala ad osservare e chi si fa osservare.

    Con la morte di Orlando, la realtà esterna da chiacchiericcio si trasforma in rumore assordante, in violenza psicologica (si veda la scena con il medico legale o quella con l’ex moglie di Orlando) e, purtroppo, in violenza fisica. L’identità fluida di Marina si muove sinuosa tra queste situazioni, cambia colore, aspetto, forza, non ci pensa due volte a fermarsi in una sola condizione e l’invito, seppur troppo esplicito in molte circostanze, è quello di entrare a far parte di questo vertiginoso movimento.

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    120 battiti al minuto: la militanza, quella vera

    Dopo aver vinto il Gran Prix al Festival di Cannes ed essere stato selezionato come rappresentante della Francia per la nomination ai prossimi Oscar, 120 battiti al minuto di Robin Campillo arriva nelle sale italiane dal 5 ottobre.

    Cosa fai nella vita?
    Faccio il sieropositivo…tutto qui!“.
    Lottare: intorno a questo verbo, Robin Campillo costruisce le 2 ore e 20 di 120 battiti al minuto, Grand Prix allo scorso Cannes che dal 5 ottobre arriva nelle sale del nostro Paese. La pellicola di Campillo, sua terza prova da regista, mette in scena non solo la lotta nei confronti della malattia, ma anche quella di chi, malato, è stufo delle prese in giro del potere, delle promesse non mantenute e di chi vuole fare fortuna sulla vita delle persone.
    Nata nel 1989, due anni dopo l’omonima associazione di New York, Act-Up Paris raccoglie questa lotta, scende in piazza, lancia sangue finto su politici, dirigenti di case farmaceutiche, polizia: 120 battiti al minuto trasuda militanza, la stessa che Campillo ha vissuto unendosi all’associazione a fine anni ’80. Da subito la regia ci porta all’interno della sala in cui è in corso una riunione del gruppo. Lunga la sequenza iniziale, utile per mostrarci davvero il senso della parola “militanza” e per farci respirare un’aria che, oggi, pochi di noi vivono realmente. Menti diverse in comunione tra loro per attuare un piano preciso: combattere la morte e chi fa affari su di essa. Perché le vite di un gay, di una prostituta, di un carcerato, di un tossicodipendente, non valgono meno di quella di una persona “normale” (banale a dirsi oggi? Ne siamo sicuri?).

    120 battiti al minuto, che fa riferimento alla frequenza della musica house e dance, simbolo degli anni Novanta, unisce il pubblico e il privato mostrandoci le azioni di Act-Up Paris a l’incontro tra due suoi membri: Sean e Nathan. Sieropositivi, si cercano, si trovano e si amano: in questo modo rispondono alla morte, con la vita. Una vita fatta non solo di balli scatenati in discoteca, ma di militanza, appunto. Lottare contro l’AIDS è un lavoro a tempo pieno, non ci si può fermare, e farlo con altri non può che rendere ancora più incisiva questa battaglia. Contro il silenzio che porta alla morte, il bellissimo rumore di chi ama la vita e vuole garantirla agli altri: “Je veux que tu vives” (Voglio che tu viva).

    Chiamato a rappresentare la Francia alla corsa per la candidatura al Miglior Film Straniero ai prossimi Oscar, questo è un film troppo importante da lasciarsi sfuggire. Nella sua lunga durata non mancano momenti di debolezza (soprattutto formale che di scrittura), ma è da sottolineare come Campillo, aiutato dalle intense prove attoriali del suo cast, riesca a mettere in scena un momento cruciale della battaglia contro l’AIDS, senza scadere nel nostalgico, e a mostrare il dolore in un movimento che va dal microscopico al macro: dalla cellula infettata alla sofferenza degli ultimi giorni. Lungo ed estenuante il finale: siamo chiamati a soffrire con Sean e Nathan, siamo chiamati, ancora una volta, a far parte di queste battaglie e di questa enorme famiglia. A cui tutti dobbiamo molto.

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    L’Inganno: Pulsioni e repressioni

    Tratto dal romanzo di Thomas P. Cullinan e remake di La notte brava del soldato Jonathan, diretto nel 1971 da Don Siegel, L’Inganno è il nuovo film di Sofia Coppola che è valso alla regista il premio per la Miglior Regia allo scorso Festival di Cannes. In sala dal 21 settembre.

    Ci sono un dentro e un fuori, nell’ultimo film di Sofia Coppola, L’Inganno, in sala dal 21 settembre. Il fuori è quello distrutto dalla Guerra di Secessione, quello dei toni caldi e afosi del Sud degli Stati Uniti, il dentro è quello di un piccolo collegio femminile, freddo e isolato dal resto del mondo. Nel collegio la vita procede apparentemente normale: la direttrice Martha Farnsworth (Nicole Kidman) fa in modo che le sue allieve continuino la loro preparazione, mentre la Guerra incombe e si fa sentire all’esterno. Tutto è messo in discussione quando arriva in casa un soldato nordista ferito, John McBurney (Colin Farrell).

    Così, ben presto, in quel microcosmo isolato, tutto diventa asfittico, improntato al sospetto, all’essere giudici di ciò che l’altro fa senza preoccuparsi di come si agisce. E tutto in nome di istinti repressi e pulsioni che iniziano a fare breccia nella quotidianità di queste donne. Un tema che aveva già caratterizzato l’esordio della Coppola, Il giardino delle vergini suicide, ma che qui porta ad esiti diversi. Lì portava le sorelle Lisbon, una dopo l’altra, alla morte, trasformandole in martiri non capite (con i vicini e la voce narrante stessa che si continuano a ripetere il perché di quel gesto), qui le protagoniste della Coppola sembrano cedere, ma poi vince il cinismo, tanto che il soldato John, alla fine, è solo un corpo, una prova che le protagoniste devono superare (non a caso Mrs. Fangsworth ripete più volte che “la presenza del caporale McBurney è stata una grande lezione per noi…“).

    Due mondi separati, quello delle ragazze nel collegio e quello di McBurney, due poli tra i quali oscilla quell’alternanza di ruoli che spiega il titolo: vittime e carnefici, ordine e disordine hanno confini sfumati che si sovrappongono, che non appartengono mai, nemmeno alla fine, all’uno o all’altro. Una ripresa interessante per la Coppola, soprattutto dopo Bling Ring. Coadiuvato dalla magnifica fotografia di Philippe Le Sourd, L’Inganno ha quelle tinte da thriller psicologico che riportano la Coppola a dare molta importanza alla forma, intesa non come sovrastruttura che mette in ombra il resto (vedi Marie Antoinette).

    Inutile, infine, fare paragoni con il film di Don Siegel, di cui L’Inganno è remake. Altri tempi, altri scopi. Se lì la provocazione – mai gratuita, ma intelligente – era alla base della produzione (rivoluzione sessuale, cinema americano che fa i conti con la Storia), qui la tensione erotica è più sottile, viene affidata agli sguardi più che ai gesti, ai sospiri più che alle parole. Con lo scopo, appunto, di sottolineare, ancora di più, una distanza abissale tra due mondi che si riduce al nulla quando l’istinto prende il sopravvento.

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    La fratellanza: La disfatta di un uomo tranquillo

    Da Game of Thrones, Nikolaj Coster-Waldau torna sul grande schermo con La fratellanza, dramma ambientato in un carcere di massima sicurezza e diretto dall’ex-stuntman Ric Roman Waugh. Dal 7 settembre al cinema.

    Una vita perfetta che nel giro di pochi secondi cambia direzione. Dall’apice al baratro: è questa la parabola discendente che Jacob Harlon percorre. Interpretato da Nikolaj Coster-Waldau, La fratellanza, diretto da Ric Roman Waugh arriva nelle nostre sale a partire dal 7 settembre.
    Senza seguire un percorso lineare, ma ricorrendo a vari flashback, Waugh mostra come un solo errore nella vita di un uomo possa trasformarlo in maniera diametralmente opposta a quello che era fino a quel momento. Il cambiamento passa attraverso quel sistema carcerario statunitense che il regista non nasconde di criticare ampiamente. In carcere non esistono mezze misure: o sei una vittima o sei un leader. Jacob decide di non essere una vittima e inizia la sua scalata verso i vertici della criminalità organizzata dietro le sbarre.

    Ma cosa spinge un uomo tranquillo, che ha tutto, a tatuarsi sul corpo scritte razziste e a sfidare lo pseudo-ordine precostituito della prigione? A questa domanda La fratellanza non risponde subito e mantiene la risposta fino alla fine, presentandocela come un colpo di scena che, però, fatica ad arrivare e la cui rivelazione ha un retrogusto didascalico poco coerente con il resto del film.
    Nonostante il film provenga da una certa esperienza sul campo – il regista ha lavorato come agente volontario sotto copertura in una istituzione carcerario della California – colpisce come Waugh non sia andato oltre la classica iconografia dei film che trattano il tema “prigione”. La vita del protagonista nel carcere risulta piuttosto appiattita dai topoi che vengono messi in scena, così ben presto questo percorso verso il baratro comincia a sembrare senza senso: sono tante le domande che La fratellanza fa sorgere tanto da “rovinare” la rivelazione finale tirando un po’ troppo il freno.

    Interessante, invece, come nella pellicola la violenza non diventi oggetto di voyeurismo: nonostante Waugh abbia alle spalle una fiorente carriera da stuntman, qui le scene action non sono elementi morbosi su cui concentrare le attenzioni. Il sangue c’è e si vede, ma, invece di accontentare un certo tipo di pubblico, serve solo per sottolineare, ancora una volta, la disfatta di un uomo.

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    Miss Sloane – Giochi di potere: Superare i limiti

    Jessica Chastain è protagonista assoluta di Miss Sloane – Giochi di potere, film di John Madden che ha valso all’attrice la candidatura ai più recenti Golden Globe. In sala dal prossimo 7 settembre.

    Prevedere e anticipare le mosse dell’avversario. Questo è l’unico comandamento a cui risponde Elizabeth Sloane, affascinante lobbista statunitense pronta a vincere tutte le sfide che le si presentano davanti. E in un territorio come questo, la morale può facilmente restare fuori dai giochi, perché arrivare primi, con qualsiasi mezzo, è più importante.
    Al cinema dal 7 settembre, Miss Sloane – Giochi di potere, diretto da John Madden e interpretato dalla candidata al Premio Oscar Jessica Chastain, racconta l’impegno di una lobbista in una battaglia che riguarda un tema quanto mai attuale nella società americana: bloccare una legge che permette ai cittadini di ottenere in maniera facile armi da fuoco.

    Madden, che lavora su sceneggiatura di Jonathan Perera, mette in scena una donna forte, determinata, così concentrata sul suo lavoro che anche ciò che succede nella sua camera da letto è frutto di una contrattazione economica. Miss Sloane preferisce il controllo all’essere controllata, così quell’inquadratura iniziale che Madden fa dei suoi occhi, diventa poetica sottostante all’intero film: non solo ci mostra quale punto di vista acquisire per comprendere l’intera storia (la Chastain, col suo personaggio, è presente in ogni inquadratura e, quando non c’è fisicamente, fa comunque sentire la sua presenza), ma diventa il deus ex-machina che permette alla protagonista di muoversi – e trionfare – in un mondo fatto di uomini senza moralità alcuna.

    Sia chiaro, però: Miss Sloane non porta sullo schermo un personaggio che vuole essere il contrario del mondo in cui si muove. Elizabeth Sloane è figlia di questo ambiente, se ne nutre e non ha problemi a mostrarsi avida e senza scrupoli come i suoi colleghi in giacca e cravatta. Elizabeth non è la buona e gli altri non sono i cattivi. E anche quando vuole provare a giustificarsi (“Non so mai dov’è il confine“), non è credibile, tanto che le viene ricordato qualcosa che già sa: “Il limite lo passi quando smetti di trattare gli altri con rispetto“. Ed ecco la forza di questa pellicola: mostrare l’intraprendenza e la scaltrezza di una donna – in un lungo colpo di scena costruito molto bene per tutta la durata del film – che sa dove sono i limiti, ma li supera senza farsi troppi scrupoli, soprattutto quando gioca col dolore altrui a suo vantaggio. Se il ritmo del film sembra subire varie frenate da alcuni stalli narrativi o dall’eccessiva quantità di materiale, questa struttura a scatole cinesi e l’interpretazione di Jessica Chastain donano maggiore qualità al risultato finale.

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    Cattivissimo Me 3: il ritorno di Gru

    Nostalgia degli anni Ottanta, il tema della famiglia e i Minions: le carte vincenti di Cattivissimo Me 3, in sala dal 24 agosto. Adagiato sugli allori, il nuovo film di casa Illumination azzarda poco, ma resta comunque un prodotto godibile.

    Dopo il successo dei capitoli precedenti, Gru & Co. tornano al cinema con Cattivissimo Me 3, nelle sale italiane dal prossimo 24 agosto. Arrivati al terzo appuntamento con le avventure di quello che dovrebbe essere il villain per eccellenza, ma che, alla fine, richiama tutta la nostra tenerezza, la Illumination non sembra voler azzardare più di tanto e gioca su un terreno molto stabile, senza approfondire lì dove ce ne sarebbe bisogno.

    Gru e Lucy continuano a dare la caccia ai supercattivi e questa volta devono acciuffare Balthazar Bratt, ex bambino prodigio della tv anni ’80 rimasto ancorato a quell’epoca. Gru non riesce a catturarlo e viene licenziato dall’agenzia in cui lavora. A peggiorare la situazione, anche lo sciopero dei Minions, intenzionati a riprendere il loro ruolo di cattivi. Solo la scoperta di avere un fratello gemello, Dru, aiuterà il nostro eroe a risolvere la situazione.

    Strutturato su tre storie parallele convergenti verso il finale, Cattivissimo Me 3 gode dei grandi passi avanti ottenuti nel settore della CGI, della colonna sonora che farà breccia nei cuori dei nostalgici degli anni ’80, di gag ispirate alle spy-stories e all’action e, ovviamente, dei Minions. Se le due storie principali, il rapporto tra Dru e Gru da un lato, e quello tra Lucy e Margo, Edith e Agnes dall’altro, mettono in scena il tema della famiglia nelle sue accezioni contemporanee, ma senza andare troppo in profondità, la terza storia parallela, le avventure dei Minions, è quella che tende a sorreggere la struttura dell’intera opera d’animazione. I buffi esserini gialli ci vengono proposti in una versone “total yellow” di Orange Is The New Black: i Minions dietro le sbarre sono davvero uno spasso, tanto che la breve durata delle loro incursioni nel film fa quasi dispiacere. Ma si capisce: con il secondo lungometraggio dedicato a loro e in arrivo tra tre anni, la Illumination ha voluto semplicemente stuzzicare i fan, offrendo un assaggino (forse) di quello che vedremo.

    Dicevamo, un film che si accomoda sugli allori ottenuti dai due precedenti, che, al contrario degli altri, scarseggia dal punto di vista emotivo-sentimentale, e che esplicitamente punta ad allargare il suo pubblico. Il risultato,però, resta quel godibilissimo susseguirsi di sketch già noto che trova il suo punto massimo nel finale: uno spassoso scontro tra villain a suon di Into the Groove di Madonna, che, però, dura troppo poco.

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    Atomica Bionda: spie a Berlino

    La fisicità conturbante di Charlize Theron, la Berlino del 1989, spionaggio e action: gli ingredienti di Atomica Bionda in sala dal 17 agosto. David Leitch porta al cinema la graphic novel The Coldest City, di Antony Johnston e Sam Hart.

    Dopo aver collaborato con Chad Stahelski per il primo capitolo delle avventure di John Wick, David Leitch approda da solista sul grande schermo con le sensuali movenze di Charlize Theron in Atomica Bionda, pellicola action in sala dal prossimo 17 agosto. The Coldest City, questo il titolo della graphic novel da cui la pellicola prende le mosse, è la Berlino sul finire della Guerra Fredda, pochi giorni prima la caduta di quel muro che ha condannato l’Occidente per gli orrori commessi.
    Lorraine Broughton, agente dell’MI6 inglese, viene inviata nella futura capitale della Germania unita per collaborare con David Percival (James McAvoy) così da smantellare un’organizzazione di spionaggio che ha appena ucciso un agente sotto copertura. La collaborazione tra Lorraine e David si muove tra reciproche diffidenze: tutti sono nemici di tutti nella pellicola di Leitch, che riporta in auge quell’immaginario classico delle spy story, fatto di sotterfugi e di colpi di scena che solo il personaggio conosce.

    Con l’obiettivo tutt’altro che velato di intrattenere il suo pubblico, Atomica Bionda non va oltre quella esasperata ricerca dell’effetto di cui ogni scena sembra essere pregna. Proprio per questo motivo, la pellicola di Leitch in più occasioni si perde per strada e lascia spazio ad una eccessiva confusione (soprattutto se ci si distrae per qualche secondo). Lì dove Leitch, però, colleziona momenti memorabili, sono le scene puramente action. E, d’altra parte, non ci saremmo aspettati diversamente da chi per lungo tempo, prima di finire dietro la macchina da presa, ha lavorato come stuntman per film come Blade, Ocean’s Eleven, Matrix, 300.

    Su tutte, quella che spicca non solo per la perfezione tecnica con cui è stata realizzata, ma anche interessante da un punto di vista narrativo e di costruzione del personaggio, il lungo piano sequenza ambientato tra i pianerottoli di un palazzo. La Theron domina lo schermo – non solo qui, sia chiaro – con la sua conturbante fisicità: i suoi gesti, le sue espressioni, le sue movenze sono il punto nevralgico di una pellicola che, se avesse affidato ad un altro volto quel ruolo, non sarebbe rimasta ben impressa.

    Come la Berlino che mette in scena, Atomica Bionda è pericolosamente in bilico sul baratro della confusione. La matassa messa in piedi da Leitch indubbiamente ha un certo impatto nel suo spettatore a livello sonoro e visivo, ma il resto – tre quarti di film – resta notevolmente sottotono.

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    Prima di domani: Sisifo e la bulla

    La regista Ry Russo-Young porta sul grande schermo il romanzo di Lauren Oliver, E finalmente ti dirò addio. Zoey Deutch è la protagonista di Prima di domani, thriller adolescenziale che punta in alto, ma non conquista completamente. In sala dal 19 luglio.

    E se il destino decidesse di punire il bullo facendogli rivivere l’ultimo giorno della sua giovane vita in un loop temporale, fino a che non capisce cosa deve cambiare? Partendo dal romanzo di Lauren OliverE finalmente ti dirò addio, la regista Ry Russo-Young porta nelle nostre sale Prima di domani, thriller adolescenziale con Zoey Deutch (Tutti vogliono qualcosaProprio Lui?Nonno scatenato) protagonista assoluta.
    Sam gode di tanta popolarità a scuola, è circondata da amiche carissime, il suo ragazzo è uno dei più “fichi” della scuola, ha regolarissimi scontri con la sua famiglia. Tutto nella norma, insomma, per questa adolescente americana, se non fosse che Sam e le sue amiche Lindsay, Ally ed Elody sono le bulle della scuola: le ragazze inarrivabili a cui tutto è concesso, anche prendersi gioco di chi vuole vivere la sua vita in maniera diversa dalla loro.

    Così è facile non tifare per le quattro protagoniste della Russo-Young tanto che anche da parte della regista non c’è quella certa vicinanza empatica che, di solito, si ritrova in un teen movie. Ciò che si apprezza di questo film è il modo con cui la regista racconta l’amicizia, inserendolo in un contesto torbido, ai limiti del dark, dove il vuoto e il futile sono i motori principali delle azioni delle quattro ragazze. Quelle azioni che le portano ad essere sì le più popolari, ma anche le più crudeli.
    Ricorrendo al mito di Sisifo e alla teoria del butterfly effect, Russo-Young punisce la sua bulla, facendo rivivere a Sam il suo ultimo giorno, in un loop temporale che si trasforma in una fonte di frustrazione per la giovane ragazza. Almeno fino a quando Sam non capisce cosa deve fare per farlo cessare: cambiare se stessa e i suoi atteggiamenti, scoprire le storie che stanno dietro altre vite, capire dove risiedono i veri sentimenti. Dal vuoto al pieno, dal superficiale al profondo.

    Alla Russo-Young si apriva un vasto territorio da poter esplorare, soprattutto viste le premesse (Sisifo e la Teoria del Caos), ma la strada scelta è popolata da eccessivi cliché, già ampiamente trattati in altro genere di prodotto (si pensi a Thirteen di Netflix), tanto che la sensazione di avere di fronte qualcosa di già visto non tarda ad arrivare. Come detto, ciò che alza i toni e permette alla pellicola di farsi apprezzare è l’aver voluto – letteralmente – mostrare il lato oscuro dell’adolescenza (sia a livello formale, con le luci e i colori freddi, con il paesaggio invernale, con la recitazione, sia a livello di sostanza). Ciò che delude è la grande dose di prevedibilità del racconto e le decisioni prese per portarlo al cinema.
    Dal ritmo altalenante (che quando sembra aver trovato la giusta carica, rallenta in maniera brusca) e con una scrittura che ha proprio l’obiettivo di stuzzicare lo spettatore attraverso rivelazioni improvvise spacciate come arguti colpi di scena, a Prima di domani manca quel tanto di personalità in più necessario per poter apprezzare pienamente l’opera nella sua interezza. Un messaggio che aspetta il monologo finale per dominare le scene, quando, in realtà, è stato preponderante anche nei 95 minuti precedenti.

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    Due uomini, quattro donne e una mucca depressa: da maschio a femmina

    Dall’8 giugno in sala, Due uomini, quattro donne e una mucca depressa è la commedia corale di Anna Di Francisca, coprodotta da Italia e Spagna. Un piccolo paesino del sud della Spagna è lo scenario del cambiamento improvviso delle vite dei suoi abitanti.

    Coproduzione italo-spagnola, Due uomini, quattro donne e una mucca depressa ha molto della Spagna e pochi rimandi al cinema nostrano. Tangibili sono, infatti, le influenze della cinematografia iberica, ad iniziare dal primo Almodóvar, non solo a livello formale, ma anche di racconto. Nel nuovo film di Anna Di Francisca, che si fece notare nel 1997 con La bruttina stagionata, la coralità della storia è il tratto distintivo di un racconto che si propone al pubblico con una certa leggerezza e spensieratezza.
    Gli equilibri di un piccolo paesino della Spagna del Sud vengono stravolti dall’arrivo dello “straniero” Edoardo, compositore in crisi esistenziale e artistica che va a trovare un caro amico in occasione del suo compleanno. Suo malgrado, Edoardo (quel Miki Manojlović feticcio di Emir Kusturica) si ritrova a dirigere il piccolo coro parrocchiale, venendo in contatto con una serie di storie, pulsioni, desideri repressi e sogni ancora chiusi nel cassetto.

    Alla Di Francisca va sicuramente il merito di proporre al suo pubblico una storia semplicissima, di quelle in cui non ci sono grandi sconvolgimenti, ma dove il cambiamento passa per piccoli eventi, quasi invisibili, e per piccoli scambi di battute (forse eccessivamente elementari, ma comunque funzionali). Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, però, non azzarda molto, non va oltre quello che propone: le basi di partenza sono interessantissime, ma la Di Francisca tiene troppo tirati i freni della sua macchina e viene fuori un’opera tanto equilibrata e pulita quanto statica e trattenuta.
    Di italiano, in questa piccola pellicola, c’è quello scontro tra sessi che per molto tempo ha contraddistinto la nostra cinematografia (e che ha, francamente, stancato), ma per fortuna la Di Francisca decide di proporre una sua personale visione della questione: Due uomini, quattro donne e una mucca depressa parte come un film maschile, concentrato sugli uomini che lo popolano, per poi mutare sesso e puntare i riflettori sulle sue donne e le loro apparenti debolezze, tanto da diventare loro l’emblema di quel cambiamento che sta al centro del film (ed il personaggio secondario di Irma, interpretato da Serena Grandi, ne è la dimostrazione).

    Da lodare il modo in cui la regista affronta la coralità che caratterizza questo film, tanto che i suoi personaggi non finiscono per diventare macchiette, ma ognuno di loro ha il suo preciso spazio. Resta però l’amarezza di avere davanti quello che può essere considerato solo un compitino portato a termine in maniera sufficiente, con un andamento che pochissime volte (e a fatica) coinvolge chi guarda. Forse, però, se qualcuno avesse dato più spazio, più “voce” e più ascolto a quella “mucca depressa” del titolo e non l’avesse trattata solo come mero espediente sornione per catturare l’attenzione del pubblico, il risultato finale sarebbe stato molto più accattivante.

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    Un appuntamento per la sposa: della perseveranza

    Presentato nella sezione Orizzonti della 73esima Mostra d’Arte Internazionale di Venezia, Un appuntamento per la sposa, il nuovo film di Rama Burshtein, si muove tra dramma e commedia romantica, raccontandoci una storia di perseveranza e fede da parte di una (futura) sposa chassidica. In sala dall’8 giugno.

    C’è ancora una volta una storia di nozze al centro del nuovo film di Rama Burshtein, Un appuntamento per la sposa, nelle sale italiane a partire dal prossimo 8 giugno. Restiamo nell’ambiente ultraortodosso del chassidismo, questa volta, però, la protagonista non è una giovane esposta al volere della famiglia, ma una donna un po’ più matura e pronta a convolare a nozze con il suo amato. Fatto sta che il futuro sposo le confessa di non amarla più e quella che ha le fattezze di una tragedia, sembra non intaccare l’animo di Michal.
    Forte di avere dalla sua parte Dio, Michal decide di andare avanti con i preparativi delle nozze e si dà poco più di venti giorni di tempo per trovare l’agognato sposo.

    A metà tra dramma e commedia romantica, Un appuntamento per la sposa (pessima versione italiana dell’originale Through the wall) fa leva intorno a questa folle idea della sua protagonista e riesce a portare sullo schermo un’affascinante figura femminile, che difficilimente si scorda. La Burshtein, come ha fatto nel suo esordio del 2012, La sposa promessa, mette i suoi occhi non al servizio di una critica sociale orientata verso il femminismo, ma ci restituisce un resoconto che oscilla tra studio antropologico e fiction. Se vi state aspettando la versione israeliana di una qualche commedia blockbuster al femminile intrisa di situazioni grottesche o surreali, nulla è più lontano da questo genere del film della Burshtein. Di comico, in questo film, c’è poco: a parte qualche situazione improbabile, la pellicola si focalizza tutta sulla perseveranza di Michal, sulla sua fede che la porta a mettersi in gioco con tutta se stessa. Qui sta la “parete” da attraversare, come suggerisce il titolo originale: la sfida che Michal lancia a se stessa, la forza con cui vuole cambiare la sua vita, vuole darle un senso. Ma fate bene attenzione: il senso non lo dà il marito tanto cercato, quanto il percorso che Michal intraprende per arrivare al suo desiderato lieto fine.

    Sorretto da una scrittura intelligente che, c’è da ammetterlo, a volte si perde in lunghi dialoghi, Un appuntamento per la sposa propone in chiave velatamente leggera una profonda riflessione sulla fede, complice anche la regia delicata. Burshtein riesce a mantenere un certo equilibrio per tutto il film, nonostante la pericolosità di alcune scene, non giudica la storia di Michal, ma ce ne restituisce lo svolgimento invitandoci a guardare oltre quanto raccontato. Sono i personaggi che, da soli, ci si svelano man mano, con le loro paure, le loro insofferenze, la loro genuina voglia di andare avanti nonostante tutto e tutti. Entriamo poco alla volta nel percorso di crescita di un personaggio femminile intrigante (a cui l’attrice Noa Koler dà volto), tanto da sentirci molto vicini a lei nel finale. Un’attesa che ci stringe il cuore, ma che, in fondo, viviamo con una forte speranza. Proprio come in un atto di fede.

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