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    Un sogno chiamato Florida: sotto la maschera di cartapesta

    Abbandonata la videocamere dell’i-Phone, Sean Baker mette ancora in scena gli ultimi della società con Un sogno chiamato Florida. Ad altezza bambino, il racconto di una vita di confine tra povertà e sogno. In sala dal 22 marzo.

    Ad un personaggio di Tangerine (presente nel catalogo italiano di Netflix), Sean Baker fa dire: “Los Angeles è una menzogna splendidamente confezionata“. A due anni da quel film, sembra che The Florida Project, in italiano reso con Un sogno chiamato Florida, prenda spunto proprio da quella frase per raccontare una nuova storia. Sì, perché se sostituiamo “Los Angeles” con “Orlando”, il significato di fondo resta quello. Dalla capitale delle stelle alla capitale del divertimento per famiglie, il percorso di Baker resta coerente, concentrato com’era – e com’è – sugli ultimi della società, quelli presi a calci nel didietro dal sogno americano (Tonya, a breve nei cinema, e The Disaster Artist ne sono altri due splendidi e attuali esempi).

    Moonee ha sei anni e vive con la madre in un motel dai colori pastello alle porte del parco divertimenti di Disney World, che, molto probabilmente, non ha mai visitato. Il caldo estivo della Florida, i grandi paesaggi tropicali, qualche spicciolo recuperato per comprare un gelato (in una gelateria a forma di gelato) e i due piccoli vicini di casa sono la sua Disney World. Quello di Moonee è un mondo di confine e lei deve imparare ad affrontare ogni giorno una realtà in cui i colori pastello sono solo quelli dei muri dei palazzi. Piccola bulla che sputa sulle macchine dei nuovi arrivati al motel dove soggiorna (ora diventato una sorta di “casa popolare”), che spia la signora in topless in piscina, che prende in giro, urla, dice parolacce e contravviene alle regole imposte dal manager Bobby (un fantastico Willem Dafoe, unico attore professionista nel film e meritatamente candidato all’Oscar per questo ruolo).

    Baker prende la sua telecamera, segue Moonee e i suoi amichetti e mette in scena un ritratto (che non ha nessuna intenzione di scadere nello sdolcinato) della white trash, della “spazzatura bianca“, i poveri d’America che non hanno la pelle nera: alle spalle di un parco giochi, simbolo di un Impero costruito sul mito – superato – dell’opportunità per tutti, la disperazione di chi, senza un lavoro, senza una prospettiva, nell’orizzonte ampio che gli si staglia davanti, cerca solo il modo per arrivare alla fine di un’altra lunga giornata.
    Le strade del Magic Castle e di Futureland (così si chiamano i comprensori in cui si svolge questa storia) da riparo per turisti – ce ne sono due, nel film, che appena arrivano, vogliono scappare – diventano non-luoghi della disperazione, un po’ come le strade di Los Angeles riprese in Tangerine. Gli ampi campi lunghi e gli accesi colori dei paesaggi (la scena sull’albero con Moonee e l’amica che mangiano waffle con marmellata è di una bellezza prepotente) sono i mezzi di cui Baker si serve per sfasciare la cartapesta dei sogni e sviscerare i drammi di una realtà che ha pochissimo da offrire. Da non perdere!

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    Foxtrot: destino ballerino

    Dopo Lebanon, il regista israeliano Samuel Maoz torna nei cinema italiani con Foxtrot. Una danza con il destino che ha vinto il Gran Premio della Giuria all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. In sala dal 22 marzo.

    Sinistra, sinistra. Avanti, avanti. Destra, destra. Indietro, indietro. I passi del Foxtrot, ma anche la resa visiva del rapporto che l’essere umano ha con il destino. Almeno secondo Samuel Maoz che, dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (nel 2009, sempre al Lido, aveva vinto il Leone d’Oro con il suo primo film, Lebanon), arriva dal 22 marzo nelle sale italiane.

    Gli spazi angusti del primo film (il carroarmato) ora tendono ad allargarsi, pur mantenendo un’atmosfera claustrofobica che sottolinea quanto gli individui al centro delle vicende siano, in qualche modo, intrappolati e impossibilitati ad un movimento veramente ampio. Dalla casa in cui vive Michael (fatta di luci scure e geometrie perfette quasi snervanti) al checkpoint in cui suo figlio è stanziato insieme ad altri commilitoni, gli ambienti ritratti di Maoz sono in balìa di una forza centripeta che non gli permette di uscire da questo circolo vizioso, da questo movimentato ballo con il loro destino. I passi del Foxtrot segnano un eterno ritorno, disegnano un cerchio che collega padre e figlio, allontanati dalla crudeltà della guerra. Ed è proprio in questo movimento circolare che rientra l’intera struttura della pellicola: il regista israeliano mischia stili e registri in una composizione a tre atti che tanto ricorda la più classica delle tragedie greche.

    Se all’inizio ci troviamo davanti alla tragedia, all’evento che stravolge le vite, con un padre e una madre che affrontano la notizia terribile del figlio “caduto in battaglia” (per un soldato non si usa “morto”, tendono a specificare al telefono mentre preparano il necrologio), Maoz passa, dopo un velocissimo cambio di prospettiva, a qualcosa di più surreale e fortemente simbolico. La vita dei quattro soldati, stanziati in un checkpoint ai confini di qualsivoglia realtà, si divide tra il container-dormitorio che ogni sera sprofonda di un centimetro nel fango, il lavoro svolto quasi per assuefazione e un cammello che lentamente gli passa davanti. Scherzo beffardo di un destino che provoca fino ad esplodere quando una innocente lattina di birra cade da una macchina durante un controllo. Infine l’ultimo cambio, quando la speranza fa capolino in un microcosmo devastato dal dolore.

    Maoz ha la pecca di aver costruito troppo questo Foxtrot. Come un esperto coreografo, i suoi “passi di danza” seguono una logica ferrea, spesse volte prevedibile, ma genuinamente sorprendente nei colpi di scena. Il cerchio disegnato da Maoz si delinea nel secondo atto della vicenda, quando, anche grazie all’aiuto del cartoon, vuole trovare il punto di contatto tra padre e figlio: la donnina con i seni censurati sulla rivista per adulti, il senso di colpa per essere stati, ognuno per sé, responsabili del proprio (tragico) destino.

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    The Disaster Artist: elogio del brutto e della tenacia

    Com’è nato il film più brutto della storia del cinema? Ce lo dice James Franco con The Disaster Artist, biopic in sala dal 22 febbraio che racconta la genesi di The Room, pellicola del 2003 diretta, prodotta e interpretata dallo stravagante e misterioso Tommy Wiseau.

    Costato sei milioni di dollari, ne ha incassati 1.800, ma solo perché il suo regista ha dovuto pagare per mantenerlo nelle sale americane almeno due settimane. The Room è il film più brutto della storia del cinema (Entertainment Weekly lo definì “il Quarto Potere dei film brutti”), con la sua trama inesistente, le sue inutili scene sul football, la recitazione da accapponare la pelle e una sceneggiatura che definirla tale fa venire subito da ridere. Ma è diventato un cult, imperdibile, quasi. E forse perché dietro c’era la tenacia, la visione di una persona che non si è voluta arrendere: Tommy Wiseau.
    Poteva passare inosservata questa storia ad un altro outsider come James Franco? Certo che no, quindi l’attore-regista si è subito assicurato i diritti di The Disaster Artist, libro di Greg Sestero (uno dei protagonisti di The Room) in cui vengono raccontate la storia della produzione del film e l’amicizia che legava Sestero a Wiseau.

    Immaginazione e follia al potere: The Room era uno schiaffo a mano piena ad Hollywood nel 2003, The Disaster Artist fa riecheggiare quello schiaffo oggi, quindici anni dopo. La pellicola di Franco racconta la storia di un uomo respinto da Hollywood, di una persona che non ha talento, non conosce il cinema, ma ha una passione enorme (e un enorme conto in banca). Col suo look appariscente, con la sua strana parlata senza articoli e parole trascinate, Wiseau vuole che le persone si accorgano di lui, che lo amino, e quando trova quello che potrebbe diventare il suo grande amico (Sestero, interpretato da Dave Franco), niente e nessuno potrà fermarlo. I fratelli Franco, con le loro meravigliose interpretazioni, ci fanno così conoscere chi, qualche anno fa, ha sfidato la fabbrica dei sogni, incassando, nell’immediato, una sonora sconfitta, ma risultando vincenti nel tempo.

    Il Wiseau di Franco fa sorridere e, contemporaneamente, fa tanta tenerezza: guidato dal suo sogno, nemmeno quando è palese che il suo film è destinato alla catastrofe, si tira indietro. Franco ne apprezza proprio questo lato, anzi, lo esalta: quando, alla prima del film, il pubblico non riesce più a trattenere le risate, le lacrime solcano il viso di Wiseau. Per l’ennesima volta i “villain” gli ridono in faccia, si prendono gioco di lui. E se questo fosse il suo destino? Perché, allora, non capovolgere la situazione? Ecco che quello che doveva essere un film da Oscar – secondo la visione del suo regista – diventa un film volutamente brutto (“Voi ridevate, ma tutto era fatto apposta“, dirà alla fine della proiezione). Quella che doveva essere l’interpretazione di una vita si trasforma in una goliardata tra amici (costata pur sempre 6 milioni di dollari). L’importante è che se ne parli, nel bene o nel male. L’obiettivo è raggiunto. Anche da Franco: il suo The Disaster Artist spoglia Hollywood (e l’american dream di cui ne è uno dei riflessi) delle sue lucine colorate, porta in scena un biopic che si regge benissimo su solide basi e trova il modo di fare della sottile ironia e del sarcasmo senza sconti. Elogio del brutto e, soprattutto, della tenacia di chi ha un sogno e vuole realizzarlo. Tanto da diventare un campione nella subdola arte del “rigirare la frittata”.

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    Figlia mia: la fragilità appartiene agli adulti

    Dopo Vergine Giurata, Laura Bispuri torna al cinema con Figlia mia, in competizione alla sessantottesima edizione del Festival di Berlino. Un dramma sulla maternità, dove la fragilità non è dei più piccoli, ma dei grandi.

    Come tra nni fa, Laura Bispuri è di nuovo l’unica regista italiana a rappresentare il nostro Paese al Festival di Berlino. Lo fa con Figlia mia, il suo secondo lungometraggio in sala dal 22 febbraio. Per questa nuova prova, la Bispuri non rinuncia a quel cinema di confine, che si muove tra il documentario, il neorealismo e la grande attenzione ai suoi personaggi. Ambientato nella Sardegna più aspra, dai colori caldi, quasi accecanti, dove il vento è forte e si può sentire, sulle brulle colline, il rumore del mare, Figlia mia è raccontato attraverso tre punti di vista: quello di Angelica (Alba Rohrwacher, già splendida protagonista di Vergine giurata), di Tina (Valeria Golino) e della piccola Vittoria (Sara Casu).

    Due madri e una figlia, tutte alla ricerca, come la Hana Doda del primo film, di una propria identità. Quella dei suoi 10 anni, sarà un’estate particolare per la piccola Vittoria: scoprirà, infatti, di avere due madri. Ma allora, chi è la bambina? A quale delle due donne appartiene veramente? Da qui parte una ricerca che a dieci anni potrebbe sembrare difficile da affrontare, soprattutto quando i modelli di riferimento sono così diversi tra loro. Angelica è la madre “sporca”, quella che beve troppo, che vive nel degrado, che non fa colazione e nella dispensa ha solo medicine solubili e fagioli in scatola; Tina è la madre “pulita”, che lavora, fa la spesa, organizza feste di compleanno e fa torte a forma di cuore, quella che “lavati i piedi anche in mezzo alle dita, perché è lì che si accumula lo sporco“. Un patto lega le due donne: un cordone ombelicale che oltre a inglobare madre biologica (Angelica) e figlia (Vittoria) cattura anche la madre adottiva (Tina). A Vittoria spetta rompere questo cordone e in suo aiuto arriva la madre per eccellenza: la terra. In questa storia dalle tinte di dramma classico (con tanto di soap opera che unisce Vittoria a Tina), solo una discesa nel mondo dei morti può permettere alla piccola di capire chi è veramente: calarsi nel buco della necropoli e riuscirne è quella metafora di rinascita che alla bambina serviva tanto.

    E così, quello che doveva essere il personaggio più fragile di tutti, ne esce fuori a testa alta: la fragilità non le appartiene, cosa che non si può dire, invece, delle due donne. Tina e Angelica sono due facce di un “amore che non si tocca” (come canta Gianni Bella), due facce contrapposte, tanto distanti tra loro quanto pronte ad incontrarsi. E qui sta la bellezza di questa storia: come due mondi lontani, possano, in qualche modo, avvicinarsi, toccarsi, sorreggersi a vicenda (vedi scena nell’allevamento di pesci e quella finale), sullo sfondo di un territorio arido, a prima vista malevolo, ma trasudante amore (immortalato perfettamente, ancora una volta, dalla fotografia di Vladan Radovic).

    Ma qualcosa delude in questo secondo film della regista romana: l’eccessiva costruzione, l’inadeguatezza delle sue interpreti principali, il simbolismo “già visto”. Figlia mia soffre della classica “ansia da opera seconda”, quella che porta il regista ad essere particolarmente – forse troppo – attento a ciò che vuole raccontare e a come vuole raccontarlo. Questo ricade notevolmente sulle interpretazioni, soprattutto quella della Rohrwacher, molto macchietta e poco reale, a fronte di una Golino troppo “Mamma Roma”. Facile il simbolismo che la Bispuri mette in scena: dalla polvere che si alza da terra, dalla paura del vuoto della piccola Vittoria, dalle grotte preistoriche e dalle necropoli fino alla scena finale dove la bambina diventa “madre” (“Andiamo!”, così incita le due donne), tutto ha un sapore di vecchio cinema autoriale, chiuso in se stesso ed eccessivamente conforme ad un canone estetico superabile.

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    Chiamami col tuo nome, Guadagnino: “Il mio film sulla famiglia”

    Quattro nomination agli Oscar: Miglior Film, Miglior Attore Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale e Miglior Canzone. Ecco come si presenta al pubblico italiano Chiamami col tuo nome, nuovo film diretto da Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman e nelle nostre sale da domani, 25 gennaio (la recensione potete trovarla qui).

    Non considero Chiamami col tuo nome un film che racconta una storia d’amore gay, – ha detto il regista durante la conferenza stampa di presentazione del film a Roma – ma sull’aurora di una persona che scopre di diventare un’altra persone. Mi piace pensare che sia un film sul desiderio, che non conosce distinzioni di genere e, soprattutto, che sia un film che parla di famiglia“. Quella di Elio è una famiglia di ampie vedute, nonostante il film sia ambientato nell’Italia dei primi anni Ottanta: “Credo che l’utopia sia la pratica del possibile, quindi per me questo tipo di famiglia esiste“. Soprattutto nel finale del film si sente forte questa attenzione al concetto di famiglia. In una scena di intensa bellezza, Elio (interpretato da Timothée Chalamet) si confronta con il padre: “Quel momento per me rappresentava – secondo l’attore nominato all’Oscar – un modo per affrontare l’amore e come rapportarci al nostro istinto. Poi, parlando con un mio amico regista, ho riflettuto che in quel dialogo si parla principalmente di dolore e, come dice il padre di Elio, è inutile aggiungere altro alla sofferenza che l’amore può provocare“.

    Cercare di interpretare una storia di reciproca attrazione e desiderio è stata la sfida che Chalamet e Armie Hammer hanno dovuto affrontare: “Si tratta – continua Chalamet – di un rapporto che va al di là della sessualità, gay, etero, bisessuale che sia. O nei confronti delle pesche! Quella scena, ad esempio, ci permette di esprimere il senso vero che dovrebbe avere l’amore, oltre le etichette“. Ad aiutarli anche la direzione di Guadagnino, impostata su “un grande equilibrio“, come afferma Hammer: “A volte è difficile lavorare con registi ingombranti, ma con Luca si lavora con una straordinaria libertà. La sua scelta di lavorare con una sola telecamera, ci ha permesso di muoverci liberamente nello spazio scenico. Se l’equilibrio che si creava funzionava, allora si andava avanti, altrimenti Luca interveniva ma con un tocco molto leggero, facendoci delle domande che avevano come obiettivo quello di riportarti all’interno di questo equilibrio. Per me, questa, è una qualità rara“.
    Con i miei attori mi piace – ha commentato Guadagninodimenticare la sceneggiatura e insieme tessere la tela della scena. In questa prima fase do molta importanza al movimento all’interno del quadro, come prende vita la scena partendo dagli elementi che la compongono. Nella seconda fase, quella del montaggio, faccio in modo che questa tela che abbiamo iniziato a tessere venga esaltata al massimo e che venga alla luce il lavoro che gli attori hanno fatto sul set“.

    Il percorso che ha portato alla realizzazione di Chiamami col tuo nome è stato molto pacato, minimale, quindi le nomination agli Oscar “sono un riconoscimento per tutti quelli che hanno lavorato a questo film – dichiara il regista – ma soprattutto sono l’esempio di come la passione e l’inaspettato vadano mano nella mano“. Riconoscimento importante anche per Chalamet: “Da giovane artista, ricevere questi segnali è davvero incoraggiante. Penso che ora, la mia unica responsabilità di attore, sia di godermi questo momento“.

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    Chiamami col tuo nome: come nasce il desiderio

    Luca Guadagnino adatta per il grande schermo l’omonimo romanzo di André Aciman. Chiamami col tuo nome è l’incursione nella passione improvvisa tra due ragazzi nella campagna italiana degli anni Ottanta. Candidato a quattro premi Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior Attore Protagonista, il film sarà in sala dal 25 gennaio.

    Qualcosa che va oltre l’amicizia, forse“. Fa attenzione, Guadagnino, a non abusare del termine “amore”. E allora cos’è che lega Elio e Oliver in quella calda estate italiana del 1983? Tra sguardi che si cercano, mani che si sfiorano e subito si allontanano, ripicche e gelosie velate? La curiosità dell’inizio lascia spazio alla freddezza che poi si trasforma in continua ricerca dell’altro, della sua attenzione. Il desiderio si impossessa dell’enorme villa in cui i personaggi si muovono, ha la forma di un tuffo nel fiume, di una pedalata in bicicletta, di una suonata al pianoforte e di uno scatenato ballo durante la festa in paese. Chiamami col tuo nome non ha bisogno di nessun tipo di etichetta, perché Guadagnino fa in modo che queste etichette non trovino la giusta superficie per restare attaccate. Proprio come nel romanzo di Aciman, qui i protagonisti sono il desiderio e la passione, a prescindere da chi li prova.

    E fa bene il regista a non seguire pedissequamente la storia dello scrittore statunitense: forse consapevole che la bellezza di quel romanzo sta proprio nelle immagini evocate dalle parole di Aciman, Guadagnino in qualche occasione devia, inserisce del suo, riuscendo nell’intento di mantenere inalterata l’atmosfera del romanzo. Lo dice a parole sue, insomma, e lo fa con una pellicola elegante e sussurrata, tutto il contrario della passione che racconta. Guadagnino entra improvviso nella vita dei due ragazzi, ce li presenta nell’attimo in cui si incontrano per la prima volta e da lì parte la parabola di un’attrazione giocata nel terreno di un’intimità non tanto fisica (la telecamera inquadra altrove quando i due fanno l’amore e la scena della pesca, molto forte nel romanzo, viene modificata in parte), quanto mentale.

    Pur presente, ma mai ostentata, le fisicità di Oliver e di Elio sono secondarie rispetto all’alchimia che si crea tra loro. In questo, Guadagnino può contare sui suoi splendidi protagonisti: Armie Hammer e Timothée Chalamet (quest’ultimo con una freschissima e meritatissima nomination all’Oscar proprio per il ruolo di Elio) riescono a trovare una strada comune da percorrere insieme, regalando due bellissime interpretazioni e, soprattutto, portando sullo schermo ciò che era relegato alla carta – restandone fedeli. Se i riflettori, come è giusto che sia, sono puntati solo su loro due, non vuol dire che gli altri, i secondari, siano lasciati allo sbaraglio. Primi fra tutti il padre (Michael Stuhlbarg) e la madre (Amira Casar) di Elio che nel finale mostrano con una gran forza i loro ruoli: quel silenzio ricco di intese da una parte (il ritorno in macchina a casa del ragazzo con la madre), quel meraviglioso dialogo “tra le righe” dall’altra (sul divano di casa con il padre).

    Richiamando alla memoria il Bertolucci di Io ballo da sola e il Weekend di Andrew Haigh, Chiamami col tuo nome se ne distacca e segna un passo molto importante della filmografia di Luca Guadagnino, una svolta matura, che ostenta di meno, ma “parla” di più. Soprattutto quando, nel lungo finale – una delle esperienze cinematografiche più belle degli ultimi anni – la sua camera si concentra sul rapporto di Elio con i genitori e più tardi si fissa, per tutta la durata dei titoli di coda, sul volto malinconico del ragazzo (wow!). E proprio qui, dove si dovrebbe creare l’imbarazzo del pubblico che si sente osservato, una volta ancora si è partecipi, ci si immerge negli occhi di Elio e non si può fare altro che riportare alla memoria quanto vis(su)to nelle scene precedenti. L’amore, forse.

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    Corpo e Anima: in sala l’Orso d’Oro di Berlino 2017

    Nella shortlist dei film in corsa per la nomination all’Oscar come Miglior Film Straniero, Corpo e Anima di Ildikò Enyedi approda nelle nostre sale dal 4 gennaio. Tra realtà e sogno, il film, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, mette in scena le difficoltà del rapportarsi agli altri.

    Corpo e anima, terreno e spirituale, sangue e sentimento. La regista ungherese Ildikò Enyedi mette in scena la storia di due persone molto diverse tra loro che, per uno strano scherzo del destino – meglio dire di Morfeo – si trovano a condividere lo stesso sogno. Due meravigliosi cervi si incontrano nella foresta innevata: si cercano, si annusano, condividono le foglie cadute dagli alberi per il loro pasto. Si amano. Nella realtà questo stesso sogno appartiene a Endre e Mària. Entrambi lavorano nello stesso mattatoio, uno ne è il responsabile finanziario, l’altra l’addetta al controllo qualità.
    Se le loro anime, di notte, si incontrano nella poesia del paesaggio innevato (bianco, quindi), è nell’asetticità del mattatoio (bianco anche qui) che i loro corpi, evidentemente attratti, non trovano il giusto terreno per muoversi. Goffa lei, con capelli e pelle talmente chiari da sembrare un fantasma; più estroverso lui, moro e con un braccio paralizzato. Due corpi rigidi, ansiosi, pieni di paure fanno da contraltare a due anime libere. Due corpi che si scrutano senza mai toccarsi sono l’altra faccia della medaglia di due spiriti che si cercano, si annusano, si proteggono l’un l’altro.

    Il corpo come luogo della più forte razionalità e l’anima come quello del sentimentalismo e della poesia più sfrenati: Enyedi porta sullo schermo questa forte dicotomia che, oggi, condiziona il nostro modo di rapportarci agli altri. Lo fa ricorrendo a vari registri anche nella stessa scena, così da un momento drammatico si passa ad uno più leggero, senza uno stacco netto, ma in maniera graduale. Così l’umorismo di Corpo e Anima non è mai fuori luogo e soprattutto porta a dare maggiore enfasi al momento drammatico che segue o precede.

    Intense e impeccabili le prove attoriali di Morcsànyi Géza (Endre) e Alexandra Borbély (Mària): i loro personaggi sembrano essere delineati perfettamente per gran parte del film, poi, ad un certo punto, la virata e ciascuno assume il ruolo che, all’inizio, era dell’altro. Se nel mondo dei sogni le loro anime comunicano, nella realtà, circondati dall’orrore e dal dolore di quegli animali portati a morire, i loro corpi non riescono a toccarsi e si allontanano sempre più. Quando, finalmente, si trovano, però, lo faranno davanti ad un rivolo di sangue che esce copioso, in una situazione ai limiti del grottesco e dell’assurdo e richiamata dall’umorismo di uno schizzo di pomodoro nella scena successiva. Un fiume che ha rotto gli argini; un’anima che è andata oltre il sogno e che ha permesso al corpo di aprirsi all’esterno.

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    Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione: la perdita dell’innocenza

    Continua la saga fantasy inaugurata da Gabriele Salvatores nel 2014. Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione arriva nei nostri cinema il 4 gennaio: tra i problemi dell’adolescenza e la scoperta di nuovi poteri, la pellicola traballa in più di una occasione.

    Michele Silenzi è cresciuto. Lo avevamo lasciato che aveva appena scoperto un nuovo potere, oltre quello dell’invisibilità, e salvato i suoi amici da un’oscura minaccia proveniente dalla Russia. Fisicamente cambiato, caratterialmente più cupo vista l’improvvisa tragedia che lo ha colpito, questa volta il giovane è chiamato a rispondere alla più classica delle domande che si pone quasi sempre nei secondi capitoli dedicati ai supereroi: cosa posso fare con i miei poteri? Sarà l’incontro con i suoi simili e con qualcuno che con lui condivide molto di più dei superpoteri, a fargli capire quale strada intraprendere.

    Se nel primo film abbiamo assistito al passaggio dall’età infantile a quella adolescenziale del suo protagonista, in Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione le cose si fanno più difficili ed è la trasformazione da adolescente ad adulto il tema portante della pellicola. Ma questa seconda generazione di Speciali ha qualcosa che non va. Quando uscì il primo capitolo, un certo respiro di sollievo si alzò nelle sale italiane: finalmente un film del genere si poteva fare anche qui da noi, pur avendo a disposizione un budget che non ha niente a che fare con le produzioni d’oltreoceano dello stesso tipo. Qui questa convinzione e questo orgoglio continuano, ma qualcosa ci impedisce di essere totalmente soddisfatti. La saga ha perso quella sua freschezza, sembra un prodotto come tanti che nemmeno la firma di Gabriele Salvatores rende convincente.

    Due le principali criticità di Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione. La prima è la sceneggiatura, meno attraente della prima, piena di quegli elementi tipici del genere e, onestamente, vista la lunga attesa per questa seconda parte, ci si aspettava qualcosa di più. A seguire, la recitazione: tanto forzata da trasformare qualsiasi battuta in puro artificio e in fonte di risate. La regia sembra divertirsi un po’ di più, sembra godere di una certa libertà che il successo del primo film ha inevitabilmente portato: Salvatores aumenta il ritmo in alcune scene, in altre segue pedissequamente i suoi personaggi, soprattutto i più giovani, quasi a braccarli e a intrappolarli in questo loro processo di crescita. Per fortuna, infine, ci sono gli effetti speciali, decisamente migliori rispetto a quelli del primo film, ma che comunque non bastano ad alzare il livello del risultato finale.
    Accompagnato dall’uscita di una graphic novel e di un romanzo, Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione mira a fare colpo su un pubblico molto particolare, abituata a vedere prodotti molto più curati e complessi (sotto molti aspetti, non solo visivi). Come reagirà di fronte a qualcosa che tre anni fa era molto accattivante e che oggi ha fatto enormi passi indietro?

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    The Greatest Showman: lo spettacolo di fine anno

    La vita di P. T. Barnum al cinema con il musical The Greatest Showman. Diretto da Michael Gracey e interpretato da Hugh Jackman, Zac Efron e Michelle Williams, la pellicola arriverà nelle nostre sale il giorno di Natale.

    Definire l’anno che sta per chiudersi come l’anno del musical sarebbe un azzardo bello grosso. Sta di fatto che, in Italia, il 2017, cinematograficamente parlando, si è aperto con La La Land, il musical di Damien Chazelle, e sta per chiudersi con The Greatest Showman di Michael Gracey, in sala il 25 dicembre. Nel mezzo, altre produzioni minori, tra cui ricordiamo le italiane Ammore e Malavita dei Manetti e Riccardo va all’Inferno di Roberta Torre. Un genere che vive fortune alterne e che non facilmente incontra i favori del pubblico, ma che quest’anno ha voluto riproporsi in varie sfaccettature: da quella “autoriale” di La La Land a quella più “popolare” di The Greatest Showman (le virgolette sono state inserite volutamente).

    Michael Gracey ha voluto portare sullo schermo, romanzandola un po’, la vita di P. T. Barnum, fondatore del famosissimo circo che ha chiuso i battenti lo scorso maggio, colui che, in un modo o nell’altro, ha creato lo show bussiness. Barnum ha un unico obiettivo, quello, cioè, di creare uno spettacolo che affascini tutti, che rapisca i suoi spettatori: nel suo circo non si esibiranno solo trapezisti, giocolieri, ballerini, acrobati di ogni genere, ma anche quelli che fino a poco tempo prima erano i reietti, gli esclusi dalla società perché affetti da malformazioni fisiche. Sulla pista del tendone di Barnum si esibiscono gemelli siamesi, persone affette da nanismo o gigantismo, donne barbute: tutti alla ricerca di un loro posto in una società che li evita. Tempestato di quella retorica che in questo particolare periodo dell’anno trova terreno fertile, The Greatest Showman procede con esplosioni di colori, dialoghi abbastanza banalotti e i soliti discorsi sui sogni e la loro importanza nella vita che, in qualche modo, avevamo già sentito in La La Land.

    Ma col film di Chazelle, la pellicola di Gracey ha altro in comune: per l’esattezza si tratta di Benj Pasek e Justin Paul, autori dei testi delle canzoni sia di La La Land che di The Greatest Showman. Insieme alle musiche di John Debney, indubbiamente la colonna sonora è il punto di forza principale di questo film, seguito a breve distanza dalle interpretazioni dei suoi attori. Che Hugh Jackman sapesse cantare (e pure bene!) lo sapevamo, ma per la prima volta, e – dettaglio non da poco – senza mai togliersi i vestiti di dosso, è Zac Efron che sorprende in maniera positiva. Un po’ relegato in un angolo il cast femminile, soprattutto Michelle Williams, troppo costretta nel ruolo di perfetta mogliettina. Divertente anche la strigliatina a certa critica (teatrale o cinematografica) così piena di preconcetti e pregiudizi che se ritiene uno spettacolo troppo “pop”, allora è pessimo in partenza. Che Gracey e i suoi sceneggiatori (tra cui il Bill Condon del live-action di La Bella e la Bestia) abbiano voluto sin da subito mettere le mani avanti?

    Ma c’è una quarta nota positiva, quella più importante e che alza il livello del risultato finale: la coerenza. Gracey voleva raccontare la storia di un uomo di spettacolo, che ha creato uno degli spettacoli più longevi in assoluto, che per primo ha applicato dinamiche e meccanismi ancora oggi usati nello shobiz e l’unico modo per rendergli omaggio era solo attraverso un altro spettacolo. Obiettivo pienamente raggiunto. The Greatest Showman non spiccherà per messaggio, non proporrà chissà quale grande verità al suo pubblico, ma in una cosa non si limita: nell’offrire puro intrattenimento, pulito, senza eccessive pretese, ma solo con lo scopo di divertire e sorprendere. Ideale durante le Feste.

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    Salvatores: “Ecco come cresce il mio ragazzo invisibile”

    A tre anni dal successo del primo film della saga, Gabriele Salvatores torna a raccontare la storia di Michele Silenzi (Ludovico Girardello) in Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione, in sala dal prossimo 4 gennaio. È passato un po’ di tempo da quando Michele ha scoperto i suoi poteri e questa volta a complicare la situazione ci si mette anche l’adolescenza e una perdita molto importante. “Verso i 16-17 anni – ha detto Salvatores durante la presentazione del film a Roma – si scopre il lato oscuro delle cose, ma anche quello malinconico e, in un certo senso, poetico. Il film segue questa oscurità, è una sorta di Boyhood di un supereroe, un po’ come succedeva ad Harry Potter. Anche in termini narrativi c’è una maggiore complessità rispetto al primo film“. Le paure di Michele prendono spunto da un contest lanciato nelle scuole dopo l’uscita del primo film: “Abbiamo chiesto agli studenti quali fossero le loro paure più grandi – spiega il regista Premio Oscar – e a sorpresa è venuto fuori che molti di loro hanno paura di scoprire di non essere figli delle loro madri, segue la paura del terrorismo. Io non avevo nessuna intenzione di far riferimento al terrorismo, non era questo il luogo adatto, ma ho voluto inserire un concetto secondo me molto importante: se una persona diventa cattiva lo fa solo perché la società lo ha reso tale“.

    In questo nuovo capitolo, che sarà accompagnato nella sua uscita in sala anche dalla pubblicazione di una graphic novel e di un romanzo, Michele si troverà ad affrontare altre persone che hanno le sue stesse abilità, rendendo immediato il confronto con la saga degli X-Men: “Non ho mai visto questi film – continua Salvatoresanche perché non un patito di pellicole sui supereroi, pur amando lo Spiderman di Raimi. Sono più affezionato al cinema americano degli anni Ottanta, quello dei Gremlins o dei Goonies, un cinema dove il pensiero si univa alla spettacolarità e che poteva avere come pubblico un’intera famiglia, senza rischiare di annoiare i grandi e divertire i bambini o viceversa“. Al cinema vediamo i supereroi che salvano il mondo, che aiutano le persone in difficoltà, ma “nella realtà le cose non stanno così: alcuni hanno dei superpoteri, ma invece di usarli in questo senso, li usano per farsi guerra tra loro. Ora me ne vengono in mente due in particolare: uno è sudcoreano e l’altro è americano“.

    Ricco di effetti visivi, il nuovo film di Salvatores può contare sulla professionalità di Victor Perez: “Avendo un budget molto costretto, abbiamo avuto non pochi problemi per realizzare questo secondo capitolo, ma in una situazione del genere, però, esce fuori il meglio di tutti. La cosa di cui sono fiero, e lo dico da spagnolo, quindi figuratevi, è che un prodotto del genere è stato fatto in Italia. Il problema principali per progetti di questo tipo è quello di spazzare via il preconcetto per cui in questo Paese, questi film non si possono fare. Invece, nonostante la ristrettezza di budget, siamo riusciti non solo a creare intere scene al computer, ma anche a ricreare un volto umano“.

    Il rapporto di Salvatores con la fantascienza si fa sentire già nel 1996 quando, un anno dopo aver vinto il Premio Oscar come Miglior Film Straniero con Mediterraneo, realizza Nirvana: “Dopo l’Oscar mi sono sentito come Spiderman: il ragno mi aveva morso e avevo acquisito dei superpoteri. Così ho deciso di fare cose nuove, di imparare a fare cose nuove e Nirvana ne è stata la conseguenza. Ho voluto continuare a raccontare la storia di Michele sia perché non ho figli e in qualche modo ne sto crescendo uno cinematografico, ma anche perché non voglio fare sempre lo stesso tipo di film. Se ci sarà un sequel? Un vecchio detto recita che ‘non c’è due senza tre’. Ma possiamo anche contraddirlo. Vedremo“.

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