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    Due uomini, quattro donne e una mucca depressa: da maschio a femmina

    Dall’8 giugno in sala, Due uomini, quattro donne e una mucca depressa è la commedia corale di Anna Di Francisca, coprodotta da Italia e Spagna. Un piccolo paesino del sud della Spagna è lo scenario del cambiamento improvviso delle vite dei suoi abitanti.

    Coproduzione italo-spagnola, Due uomini, quattro donne e una mucca depressa ha molto della Spagna e pochi rimandi al cinema nostrano. Tangibili sono, infatti, le influenze della cinematografia iberica, ad iniziare dal primo Almodóvar, non solo a livello formale, ma anche di racconto. Nel nuovo film di Anna Di Francisca, che si fece notare nel 1997 con La bruttina stagionata, la coralità della storia è il tratto distintivo di un racconto che si propone al pubblico con una certa leggerezza e spensieratezza.
    Gli equilibri di un piccolo paesino della Spagna del Sud vengono stravolti dall’arrivo dello “straniero” Edoardo, compositore in crisi esistenziale e artistica che va a trovare un caro amico in occasione del suo compleanno. Suo malgrado, Edoardo (quel Miki Manojlović feticcio di Emir Kusturica) si ritrova a dirigere il piccolo coro parrocchiale, venendo in contatto con una serie di storie, pulsioni, desideri repressi e sogni ancora chiusi nel cassetto.

    Alla Di Francisca va sicuramente il merito di proporre al suo pubblico una storia semplicissima, di quelle in cui non ci sono grandi sconvolgimenti, ma dove il cambiamento passa per piccoli eventi, quasi invisibili, e per piccoli scambi di battute (forse eccessivamente elementari, ma comunque funzionali). Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, però, non azzarda molto, non va oltre quello che propone: le basi di partenza sono interessantissime, ma la Di Francisca tiene troppo tirati i freni della sua macchina e viene fuori un’opera tanto equilibrata e pulita quanto statica e trattenuta.
    Di italiano, in questa piccola pellicola, c’è quello scontro tra sessi che per molto tempo ha contraddistinto la nostra cinematografia (e che ha, francamente, stancato), ma per fortuna la Di Francisca decide di proporre una sua personale visione della questione: Due uomini, quattro donne e una mucca depressa parte come un film maschile, concentrato sugli uomini che lo popolano, per poi mutare sesso e puntare i riflettori sulle sue donne e le loro apparenti debolezze, tanto da diventare loro l’emblema di quel cambiamento che sta al centro del film (ed il personaggio secondario di Irma, interpretato da Serena Grandi, ne è la dimostrazione).

    Da lodare il modo in cui la regista affronta la coralità che caratterizza questo film, tanto che i suoi personaggi non finiscono per diventare macchiette, ma ognuno di loro ha il suo preciso spazio. Resta però l’amarezza di avere davanti quello che può essere considerato solo un compitino portato a termine in maniera sufficiente, con un andamento che pochissime volte (e a fatica) coinvolge chi guarda. Forse, però, se qualcuno avesse dato più spazio, più “voce” e più ascolto a quella “mucca depressa” del titolo e non l’avesse trattata solo come mero espediente sornione per catturare l’attenzione del pubblico, il risultato finale sarebbe stato molto più accattivante.

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    Un appuntamento per la sposa: della perseveranza

    Presentato nella sezione Orizzonti della 73esima Mostra d’Arte Internazionale di Venezia, Un appuntamento per la sposa, il nuovo film di Rama Burshtein, si muove tra dramma e commedia romantica, raccontandoci una storia di perseveranza e fede da parte di una (futura) sposa chassidica. In sala dall’8 giugno.

    C’è ancora una volta una storia di nozze al centro del nuovo film di Rama Burshtein, Un appuntamento per la sposa, nelle sale italiane a partire dal prossimo 8 giugno. Restiamo nell’ambiente ultraortodosso del chassidismo, questa volta, però, la protagonista non è una giovane esposta al volere della famiglia, ma una donna un po’ più matura e pronta a convolare a nozze con il suo amato. Fatto sta che il futuro sposo le confessa di non amarla più e quella che ha le fattezze di una tragedia, sembra non intaccare l’animo di Michal.
    Forte di avere dalla sua parte Dio, Michal decide di andare avanti con i preparativi delle nozze e si dà poco più di venti giorni di tempo per trovare l’agognato sposo.

    A metà tra dramma e commedia romantica, Un appuntamento per la sposa (pessima versione italiana dell’originale Through the wall) fa leva intorno a questa folle idea della sua protagonista e riesce a portare sullo schermo un’affascinante figura femminile, che difficilimente si scorda. La Burshtein, come ha fatto nel suo esordio del 2012, La sposa promessa, mette i suoi occhi non al servizio di una critica sociale orientata verso il femminismo, ma ci restituisce un resoconto che oscilla tra studio antropologico e fiction. Se vi state aspettando la versione israeliana di una qualche commedia blockbuster al femminile intrisa di situazioni grottesche o surreali, nulla è più lontano da questo genere del film della Burshtein. Di comico, in questo film, c’è poco: a parte qualche situazione improbabile, la pellicola si focalizza tutta sulla perseveranza di Michal, sulla sua fede che la porta a mettersi in gioco con tutta se stessa. Qui sta la “parete” da attraversare, come suggerisce il titolo originale: la sfida che Michal lancia a se stessa, la forza con cui vuole cambiare la sua vita, vuole darle un senso. Ma fate bene attenzione: il senso non lo dà il marito tanto cercato, quanto il percorso che Michal intraprende per arrivare al suo desiderato lieto fine.

    Sorretto da una scrittura intelligente che, c’è da ammetterlo, a volte si perde in lunghi dialoghi, Un appuntamento per la sposa propone in chiave velatamente leggera una profonda riflessione sulla fede, complice anche la regia delicata. Burshtein riesce a mantenere un certo equilibrio per tutto il film, nonostante la pericolosità di alcune scene, non giudica la storia di Michal, ma ce ne restituisce lo svolgimento invitandoci a guardare oltre quanto raccontato. Sono i personaggi che, da soli, ci si svelano man mano, con le loro paure, le loro insofferenze, la loro genuina voglia di andare avanti nonostante tutto e tutti. Entriamo poco alla volta nel percorso di crescita di un personaggio femminile intrigante (a cui l’attrice Noa Koler dà volto), tanto da sentirci molto vicini a lei nel finale. Un’attesa che ci stringe il cuore, ma che, in fondo, viviamo con una forte speranza. Proprio come in un atto di fede.

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    Cuori Puri: il candore degli opposti

    Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, Cuori Puri è l’opera prima di Roberto De Paolis, in sala dal 24 maggio. Una piccola storia di periferia fa i conti con il rapporto tra uomo e divino, mostrandoci come l’incontro tra opposti sia possibile nonostante le grandi differenze.

    Sono tanti gli elementi che vivono in questo primo lungometraggio di Roberto De Paolis. Cuori Puri, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e in sala dallo scorso 24 maggio, è il terreno di incontro (e scontro) tra due visioni radicalmente opposte della vita, il terreno in cui si consuma il confronto tra l’umano e il divino, tra l’apparenza e l’essenza. In una abbandonata periferia romana, con le sue strade piene di erbacce alte, con i secchioni di immondizia strabordanti, con un sole a picco che riscalda troppo, anche gli animi, le vite di Stefano e Agnese finiscono per incrociarsi dopo un inseguimento.
    Agnese ha appena rubato un cellulare nel supermercato dove Stefano fa l’addetto alla sicurezza. Il ragazzo la lascia andare, conscio del fatto che metterà a rischio il suo posto di lavoro. E così, tempo dopo, i due si ritrovano in un parcheggio di un altro supermercato: lui fa la guardia al campo Rom vicino, lei fa volontariato. Sguardi, parole non dette: nell’incontro tra Stefano e Agnese ci sono tutte le premesse di una grande storia d’amore, inteso, come spiega anche il prete della chiesa frequentata dalla giovane, come la volontà di concedersi all’altro, di mettersi nei suoi panni.

    Nella diversità dei due mondi descritti da De Paolis, qualcosa accomuna i suoi personaggi: sempre presente, anche se non mostrato, il peccato è ciò che separa l’essere umano dal divino. Un divino che De Paolis fa ben attenzione a non identificare solo con quel Dio tanto osannato da Agnese, sua madre e i suoi amici o tanto evitato da Stefano: qui il divino sta nel rispetto dell’altro, nel condividere con chi è diverso uno spazio. Che sia quello di un parcheggio separato con barricate da un campo Rom o quello più intimo di un letto e di due cuori che si ritrovano dopo tanto cercarsi.
    De Paolis riflette sulla religione, mostrandone due visioni. Quella della madre di Agnese (Barbora Bobulova), così radicata e feroce, così incline alla punizione e alla chiusura, ma sempre nella prospettiva del “volere solo il bene della propria figlia“, e quella di don Luca (uno straordinario Stefano Fresi), che si apre al libero arbitrio, che chiede ai suoi fedeli di fare le proprie scelte in conformità alla propria essenza. Riuscendoci: emblematica è la bellissima scena in cui i ragazzi si confrontano sulla necessità di togliere o meno il crocifisso dalla stanza che stanno preparando per accogliere alcuni migranti di religione musulmana. A voi vedere come va a finire.

    Se Agnese si muove tra questi due poli, Stefano vive in un territorio a metà tra l’assenza di regole e la sua – forte – moralità. Dove sta, quindi, la purezza in questa storia? Sta nei momenti in cui Agnese e Stefano sono da soli, quando i mondi di cui fanno parte non interferiscono: esplode nei sussurrati “Grazie“, nei sorrisi ingenui e nelle bugie di Agnese, negli sguardi teneri, nelle urla di rabbia e nei gesti pieni di protezione del duro Stefano. Gesti e parole che danno ulteriore linfa all’originale significato di “sacrificio“: rendere sacro qualcosa. In tale prospettiva, bellissime sono le interpretazioni di Stefano Liberati e Selene Caramazza, i due giovani attori che danno il volto a queste due figure di periferia, coadiuvati da figure di contorno che il nostro cinema conosce benissimo: Edoardo Pesce, Antonella Attili e i già citati Fresi e Bobulova.

    Cuori Puri mostra le contraddizioni e i limiti quotidiani dell’essere umano nella sua tensione verso un generico spirituale, spinge ad interrogarsi chi assiste a questo dramma periferico, ma estremamente universale. Potrebbe dare l’impressione di essere troppo manicheo nel raccontare questa realtà, ma De Paolis, che inizia meravigliosamente la sua carriera da regista, è così bravo che solo lentamente arriva a svelare le tante sfumature di questa purezza.

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    Orecchie: la ricerca della semplicità

    Secondo film di Alessandro Aronadio, Orecchie, piccolo caso durante la scorsa edizione del Festival di Venezia, sarà in sala dal 18 maggio. Tra reminiscenze di cinema muto e situazioni bizzarre, una ricerca on the road che si interroga sulle “complessità” di una vita semplice.

    Piani sequenze, primi piani, battute, silenzi, gesti: tutto in Orecchie, opera seconda di Alessandro Aronadio, fa di questo piccolo film un vero e proprio compendio filosofico e sociologico. Quel fischio che il protagonista, Lui (Daniele Parisi), sente appena sveglio la mattina è il rumore provocato dagli altri o quello che deriva dal suo sentirsi superiore agli altri? È la sua volontà di non cedere ai compromessi o la (troppa) semplicità con cui gli altri vivono la propria vita? In un bianco e nero dai toni onirici, con uno schermo che dai 16:9 tende ad allargarsi e ad aprirsi, il volto di Parisi svela la sua essenza in un viaggio tra le strade di Roma e sembra uscito da una slapstick comedy del cinema muto, dove le bastonate cedono il posto a sguardi scettici e battute velatamente pungenti.

    Basandosi su una buona sceneggiatura, Aronadio crea perfettamente quel contrasto su cui si gioca tutta la pellicola (l’io e gli altri) senza peccare di presunzione, ma confezionando una piccola quanto interessante riflessione sulla società moderna. Quella società fatta di selfie, di amici che compaiono dal nulla per chiederti i favori più disparati, di medici spocchiosi, di diagnosi cercate su Google, di preti che non hanno peli sulla lingua, di direttori di giornali d’opinione che cedono alle tentazioni dell’intrattenimento di massa. Per farlo il regista si serve di volti noti come quelli di Rocco Papaleo, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Massimo Wertmüller, Andrea Purgatori e di Alberto Abruzzese, in un silenzioso cameo esplicativo quanto la sua presenza nel film.

    Lui capisce che la semplicità, a discapito di quanto si possa immaginare, è difficile da mettere in pratica: costruzioni mentali, schemi, maschere sono il pane quotidiano che offriamo a chi ci sta di fronte, ma che in realtà fagocitano il nostro essere. Orecchie, con le sue scene bizzarre, le sue capatine nel surreale, vuole esattamente sottolineare quanto sia importante vivere con leggerezza, abbandonando quella pesante croce che noi stessi ci mettiamo sulle spalle, senza, però, cadere nelle trappole della futilità, del vuoto, e accogliendo ciò che ci viene messo davanti con un sorriso consapevole e non gratuito. “Alleggeritevi, ma con prudenza“, sembrano suggerirci Aronadio e i suoi personaggi.
    Un racconto semplice che, però, tende ad acuire la sua semplicità nel lungo monologo del protagonista verso il finale: un piccolo cedimento della regia e della sceneggiatura, che tende a spiegare un po’ troppo quanto già ampiamente percepito da chi osserva questo viaggio onirico e illuminante.

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    I Peggiori: mercenari della giustizia “fai da te”

    Al suo debutto alla regia, Vincenzo Alfieri racconta la storia di due eroi urbani, intenzionati a portare giustizia in quei settori del quotidiano in cui la giustizia è un optional. I Peggiori, interpretato dallo stesso Alfieri con Lino Guanciale, arriva nelle sale il 18 maggio.

    Se a Roma, due anni fa, c’era l’Enzo Ceccotti di Gabriele Mainetti, nella Napoli del 2017 ci sono i fratelli Miele di Vincenzo Alfieri. Al suo debutto sul grande schermo come regista con I Peggiori, Alfieri prosegue sulla strada spianata dal regista di Lo chiamavano Jeeg Robot, quella dell’action e del cinecomics made in Italy. Massimo (Lino Guanciale) e Fabrizio (Vincenzo Alfieri) sono due fratelli squattrinati e senza prospettive che si barcamenano alla meglio per garantire un futuro alla sorella minore, Chiara. Figli di un’imprenditrice truffaldina, tra affitto da pagare e precarietà lavorativa, i due fratelli si inventano un’insolita attività: armati di maschere e smartphone, smaschereranno l’identità dei tanti “furbetti” che popolano la città, dando vita alla coppia dei Demolitori. E come ogni eroe che si rispetti, anche qui il nemico è temibile: Eva Perrot aspira a diventare una figura di spicco nel settore edile e farà di tutto per fermarli.

    Scontato, soprattutto durante la visione, il parallelismo con il film di Gabriele Mainetti, ma immediatamente ci rendiamo conto che quella che abbiamo davanti è una pellicola con una sua precisa identità, non solo grazie alle differenze tra i fatti narrati, ma anche grazie al modo in cui Alfieri decide di raccontarli. Certo, segue quel canone ben preciso che il genere richiede, ma riesce tutto sommato egregiamente a trovare una sua strada. Massimo e Fabrizio non hanno nessun tipo di superpotere, sono persone comuni, che vivono ai bordi di una società che non li accetta e li addita come figli di un’imbrogliona: il classico “le colpe dei padri ricadono sui figli”. Moderni mercenari, ossimori viventi, i due fratelli vogliono portare giustizia in maniera non proprio lecita lì dove giustizia manca, facendosi, ovviamente, pagare. Sfruttando questo sentore comune e prendendolo anche sottilmente in giro, Alfieri fa in modo che i suoi due protagonisti diventino uno specchio grottesco nel quale riflettere il modo di pensare di molti italiani.

    Per Massimo e Fabrizio tutto questo non sarebbe possibile senza l’intervento della stessa Chiara: tredicenne apatica e arrabbiata, costretta a sopportare i caratteri molto diversi dei fratelli maggiori, sarà l’esperta informatica che aiuterà i Demolitori a portare a segno i loro colpi. Ad Alfieri va riconosciuto il merito di aver scelto, per questo ruolo, una splendida giovane attrice, Sara Tancredi, che riesce a risollevare le sorti della pellicola quando gli inevitabili – per un’opera prima – momenti di incertezza fanno capolino. Nelle scene in cui sono da soli, Guanciale e Alfieri funzionano benissimo, insieme, invece, non riescono completamente a far sentire quell’alchimia che in un film come questo è necessaria, tanto che gli equilibri sono più a favore del primo che del secondo. E sono poi le interpretazioni di Antonella Attili (perfetta villain della storia) e Biagio Izzo a conferire ulteriori sfumature al risultato finale.

    Napoli con i suoi vicoli, le sue terrazze, i suoi cantieri e il suo riconoscibile e bellissimo profilo ne esce a testa alta: le dinamiche di una città che fin troppo facilmente finiscono per diventare stereotipo, sono qui espresse senza troppa malizia, ma con l’occhio di chi racconta il particolare per riferirsi a qualcosa di più grande. I Peggiori porta una bella boccata d’aria fresca nel nostro cinema: una commedia intelligente, dinamica, accompagnata da una colonna sonora da applausi e che fa i conti con le storture del nostro paese, ridendoci e, perché no, riflettendoci sopra. Una bellissima sorpresa travestita da fumetto.

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    Tutto quello che vuoi: nonno, nipote, poesia e memoria

    Un’amicizia improbabile, un tesoro nascosto, una memoria che vacilla e la poesia che la fa rivivere. Francesco Bruni dirige Giuliano Montaldo e Andrea Carpenzano in Tutto quello che vuoi, al cinema dall’11 maggio.

    Al suo terzo film da regista, Francesco Bruni sceglie ancora una volta un racconto di crescita e cambiamento, ma con una netta differenza rispetto alle sue opere precedenti. Alessandro (Andrea Carpenzano) è un ventiduenne trasteverino che trascorre le sue giornate senza avere uno scopo preciso: turbolento e senza regole, accetta malvolentieri un lavoro come accompagnatore dell’ottantacinquenne Giorgio (Giuliano Montaldo), poeta dimenticato. L’uomo è affetto da Alzheimer e ben presto, durante le lunghe passeggiate al parco, inizia ad affiorare nella sua mente un ricordo lontano, che prelude ad una vera caccia al tesoro tra i boschi della Toscana. I due affronteranno questa avventura insieme e il legame che si formerà tra di loro sarà l’occasione per Alessandro di rivedere la sua vita.

    Lontano dagli scontri generazionali di Scialla! e dalle nevrosi di Noi 4, Tutto quello che vuoi è, finora, l’opera più affascinante di Bruni. La storia semplice riesce a farsi notare e ricordare facilmente e tutto questo grazie alla delicatezza con cui il regista si fa largo nelle intricate trame dei rapporti interpersonali mostrati nella pellicola. In punta di piedi, senza avere chissà quali enormi pretese, Bruni riflette anche sull’importanza della memoria e su come due generazioni lontane tra loro (una che conosce il significato del baciamano ad una donna e l’altra che lo reputa una fesseria) riescano a trovare terreno fertile per mettere in piedi qualcosa di potente.
    Così Alessandro è il rappresentante di quella parte di gioventù contemporanea a cui manca la giusta motivazione per iniziare a pensare cosa fare della sua vita. Giorgio, invece, è il peso del passato, la memoria da tramandare, il racconto di una brutale e mortale avventura che in molti non riescono a capire, perché troppo lontana: la guerra. Quella giusta e inconsapevole dose di motivazione di cui Alessandro ha bisogno.

    L’incontro tra i due fa scattare una serie di molle nella testa malandata di Giorgio e proprio qui si nota la bravura di Bruni. La sua regia e la sua sceneggiatura, riescono a schivare magistralmente le trappole di un artificioso sentimentalismo, tanto da concepire la malattia come qualcosa di cui si può ridere, come qualcosa di buffo, come una parentesi divertente nello sconsolato buio che questa inevitabilmente porta con sé. E il merito sta anche nella perfetta alchimia che i suoi due protagonisti, Giuliano Montaldo (che qui torna nelle vesti di attore dopo molto tempo) e il giovane Andrea Carpenzano, riescono a creare in scena.

    Tutto quello che vuoi non è solo un film sulla memoria e su come questa sia labile – vuoi per la malattia, vuoi per il poco interesse nei suoi confronti – o sui rapporti umani, ma è anche un film sulla poesia. Con atmosfere che ricordano un po’ l’Ozpetek di La finestra di fronte, Bruni mette su un intreccio che si ciba di poesia e non solo tramite l’espediente del poeta dimenticato, ma grazie alla potenza delle parole. Saranno proprio quelle scritte sui muri dello studio di Giorgio a spingere Alessandro all’azione, a scuoterlo nel profondo per partire alla ricerca di un “tesoro” dimenticato sui monti. Quel tesoro che rimetterà tutto in gioco. La poesia come arma potente, capace di congelare l’orrore della guerra e di sublimarlo per le generazioni future.

    E infine c’è Roma. Come fatto nelle opere precedenti, anche qui Bruni le rende omaggio: Monteverde e Trastevere non sono semplici contesti urbani, ma sono così radicati nella storia (e la storia è così radicata in loro) che finiscono col diventare veri personaggi.
    Semplice, poetico, delicato: Tutto quello che vuoi è un’esperienza da non perdere al cinema, che sottolinea magistralmente quanto sia importante, oggi, avere memoria di ciò che c’era (ed eravamo) ieri.

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    King Arthur – Il potere della Spada: Questa è Camelot!

    Dopo aver dato nuova freschezza a Sherlock Holmes, Guy Ritchie si confronta con una delle leggende più affascinanti dell’Europa. King Arthur – Il potere della Spada ha tutte le caratteristiche del suo cinema, e si configura come un cinecomics fantasy a metà tra 300 e Il Signore degli Anelli. In sala dal 10 maggio.

    Cosa succede se si affida una delle leggende più affascinanti della cultura occidentale ad un eccentrico regista per farne un film? Esattamente quello che da oggi potrete vedere nelle nostre sale cinematografiche. A metà strada tra 300 e Il Signore degli Anelli (soprattutto Il Ritorno del Re), King Arthur – Il potere della Spada non può che non essere un film firmato da Guy Ritchie, grazie al dinamismo delle sue scene e al racconto frenetico della storia.
    Artù (Charlie Hunnam) cresce in un bordello di Londinium dopo essere scampato alla tragedia che ha ucciso il padre Uther Pendragon (Eric Bana). Inconsapevole delle sue origini e del suo destino, il giovane si ritrova ad estrarre da una roccia la spada destinata al legittimo re, ma il potere di Excalibur è troppo forte per lui, così, mentre cerca di domarlo, deve fare i conti con il terribile re Vortigern (Jude Law).

    In linea generale, la storia segue quella narrata dalla leggenda, ma, si sa, le leggende si adeguano sempre ai tempi in cui vengono narrate e qui è proprio Ritchie che si prende il compito di apportare qualche modifica. Artù va di pari passo con la magia e Merlino, ma mentre il mago apparirà solo in pochi fotogrammi, la magia la fa da padrona incontrastata, arrivando ad essere un tutt’uno con l’ambiente narrato sullo schermo. E Ginevra e Lancillotto? Nemmeno loro trovano spazio in questa vicenda: magari in un probabile sequel, ma al momento qui ci si concentra solo su Artù e sulle sue origini. Per ora il protagonista di Ritchie è un abilissimo furfante, apparentemente pieno di sé, cresciuto nel nulla e che cerca, senza troppe pretese, di farsi strada tra gli affollati vicoli di Londinium. Nonostante il castello di Camelot o le bellissime vallate, la regia ambienta la maggior parte della storia in un contesto dinamico come la Londra di quei tempi: scelta vincente e funzionale al dinamismo delle scene.

    Quella di King Arthur – Il potere della Spada è la storia di un uomo che, quando il destino gli viene incontro, non sa cosa farsene della grandezza che gli viene offerta: la teme, cerca di scansarla, si oppone ad essa. Ma qui le cose devono andare esattamente come sono state previste e per farlo Ritchie ricorre ad un’estetica da cinecomics davvero impeccabile e ad un ambientazione fantasy che fa piacere vedere. Tra mostri marini e serpenti giganti, King Arthur – Il potere della Spada si muove al grido di “Questa è Camelot!” e “Una Spada per domarli tutti”, riuscendo ad occupare un posto interessante tra i film di Snyder e Jackson, senza, però, rinunciare a quelle caratteristiche tipiche del cinema di Guy Ritchie: l’adrenalina delle scene, il montaggio veloce, la sottile ironia delle sue battute, le inquadrature fuori dagli schemi (vedi la scena in cui Artù e i suoi fedeli si danno alla fuga nelle strade di Londinium o quella dello scontro finale con Vortigern). Insomma, quel bel Guy Ritchie di Sherlock Holmes e, soprattutto, di The Snatch.

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    Gold – La grande truffa: ambizioni e fallimenti di un sognatore

    Le ambizioni e i sogni di un uomo contro l’affascinate quanto crudele sogno americano. Gold – La grande truffa è la pellicola di Stephen Gaghan che vede Matthew McConaughey protagonista indiscusso. Nelle nostre sale dal 4 maggio.

    Era da un paio di anni che quel mattatore di Matthew McConaughey non si mostrava in tutto il suo splendore, ma con Gold – La grande truffa, in sala dal 4 maggio, ridà lustro alle sue interpretazioni. Diretto da Stephen Gaghan, l’attore Premio Oscar porta in sala un film sul sogno americano, che tutto ti dà e tutto ti toglie, nel giro di pochi secondo. Lo sa bene il suo personaggio, Kenny Wells: a capo di una impresa mineraria in bancarotta e costretto ad improvvisare il suo ufficio nel bar dove lavora la sua fidanzata (Bryce Dallas Howard), Kenny prova di tutto per risollevare le sue sorti. Così, con l’aiuto del geologo Michael Acosta (Èdgar Ramírez), si mette alla ricerca di una miniera d’oro in Indonesia.

    Ispirato allo scandalo Bre-X Minerals degli anni Novanta in Canada, Gold – La grande truffa vuole essere il racconto delle ambizioni e dei sogni di un perdente. Il Wells di McConaughey è la quintessenza dello spirito imprenditoriale americano: con la piena fiducia nelle sue capacità, con un’autostima alle stelle, Kenny non si dà mai per vinto, soprattutto nel momento di crisi che sta vivendo, ed è disposto a qualsiasi cosa pur di mostrare agli altri quanto vale. Ma è proprio in questa sua estenuante costruzione di una credibilità che il passo falso è facile, come un palazzo dalle fondamenta debolissime: splendido e imponente, crolla quando un soffio di vento gli si scaglia contro.
    Quel sogno americano tanto ricercato arriva, ma così come offre a Kenny tante possibilità, allo stesso modo gliele toglie nel giro di poco tempo: prima circondato da chi voleva salire con lui sul carro del vincitore, dopo abbandonato ai lati della strada ferito e senza alcuna via di scampo. Feroce la critica che Gaghan e i suoi sceneggiatori, Patrick Massett e John Zinman, fanno del mondo degli affari, tanto da indagare in profondità nel marciume di questo ambiente e da mostrarci cosa resta di un uomo, dei suoi sogni e delle sue ambizioni.

    Quello che però è, senza ombra di dubbio, il punto di forza di questo film – e cioè la splendida interpretazione, con tanto di ennesima trasformazione fisica di McConaughey – ben presto si trasforma in un’arma a doppio taglio per Gaghan. Il regista, infatti, non sembra essere in grado di tenere testa all’attore, tanto che McConaughey prende il sopravvento, mettendo in ombra tutto il resto. Complice anche la decisione di non dare particolare spessore agli altri personaggi (su quelli di Ramírez e della Howard ci si poteva creare tanto, visto che gli attori che li interpretano sono in grado di farlo), Gold – La grande truffa si perde in momenti altalenanti e, nonostante risulti essere una pellicola piacevole, non riesce a farsi notare per ulteriori aspetti, se non per questa indagine su come la natura umana riesca a trasformarsi davanti ad una presunta opulenza.

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    Tanna: l’amore alle pendici del vulcano

    Nominato a Miglior Film Straniero agli Oscar e vincitore del Premio del Pubblico e di quello alla Miglior Fotografia alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2015, Tanna approda nei nostri cinema il prossimo 4 maggio. In una remota isola del Pacifico, l’amore proibito tra due membri di una tribù indigena.

    Sin dai suoi esordi, il cinema ha voluto raccontare realtà lontane: con le loro macchine, gli operatori delle industrie Lumière hanno raggiunto i luoghi più remoti della terra per riportare modi di vita lontani da quelli europei, mentre Robert Flaherty, nel 1922, si è spinto fino all’Artico per raccontare la storia di Nanuk l’esquimese. Non mancano, però, esempi in cui fiction e documentario si sono uniti tra loro come in Tabù, ultimo film di Friedrich Wilhelm Murnau e al quale contribuì lo stesso Flaherty. A quasi novant’anni di distanza, quel connubio tra realtà e fantasia rivive in Tanna, primo lungometraggio di finzione della coppia di documentaristi Bentley Dean e Martin Butler, in sala dal 4 maggio.

    Girato sull’isola omonima, nell’arcipelago delle Vanuatu, Tanna racconta la storia di un amore proibito, quello tra una giovane ragazza, Wawa, e Dain, il nipote del capo della sua tribù di appartenenza. Quando il suo popolo decide di stipulare un accordo di pace con un popolo vicino, la ragazza viene promessa sposa ad un membro della tribù rivale. Wawa e Dain decidono di contravvenire alle regole del Kastom, la tradizionale cosmologia delle Vanuatu, e di trovare un possibile rifugio alle pendici del Monte Yahul, il vulcano-divinità che fa sentire tutta la sua mistica presenza.
    Candidato al Premio Oscar come Miglior Film Straniero, senza l’occhio da esperti documentaristi dei suoi due registi, Tanna non avrebbe quel carico di meraviglia che invece porta con sè. Dean e Butler riescono a declinare una storia semplice, molto comune – e non è un caso che Wawa e Dain siano stati ribattezzati i Romeo e Giulietta del Pacifico – in un’opera che riesce a catturare il suo pubblico, travolgendolo in un crescendo di emozioni. Pur basandosi su una storia realmente accaduta, il fascino di Tanna sta nell’aver utilizzato quei luoghi e quei contesti così remoti per raccontare l’amore e i drammi che si porta dietro.

    Ma oltre all’amore, in Tanna c’è di più. Nelle varie scene si respira un profondo sentimento panico, quella fusione tra elemento naturale ed elemento umano che sfocia quasi in misticismo. Ne sono esempio le scene ambientate sul vulcano Yahul: presenza inquieta ed inquietante, circondato dal nulla, quando erutta ci sentiamo come la piccola Selin, sorella di Wawa, che con i suoi occhioni contempla in silenzio il meraviglioso e potente spettacolo che ha davanti. Proprio con gli occhi della bambina osserviamo la natura nella sua immensa crudeltà e nella sua immensa bellezza, dimenticandoci di come scorrano, fuori dalla sala, le nostre comode vite da occidentali.

    Con una struttura molto simile alla tragedia greca classica (con tanto di coro e divinità “assetata” di sacrificio), anche in Tanna c’è una lezione di fondo, ma Dean e Butler evitano accuratamente di ricorrere a qualsiasi impianto didascalico per presentarla al loro pubblico. Affidando a Selin il ruolo di guida, i due registi ci restituiscono uno sguardo innocente, ma potente, ci sfidano a spogliarci delle nostre convinzioni, dei nostri pregiudizi e a vivere, per quei 104 minuti, in un contesto che si trova ai nostri antipodi. Per scoprire, poi, le meraviglie di un racconto che, sì, parla un’altra lingua, ma che, alla fine, non è così tanto lontano dal nostro essere.

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