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    Still Alice: L’arte di perdersi

    Richard Glatzer e Wash Westmoreland danno forma ad una sceneggiatura tratta dall’ omonimo romanzo di Lisa Genova. Con una  Julianne Moore da Oscar. In sala dal 22 gennaio.

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    Sono molti i registi e gli sceneggiatori che nel corso degli anni hanno affrontato una tematica così delicata come l’Alzheimer. Oggi torna a parlarne la coppia composta da  Richard Glatzer e Wash Westmoreland in Still Alice, che oltre alla regia hanno dato forma ad una sceneggiatura pulita e lineare, tratta dall’omonimo romanzo di Lisa Genova.
    Una storia costruita intorno al personaggio principale, Alice, e alla sua famiglia. Un dramma lucido e privo di tirate retoriche, che deve gran parte della sua riuscita alla protagonista, una Julianne Moore, che regala ai posteri un’altra interpretazione sorprendente e carica di emozioni, quella che con ogni probabilità la porterà a conquistare il suo primo Oscar come Migliore Attrice, dopo esserci andata così vicino in passato con Lontano dal Paradiso, The Hours, Fine di una storia e Boogie Nights.
    La sua Alice, affetta da una forma precoce di Alzheimer (a soli 50 anni), è forte, intelligente ed estremamente vera.
    Forte di un copione solido, l’attrice statunitense riesce a trascinare il suo pubblico coinvolgendolo totalmente fin dai primi minuti del film e creando una sorta di intimità con lo spettatore, che vive in prima persona i primi sintomi dell’Alzheimer e che spererà fino alla fine in una sua guarigione.
    Sostenuta da un cast all star, tra cui Alec Baldwin (con cui torna a recitare dopo la serie 30 Rock) e Kristen Stewart, la Moore si cala perfettamente nel personaggio, riuscendo a raccontarne i drammi, l’incapacità di reagire e “l’arte di perdersi”: la sua interpretazione regala brividi e vuoti allo stomaco.
    Merito dei registi (oltre alla scelta del cast) quello di  trasmettere, al di là del grande schermo, lo stesso senso di perdita di Alice… lo stesso vuoto. Qualcosa sembra essere andato via per sempre insieme a questa storia.
    Still Alice non è un film dalla lacrima facile, o meglio, non è questo il suo scopo. Il messaggio è molto chiaro ed è ribadito dalla stessa protagonista durante un incontro sull’ Alzheimer: l’impossibilità di “agire” e di “ricordare” porta per forza di cose ad imparare l’arte di lasciare andare, di rassegnarsi a perdere pezzi importanti della propria vita.  Continuare a lottare è l’unica arma per sopravvivere.

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    Scrivimi ancora: Le scelte di Rosie

    Acclamato da una folla impazzita di adolescenti alla IX Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, il film di Christian Ditter, Scrivimi ancora, diverte ed addolcisce. In sala dal 30 ottobre.

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    Si dice che in amore non esistano regole e che sia spesso il destino a stabilire gli eventi. A volte però, giuste o sbagliate che siano, sono le scelte a fare la differenza, creando dei mutamenti, delle inversioni di rotta alla storia della nostra vita: parte da qui, o sarebbe meglio dire “arriva” nel finale, il nuovo film del regista tedesco Christian Ditter.
    Scrivimi ancora può essere definita una commedia romantica in piena regola, in cui i destini di due individui si intrecciano inesorabilmente. A fare la differenza da un vastissimo numero di pellicole a tinte rosa è la sceneggiatura, brillante nei dialoghi e stravagante negli accadimenti; nulla è dato per scontato, anche se il finale si può immaginare dai primi minuti.
    I due personaggi principali sono costruiti da cima a fondo, merito forse anche del romanzo di Cecilia Ahern, Scrivimi ancora appunto, da cui è tratto il film. Le tematiche inoltre non sono da meno: il film del giovane (classe 1977) cineasta tedesco introduce argomenti cari all’adolescenza, ma anche al mondo degli adulti. Alcuni fatti vengono presentati in maniera bizzarra dando alla pellicola, almeno nella prima parte, un tono più spensierato e divertente. Uno dei nei potrebbe essere forse l’addensamento di continui imprevisti e capovolgimenti, che alla fine dei conti potrebbero un po’ stancare.
    Come aveva fatto qualche anno fa Lone Scherfig in One Day (anche questo tratto dall’omonimo best seller), Ditter ci racconta una storia di amicizia protratta per numerosi anni; i due protagonisti si rincorrono senza mai trovarsi… o quasi. Nessuna lacrima però, gli spettatori posso stare tranquilli: i toni sono molto leggeri e i dialoghi regalano più di una bella risata.
    Nessuna nota d’autore? La voglia di provarci c’è, ma gli sforzi sono piuttosto vani e il regista non si allontana di certo da un film di genere ben delineato.
    Passando ai protagonisti, non si poteva chiedere di meglio: ad interpretare rispettivamente Rosie e Alex, ci pensano i due promettenti attori Lily Collins (Biancaneve) e Sam Claflin (Hunger Games: La ragazza di fuoco). Insieme funzionano alla perfezione, l’alchimia si sente ed arriva dritta agli spettatori.
    Nel complesso è un film godibile e perfettamente in linea con chi cerca da tempo una commedia romantica dal sapore inglese. A chi si stia chiedendo se il film riesca nel suo complesso a lasciare o meno un messaggio, di certo va detto che bisogna sempre credere nei propri sogni ed avere il coraggio di fare delle scelte… qualsiasi siano gli effetti.

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    Lily Collins e Sam Claflin stregano il red carpet.

    I due protagonisti di Scrivimi ancora, insieme al regista Christian Ditter, oggi a Roma per presentare il film e… far impazzire i fan!

    L’Auditorium ed il red carpet della IX Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma si riempiono di ragazze e ragazzi, in piedi dalle prime luci dell’alba: il merito è di Lily Collins e Sam Claflin, protagonisti di Love, Rosie, commedia romantica (ma non solo ndr.), diretta dal regista tedesco Christian Ditter (Lezioni d’amore). Insieme si sono raccontati e aperti alla conferenza stampa ufficiale del film, che ha già raggiunto il Sold Out per la Premiere di questa sera.
    Christian Ditter, con una forte passione per la commedie alla Notting Hill ed abituato a girare per un pubblico di soli adolescenti, ci ha raccontato che aveva voglia di fare un film che fosse anche per gli adulti: “Ho letto questa storia ed ho pensato che tutti ci si potevano ritrovare”.
    L’alchimia tra i due protagonisti arriva dritta al cuore; entrambi ci hanno confidato che il merito è stato del regista e di un incontro organizzato in un Hotel, ancor prima di leggere la sceneggiatura: “ci siamo sentiti vicini, – racconta Lily Collins – ci siamo raccontati cose che sapevamo solo noi. Siamo riusciti a superare i confini. Questa è una cosa molto rara. Sapevamo entrambi di avere una base, un passato nostro”.
    Lo stesso Sam Clafin racconta: “abbiamo fatto colazione e abbiamo trascorso molto tempo insieme prima delle riprese del film. Il nostro senso dell’umorismo era molto simile. Ci siamo conosciuti. Il film lo abbiamo trascorso uno a fianco dell’altro. C’eravamo sempre. Si è creata quella situazione che noi definiamo N.A.R.: Not Actor Required”.
    Love, Rosie è tratto da Scrivimi ancora (il film sarà appunto distribuito in Italia con questo titolo), best seller di Cecilia Ahern, che ha partecipato attivamente alla lavorazione del film. Lily Collins, che si è ritrovata molto nel personaggio di Rosie, ci ha spiegato: “Io non ho letto il libro prima delle riprese. A volte può essere una limitazione, quando hai un film di due ore tratto da un libro. Avere Cecilia sul set e ricevere la sua approvazione è stato più importante che far riferimento al libro. Mi sono identificata subito nel mio personaggio, c’erano tanti “rosismi” che mi appartenevano. Era come vivere quello che leggevo nella sceneggiatura”. Stessa identificazione anche per Sam Claflin: “Io non mi sentivo come Alex, ero Alex. Le sue caratteristiche sono le mie”.
    Love, Rosie racconta una storia in cui le scelte fanno davvero la differenza, ma non cambiano un destino forse già scritto. “Tutto accade per un motivo – precisa la Collins – se la decisione la prendiamo per noi stessi, allora è giusta. Sono decisioni che vanno prese in un certo momento, anche se le cose non vanno come volevamo. Il modo in cui si affrontano le cose è importante. Si dice appunto che l’importante non è la destinazione, ma il viaggio”.
    Della stessa opinione anche Claflin, che sembra in perfetta sintonia con la sua co-protagonsita: “per me il film tratta non delle scelte giuste o sbagliate. Ciò che conta è la tempistica. Io non ho nessun rimpianto. E’ questo il mio motto. Di errori ne ho fatti, ma bisogna andare oltre”.
    Non spetta che al pubblico di Roma (la gran giuria) l’ultimo commento!

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    Takashi Miike racconta il suo “gioco”

    Sono entusiasti e sorridenti e accennano un breve saluto in italiano: “Buongiorno a tutti!”.
    Sono Sôta Fukushi e Hirona Yamazaki, i protagonisti di As The Gods Will, il nuovo film del maestro giapponese Takashi Miike.
    Li abbiamo incontrati, insieme al regista e al produttore del film, in occasione della IX Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.
    La pellicola, basata su un noto manga giapponese, è stata presentata nella sezione Gala della kermesse romana, regalando momenti di brio e applausi in sala durante l’anteprima stampa.
    “Il manga è la storia originale – ha spiegato Miike – in passato molti registi hanno ricevuto stimoli dai manga… Anni fa accadeva addirittura il contrario. L’importante è avvicinarsi alla realtà quotidiana (…). Gli elementi presi non sono tutti classici del manga. Alla fine ad esempio ci sono le matrioske: forza fisica, intelligenza e creatività… queste sono gestite da qualcosa da cui non possiamo scappare, la fortuna, il caso”.
    I due giovanissimi attori, per la prima volta in Europa, ci hanno raccontato i loro personaggi ed il modo in cui hanno visto ed interpretato la storia.
    Sôta Fukushi si specchia con Shun Takahata (il suo protagonista) e ci piega: “Si parla di uno studente qualunque, non ha nulla di particolare. Nell’originale cartaceo è un ragazzo che immagina di tagliarsi il dito con una bicicletta. Gli imput per la recitazione sono venuti dal manga e nel corso delle riprese”.
    Hirona Yamazaki si sofferma, invece, sulla metamorfosi della sua protagonista e del rapporto che ha nella storia con Sôta Fukushi: “Sono amici di infanzia, sono cresciuti insieme. C’è una metamorfosi nella loro relazione. Mi sono ispirata a questo particolare cambiamento”.
    Alla domanda se avesse mai pensato di realizzare un film ad Hollywood, Miike ci spiega che in realtà l’idea era quella di girare con una produzione statunitense, rimanendo però in territorio nipponico: “Quest’anno c’è stato un incontro con Tom Hardy, con lui si è parlato di fare un film.
    Si pensava ad un film giapponese, con attori giapponesi, ma con una produzione americana. Purtroppo tutto si è bloccato a pochi giorni dall’inizio delle riprese. I punti che voglio sviluppare nella mia cinematografia vanno, comunque, al di là della nazione in cui viene girato. Anche ad Hollywood non cambierebbero”.
    Con la speranza di vedere presto la pellicola nella sale del nostro Paese (nessuna distribuzione italiana si è per ora fatta avanti), si aspetta la reazione del pubblico giapponese… Che siamo certi, non deluderà.

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    Her: Anche questo è amore…

    Spike Jonze torna dietro la macchina da presa con una stravolgente e stravagante storia d’amore. Altra prova suprema per Phoenix.

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    In un futuro non molto lontano, un uomo, Theodore, appena uscito da una lunga e dolorosa relazione sentimentale, s’innamora del suo sistema operativo, Samantha, un avanzatissimo Siri – per intenderci – in grado di evolvere giorno dopo giorno, grazie agli input e allo scambio di idee e informazioni con il suo “proprietario”.
    Del tutto impossibile?
    La realtà raccontata da Spike Jonze nella sua ultima incredibile pellicola, Her, incute timore e sconvolge le coscienze. Questo non tanto perché un uomo s’innamora di una macchina (la famigerata A.I., intelligenza artificiale), ma perché tratta di una realtà così incredibilmente vicina (prossima?), da far tremare sulla poltrona.
    Intenso e profondo Jonze scava nel cuore del suo protagonista, un Joaquin Phoenix in grandissima forma, portandone alla luce le debolezze, i punti di forza, i sogni e i dubbi ancora irrisolti.
    Ad entrare nella sua coscienza una voce, una donna, che riesce a regalargli la più intensa storia d’amore della sua vita.
    Jonze – che ha curato personalmente anche la sceneggiatura – avvolge il suo protagonista in una realtà confortevole, colorata, una dimensione futura nella quale vivere diventa facile e affascinante.
    Protagonista assoluto il sopracitato Phoenix, che non lascia nulla al caso, curando sotto ogni punto di vista un’interpretazione da Oscar: solo in scena per la maggior parte del tempo, l’attore di “Quando l’amore brucia l’anima” riesce a reggere i 120 minuti di film senza cedere mai, senza mai risultare pesante, noioso, ripetitivo. Il suo Theodore è più che mai vero.
    Pur non apparendo mai, Scarlett Johansson regala alla storia una componente fondamentale: la sua voce è sensuale, divertente, piena di vita. La sua presenza è costante, si sente e si percepisce.
    Jonze tocca nel profondo, emoziona e svuota gli animi: “Her” è assolutamente e a pieno titolo una storia d’amore vera e propria.
    Non mancano la gelosia, il sesso, la comprensione, le confidenze, le risate improvvise.
    Theodore non può far a meno di Samantha. E’ con lui quando si addormenta ed è con lui la mattina appena apre gli occhi.
    Anche se gli spunti di riflessione possono essere numerosi, a noi non resta che viverci questo intenso incontro di anime.

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    12 anni schiavo: Il colore della prigionia

    Il regista di “Hunger” e “Shame” regala al grande pubblico un’altra toccante pellicola. Le immagini sono fluide ed eleganti, gli attori straordinariamente bravi. In odore di Oscar.

    4stelle

    Steve McQueen torna dietro la macchina da presa con la sua pellicola numero tre, 12 anni schiavo, ancora una volta facendo leva sulla sua innata bravura di narratore attento, di meticoloso osservatore: il regista di Hunger scruta, racconta con un fare quasi antropologico, regalando – come ormai da ‘copione’ – immagini eleganti, ma al tempo stesso semplici.
    Nella sua nuova pellicola McQueen non racconta di certo nulla di nuovo, la schiavitù statunitense è stata riportata – fortunatamente – negli anni in tutte le salse, dalla carta stampata alla cellulosa: romanzi, serie-tv (Radici), pellicole cinematografiche.
    Ma ancora una volta lo sguardo del cineasta inglese stupisce, riuscendo ad andare oltre, catturando l’attenzione su una tematica mai fuori moda.
    L’arma vincente di 12 anni schiavo è la sua storia, il suo particolare punto di vista. Tratto dal libro autobiografico del suo protagonista, Solomon Northup, la pellicola ci mostra la netta differenza che intercorre tra la schiavitù vissuta da un uomo nato libero e quella vissuta da chi in un regime di schiavitù ci è nato.
    La storia è proprio questa: Solomon Northup era un uomo nato libero (nello stato di New York), un padre di famiglia, un musicista, una persona rispettata da tutta la comunità. Nella libertà era cresciuto, aveva studiato e messo su famiglia. Ma tutto ciò non era bastato. Il pericolo era insito nel colore della sua pelle. Dopo essere stato ingannato e drogato da due uomini, è incarcerato e ridotto in schiavitù, inviato nelle lontanissime piantagioni di cotone della Louisiana, da cui nessuno faceva più ritorno.
    Le immagini sono forti, il regista inglese costringe lo spettatore a fermarsi, a posare lo sguardo sul disumano: non si può scappare, è impossibile dimenticare. Ancora una volta McQueen non racconta soltanto una storia, la analizza, smuove gli animi e le coscienze.

    Dalla scena della tentata impiccagione (mentre sullo sfondo i bambini giocano al sole e gli uomini continuano la loro routine quotidiana), a quella di un uomo che è costretto a frustare la sua migliore amica: 12 anni schiavo non concede sconti.
    McQueen racconta la prigionia (già affrontata, ma sotto un punto di vista diverso, nelle sue due precedenti pellicole) regalando alle immagini morbidezza e appoggiando – ancora una volta –  l’intero film sulle spalle del suo protagonista.
    La straordinaria scenografia naturale fa da sfondo a degli attori ‘mostruosamente’ bravi: Chiwetel Ejiofor (tra i favoriti ai prossimi Oscar come Miglior Attore Protagonista) porta avanti la pellicola sulla propria ‘pelle’, dando a Solomon Northup un corpo nel quale reincarnarsi.
    A fargli compagnia l’immancabile Michael Fassbender (ormai attore feticcio di McQueen), nel ruolo del crudele e pazzo proprietario terriero, e l’esordiente Lupita Nyong’O. La sua Patsey è dolce e al tempo stesso forte, è più che mai vera.
    Cammeo per Brad Pitt, che dopo aver prodotto la pellicola, ha deciso di dare il volto al protagonista che in qualche modo cambierà tutta la storia. E’ uno dei pochi bianchi a cui McQueen regala una coscienza.  Non sarà certo facile allontanare dalla mente lo sguardo straziante di Chiwetel Ejiofor.

     

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    Dallas Buyers Club: Gli uomini possono fare la differenza

    Dallas Buyers Club e’ una pellicola densa e immensa. La coppia McConaughey-Leto sorprende con due interpretazioni da Oscar. Lode. 

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    Quando un attore riesce ad entrare nel suo personaggio con la mente, con il cuore e con il corpo, allora – solo allora – possiamo dire di avere di fronte un’interpretazione rasente la perfezione, una performance che sicuramente lascerà il segno.
    Guardando Matthew McConaughey in Dallas Buyers Club non si hanno di certo dubbi: l’affascinante attore texano stupisce il pubblico, regalando un’interpretazione immensa.
    Il suo nome è la prima cosa che viene in mente, la prima cosa di cui parlare, da raccontare e commentare. I preamboli e le premesse, anche se dovute, sono inutili: il lavoro compiuto da McConaughey è viscerale, attento, introspettivo. Non parliamo soltanto del forzato dimagrimento al quale si è dovuto sottoporre, ma soprattutto della sua espressione, dei suoi movimenti, di quella strana ‘luce nei suoi occhi’.
    Ma andiamo per ordine. Per comprendere in pieno la sua interpretazione ed il film nel suo complesso, è necessario fare un passo indietro, tornare alla storia e al regista.
    “Dallas Buyers Club” racconta le vicende reali di Ron, un texano omofobo, elettricista e con una grande passione per i rodei, che nel 1985 – a 35 anni – scopre di essere sieropositivo. Ron capisce sulla sua pelle che l’HIV non è la malattia dei ‘froci e delle checche’ – così come banalmente si pensava – ma un virus al quale tutti sono esposti, indipendentemente dai gusti sessuali.
    Ron intraprende una battaglia per l’utilizzo di cure alternative, una battaglia contro i pregiudizi e il monopolio economico delle case farmaceutiche americane.
    La sua storia è arrivata a noi grazie all’impegno dello sceneggiatore Craig Borten, che ha conosciuto personalmente Ron e che ha lottato vent’anni per arrivare alla conclusione del suo progetto, lavorando duramente sulla ricostruzione storica e sulla sceneggiatura (risultato eccellente). Lo script, al quale Borten ha lavorato insieme alla sceneggiatrice Melisa Wallack, è approdato sul grande schermo per merito di Jean-Marc Valée, che ha fatto miracoli con un budget limitatissimo e in soli 25 giorni di riprese.
    McConaughey arriva nella parte finale del cammino intrapreso dalla coppia Borten-Valée e nel rispetto di quello che era il suo modello di partenza – Ron in persona – ne incarna la cultura, lo slang e i movimenti. Il belloccio di Hollywood l’ha fatta ‘sotto i baffi’ a tutti i suoi colleghi, tranne uno.
    Difficile non indovinare. Impegnato tra la musica e la regia, Jared Leto torna con gioia sul grande schermo. Quasi irriconoscibile nelle scene iniziali del film, il ‘suo’ Royan – un transessuale malato di HIV – è vero, vivo, lontano anni luce dal rischio di un’interpretazione caricaturale. Se si volesse usare una vecchia e blasonata espressione, sarebbe il caso di dire: buca lo schermo.
    Entrambi –  McConaughey e Leto – danno vita a due personaggi per così dire forti, in fin di vita, prosciugati dalla malattia, dall’alcol e dalle droghe, ed entrambi hanno lavorato in maniera maniacale sul proprio corpo, sottoponendosi a difficili prove fisiche. Ma non è tutto.
    La verità è che se fosse mancata anche solo un pizzico di quella professionalità innata, di quella dedizione allo studio e di quel coraggio, oggi non avremmo avuto ne’ Ron, ne’ Royan.
    Parlando del cast non possiamo dimenticare di menzionare la brava e convincente Jennifer Garner, che pur non avendo un ruolo dello stesso spessore dei suoi colleghi, riesce a mantenere alta la media della pellicola.
    L’ultima nota va sicuramente al regista: il grande merito di Jean-Marc Vallée è stato sicuramente quello di non buttare sul tavolo il jolly della commozione – considerando il tema, sarebbe stata una tentazione  plausibile – ma di costruire la storia rispettando il carattere ‘fumantino’ del suo protagonista, i suoi colpi di genio e la sua spavalderia.
    Bando a tutti gli effetti speciali possibili, agli occhiali 3D e ai budget da milioni e milioni di dollari, per una volta – questa – sono finalmente gli uomini, quelli narrati e quelli reali, a fare la differenza.

     

    Silvia Marinucci

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    VIJAY, il mio amico indiano: Un altro uomo

    La pellicola del regista tedesco non convince pienamente, il suo tocco magico, che tanto aveva funzionato con Irina Palma, perde d’efficacia.Divertente, ma non basta. In sala dal 13 febbraio.

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    Chi non ha mai immaginato ad occhi aperti il proprio funerale?
    Quali le reazioni dei presenti? Scoprire chi soffre veramente e chi finge, chi dimentica troppo facilmente.
    Sam Garbarski torna dietro la macchina da presa con una commedia sul concetto di “rinascita”: sociale, sentimentale, forse più semplicemente umana.
    Ed è così che il  suo VIJAY, il mio amico indiano – partendo da tematiche care alla letteratura e all’immaginario collettivo – si addentra nella vita di Will, un uomo di 40 anni, oppresso dai fallimenti professionali e da un rapporto di coppia (e famigliare) che non gli dà più alcuna soddisfazione.
    La svolta arriva il giorno del suo quarantesimo compleanno, quando ha la straordinaria occasione di ricominciare da capo, creandosi una nuova immagine e professione, riuscendo a riconquistare sua moglie (come non aveva mai fatto).
    Al contrario di quanto aveva ‘meravigliosamente’ realizzato con Irina Palm,  in VIJAY, il mio amico indiano Garbarski perde qualcosa. Non è abbastanza lucido, puntuale e introspettivo.
    La sceneggiatura – alla quale lo stesso regista ha lavorato insieme all’autore di Irina Palm, Philippe Blasband,  e a Matthew Robbins – appare in alcuni punti slabbrata e appesantita da svolte e colpi di scena un po’ troppo scontati.
    Al nuovo lavoro del filmmaker tedesco manca quel pizzico di cinismo e sfrontatezza, che tanto aveva funzionato nella pellicola del 2007 con Marianne Faithfull.
    Il mix tra il dramma e l’umorismo non convince. Qualcosa si perde a favore di una risata.
    Lodevole la prova del cast, trucco e parrucco. Morritz Bleibreu ha una straordinaria agilità nel passare da un sé all’altro. La sua perfomance entusiasma e coinvolge.
    Poca luce nel finale, che per quanto diverso da come si poteva immaginare, piega verso l’irrisolto.
    Può davvero un uomo accettare di essere un altro per il resto dell’eternità?

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    Festival Internazionale del Film di Roma 2013: trionfa TIR

    Finale a sorpresa per  l’XVIII edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, trionfa – “inaspettatamente” – l’italiano TIR, opera seconda del friulano Alberto Fasulo.

    Al contrario di quello che si pensava – una vittoria quasi scontata di Her di Spike Jonze – vince il Marc’Aurelio d’Oro, un’opera quasi sociologica sulle difficoltà di uomo costretto ad anninetare la  propria vita personale per potersi mantenere un lavoro.
    Il Premio della Regia va, invece, alla pellicola di 60 minuti Sebunsu kodo, diretta da Kiyoshi Kurosawa, assente purtroppo alla cerimonia di Premiazione.
    Grandi assenti anche il Miglior Attore, lo straordinario Matthew McConaughey per l’interpretazione di Dallas Buyers Club, e la Migliore Attrice, Scarlett Johansson, che ricordiamo ha incantato con la sua voce gli spettaori di Her.

    Verdetto direttamente discordante quello della critica online, che ha premiato con il Mouse D’Oro per il Miglior Film in Concorso Her e con il Mouse d’Argento per il Miglior Film Fuori Concorso Snowpiercer di Joo-ho Bong.

    TUTTI I PREMI:

    CONCORSO

    – Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film: Tir di Alberto Fasulo

    – Premio per la migliore regia: Kiyoshi Kurosawa per Sebunsu kodo (Seventh Code)

    – Premio Speciale della Giuria: Quod Erat Demonstrandum di Andrei Gruzsniczk

    – Premio per la migliore interpretazione maschile: Matthew McConaughey per Dallas Buyers Club

    – Premio per la migliore interpretazione femminile: Scarlett Johanssoin per Her

    – Premio a un giovane attore o attrice emergente: tutto il cast di Gass (Acrd)

    – Premio per il migliore contributo tecnico: Koichi Takahashi per Sebunsu kodo (Seventh Code)

    – Premio per la migliore sceneggiatura: Tayfun Pirselimoğlu per Ben o değilim (I Am Not Him)

    – Menzione specialeCui Jian per Lanse gutou (Blue Sky Bones)

     

    CINEMAXXI

    – Premio CinemaXXI per il miglior film (riservato ai lungometraggi): Nepal Forever di Aliona Polunina

    – Premio Speciale della Giuria CinemaXXI (riservato ai lungometraggi):Birmingemskij ornament 2 (Birmingham Ornament 2) di Andrey Silvestrov e Yury Leiderman

    – Premio CinemaXXI film brevi: Der Unfertige (The Incomplete) di Jan Soldat

    – Menzione Speciale CinemaXXI cinema breve: The Buried Alive Videos di Roee Rosen

     

    PROSPETTIVE DOC ITALIA

    – Premio Doc It – Prospettive Italia Doc per il Migliore Documentario italianoDal profondo di Valentina Pedicini

    – Menzione Speciale: Fuoristrada di Elisa Amoruso

     

    MIGLIORE OPERA PRIMA/SECONDA

    – Premio Taodue Camera d’Oro per la Migliore Opera Prima/SecondaOut of the Furnace di Scott Cooper

    – Premio Taodue Miglior produttore emergenteJean Denis Le Dinahete Sébastien Msikaper Il sud è niente

     

    PREMIO BNL DEL PUBBLICO PER IL MIGLIOR FILM

    – Premio BNL del Pubblico per il miglior filmDallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée

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