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Venezia 76.: Ad Astra, Brad Pitt ritrova se stesso nello spazio

 

Il secondo giorno di concorso alla 76° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia si apre con il film di James Gray, un thriller fantascientifico in cui lo spazio diventa il luogo per ritrovare se stessi. In sala dal 26 settembre.

 

 

 

“L’uomo guarda alle stelle in cerca di speranza e progresso”. Ma anche di redenzione e identità. L’esplorazione dello spazio come metafora della riconquista di una dimensione umana ormai perduta, nel tempo dei conflitti e della desertificazione dei sentimenti, è il punto di partenza di Ad Astra di James Gray, che torna in concorso alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia venticinque anni dopo Little Odessa, il film che proprio qui al Lido lo consacrò.
Fine indagatore delle relazioni umane e della fenomenologia del viaggio l’autore di Two Lovers e del più recente Civiltà perduta, sposta questa volta la prospettiva della sua narrazione dalle certezze della terra ai sentieri più tumultuosi e magmatici del  cielo.
Scritto insieme al collaboratore Ethan Gross, il film in uscita il 26 settembre è prodotto dalla Plan B Entertainment, la società di Brad Pitt che qui interpreta l’astronauta protagonista, Roy, in viaggio fino all’estremo limite del sistema solare per ritrovare suo padre, H. Clifford McBride (Tommy Lee Jones), creduto morto da ormai sedici anni. In ballo la sopravvivenza dell’intero pianeta.
“Io e James siamo amici dagli anni “90 dai tempi di Little Odessa e abbiamo sempre voluto fare qualcosa insieme. – ha raccontato Pitt a Venezia – Poi è arrivato con questa sceneggiatura. È un regista all’apice della sua capacità narrativa, sa raccontare gli eroi cinematografici con una sua visione personale. Abbiamo parlato molto, era intrigante ciò che voleva fare per me”. Ovvero un film in cui il genere fantascientifico è solo un pretesto per indagare altri territori, mai lo spazio infatti è stato più terreno: il dolente Roy, freddo, lucido e anaffettivo astronauta con appena 80 battiti al minuto anche in situazioni di stress, ritroverà se stesso proprio nel luogo meno umano per antonomasia. Una stazione spaziale dopo l‘altra, pianeta dopo pianeta, ricomporrà un pezzo alla volta il proprio “sentire” riappropriandosi delle lacrime, dei sospiri, del colore dei ricordi sopiti: il volto di una donna, l’abbraccio di un padre, il senso di casa.
È tra le stelle che si compie il destino di un uomo ed è questa la chiave di lettura di un film che compie un cammino opposto a quello di Interstellar o Gravity, ai quali sarebbe immediato e semplicistico accostarlo.  Ad Astra ripercorre il mito della frontiera, ma lo fa interiorizzandolo: l’ostacolo da superare qui è la capacità di ritrovare il luogo delle emozioni e accettare la propria vulnerabilità, qualità squisitamente umana.
James Gray costruisce la scalata del protagonista attorno a un viaggio iniziatico, che per sua stessa ammissione pesca a piene mani da Cuore di tenebra e Apocalypse Now. Lo fa rielaborando temi a lui cari (i legami familiari, il viaggio, l’esplorazione) e lavorando per sottrazione, cifra stilistica sulla quale anche Pitt calibra il suo personaggio; i primi piani per quasi due ore ce lo mostreranno fluttuare dentro uno scafandro da astronauta mentre precipita nel vuoto, schiva meteoriti e sfugge agli attacchi di alcuni pirati del suolo lunare, in un futuro prossimo che in fondo ha il sapore del presente. Un racconto intimista con cui il regista di Little Odessa prosegue la propria riflessione sull’umano utilizzando archetipi senza tempo. Verso l’infinito e ritorno.

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Elisabetta Bartucca

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