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Bumblebee: Cuore e acciaio

Bumblebee: Cuore e acciaio

Con Bumblebee ritorna in scena il più giovane dei Transformers di casa Hasbro. Il regista Travis Knight dirige Hailee Stanfield in una commedia adolescenziale e nostalgica con robot. In sala dal 20 dicembre.

Alla fine gli uomini di latta hanno trovato il loro cuore. Ci sono voluti sei film a superare il muro del frastuono e a fare breccia in una scorza dura come l’acciaio ma alla fine Bumblebee dimostra che il franchise milionario ma un po’ vuoto dei Transformers può dare vita a un film dignitoso. Merito e forse un po’ magia del regista Travis Knight che due anni fa diresse Kubo e la spada magica, film d’animazione candidato all’Oscar che non riuscì a scardinare il dominio Disney nella categoria ma che quantomeno fece venire un po’ di dubbi all’Academy. Oggi Knight ripesca un po’ di quella delicatezza mostrando al mondo che Autobot e Decepticon al cinema possono tranquillamente fare a meno di sua maestà re Fracasso, ovvero Michael Bay, principale narratore delle gesta dei trasformabili di casa Hasbro, che prima di essere eroi del cinema furono una linea di giocattoli e una serie di cartoni animati.

La storia di Bumblebee si inserisce nel filone nostalgico che ha caratterizzato alcuni dei prodotti di genere più riusciti di quest’ultimo scorcio di decennio, da Stranger Things alla nuova versione cinematografica di It. Eccoci quindi catapultati in un prequel dei film precedenti, nel 1987, anno di arrivo sulla terra del più simpatico degli Autobot, il silenzioso Bumblebee, che per l’occasione smette di essere la Mustang che era stata nei film precedenti e riprende la forma di quel Maggiolino Volkswagen che sarebbe anche la traduzione letterale del suo nome. Arrivato sulla Terra in fuga dalla guerra civile di Cybertron (dove, per la gioia dei tanti cultori, si rivedono un po’ di volti noti della linea di giocattoli originale) il transformer giallo incontra la giovane Charlie (Hailee Stanfield), teenager e outsider, appassionata di motori, di tuffi e di canzoni degli Smiths, sul cui cuore pesa ancora una tragedia, la scomparsa del padre. Ecco allora che il robot, regredito a livello infantile a causa di un danno alla memoria, e incapace di parlare se non tramite spezzoni di canzoni campionate alla radio, si ritroverà ad emergere da una realtà difficile insieme alla sua amica terrestre, mentre all’orizzonte si profila la minaccia di due temibili Decepticon, venuti per capire il motivo della sua presenza sulla Terra.

La pellicola, scritta dall’emergente Christina Hodson, riesce a giostrarsi un po’ tra i generi senza per questo rinnegare la sua anima di aspirante blockbuster. Un po’ fantascienza, un po’ commedia adolescenziale Bumblebee esalta la mano delicata di Knight, una carezza rispetto al pugno calloso dei film precedenti. Il regista lascia il campo al suo eroe robotico, che si esibisce in alcune sequenze slapstick che strizzano l’occhio all’intrattenimento per famiglie, ma per la prima volta nel franchise aggiunge un personaggio umano degno di nota. La Charlie portata sullo schermo da Hailee Stanfield (che già in passato si era fatta notare per i suoi convincenti ritratti adolescenziali) è la vera marcia in più di questo film, grazie anche al sapiente utilizzo di qualche comprimario di valore (a cominciare dalla mamma interpretata dalla brava attrice televisiva Pamela Adlon).

E così tra evoluzioni, trasformazioni, canzoni e un vago senso nostalgico che riporta alla mente i film con Molly Ringwald o la prima cinematografia di Spielberg, Bumblebee arriva alla sua conclusione e si concede anche lui un pizzico di chiasso, che probabilmente era quello che volevano gli spettatori insieme alla vasca di popcorn, divertendo ma la giusta misura. Il risultato è il miglior film di un franchise che ha scoperto forse con troppo ritardo di avere delle potenzialità. Speriamo per tutti che il pubblico gradisca e che questo possa rappresentare un nuovo e gradito inizio.

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Marcello Lembo

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