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TFF36 – The front runner: Quando la politica diventò gossip

TFF36 – The front runner: Quando la politica diventò gossip

Con i suoi film ha sempre trovato il modo di dare spazio ad autentici ritratti di antieroi, uomini ordinari: teenager incinta, solitari cacciatori di teste e madri single spossate dalla routine. “Questo è il mio universo Marvel”, scherza Jason Reitman al Festival di Torino inaugurato dal suo The Front Runner che conferma ancora una volta l’interesse del regista canadese per un essere umano sfilacciato e complesso e per storie poco consolatorie raccontate con piglio spietato e ironico.

Qui l’antieroe in questione è Gary Hart (Hugh Jackman), il senatore democratico del Colorado che nel 1987 appariva come il candidato favorito nella corsa alla Casa Bianca, prima che nel giro di sole tre settimane uno scandalo sessuale – Hart avrebbe tradito la moglie (Vera Farmiga) con una modella di Miami, Donna Rice (Sara Paxton), su una barca chiamata Monkey Business – ne segnasse definitivamente il tramonto.
Una storia vera, che sarebbe diventata uno spartiacque nel modo di concepire media e politica, pubblico e privato nella storia degli Stati Uniti d’America: da quel momento ci sarebbero stati un prima e un dopo Gary Hart. Reitman parte dal libro di  Matt Bai, “All the Truth Is Out: The Week Politics Went Tabloid” per racconta l’ascesa e il tramonto di un uomo le cui questioni private determinarono il destino di una nazione.

Il film assume sin da subito i contorni e il ritmo serrato del thriller politico, scaraventando lo spettatore nel quartier generale del candidato alle prossime presidenziali, tra collaboratori indaffarati, tv satellitari, capannelli di giornalisti in attesa, fotografi appostati, cartoni di pizza consumati, caffè e dialoghi concitati.
La macchina da presa sempre in movimento si intrufola fin dentro le redazioni tra vecchi fax scalcinati e giornalisti armati di sola penna e taccuino. Prima che la rete varcasse ogni limite, all’alba della cancellazione di ogni confine tra la dimensione privata e quella istituzionale, prima ancora che politica e gossip pruriginosi si contaminassero per osmosi trasformando la prima in poco più di un reality.

Alla gogna ci finiscono tutti: politici e media, forse un po’ più i secondi dei primi, nel momento in cui Reitman spinge il pubblico a chiedersi quale sia la responsabilità della stampa nel dare in pasto al voyeurismo dei lettori  un privato che nulla ha a che vedere con le capacità di un politico di gestire la cosa pubblica; o quanto sia etico appostarsi dietro a un cespuglio per estorcere particolari giudicati, dal punto di vista del film, irrilevanti ai fini di una buona carriera politica.
Zone d’ombra che il regista non risparmia a nessuno dei due imputati, che si allungano fino ad un appassionato sguardo sulla donna: oggettivata, dimenticata, come sarebbe successo a Donna Rice che per anni nell’immaginario collettivo sarebbe rimasta l’anonima biondina con cui Hart folleggiò sulla Monkey Business. Reitman la umanizza e le restituisce dignità, con gli occhi sciupati dal trucco sbiadito dalle lacrime o di spalle sola su una scala mobile, inconsapevole e abbandonata alla propria ingenuità mentre va incontro a un manipolo di giornalisti.
Inevitabile che il pensiero corra ai nostri giorni, al Metoo, a Trump, alla politica svuotata del suo senso più profondo mentre il discorso di addio di Hart  diventa più reale del reale: “La politica in questo paese, credetemi, è sul punto di diventare un’altra forma di competizione atletica o di una gara sportiva”.

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Elisabetta Bartucca

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