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Lana Vlady, anima migrante. Dalle passerelle alla regia

 

Le piace raccontare  storie, sin da quando ero bambina. Presto la vedremo ne L’indesiderato di Enrico Laden e in Marten Eden di Pietro Marcello, ma nella sua giovanissima vita è già state tante cose: modella, conduttrice (Galatea), attrice (Assolo, Non uccidere, I bastardi di Pizzofalcone, È arrivata la felicità, Tafanos, L’età imperfetta) e ora anche regista. Di un cortometraggio, Lepre, che segna il suo debutto dietro la macchina da presa e che parte dalla sua vita migrante. Classe 1987, Lana Vlady arriva in Italia da San Pietroburgo all’età di sette anni, il Bel Paese l’ha poi lasciato tante volte grazie al suo lavoro di modella, ma in Russia sono rimasti gli amici di una vita e parte della famiglia: “Il legame con la Russia è sempre molto forte, ci torno spesso, ora più che in passato. Spostarsi è cambiamento, il lato positivo è che conosci molti posti, viaggiare ti arricchisce sempre, quello negativo è non avere mai un punto fisso. Ma è importante non dimenticare le proprie radici, cosa ti precede e da dove arrivi”, mi dice al telefono mentre mi parla del corto, che ha appena iniziato il suo percorso festivaliero (Valdarno, Sport Film Festival, Mammut Film Festival)  e che racconta la migrazione da un punto di vista insolito, partendo dallo sport evocato sin dal titolo: lepre infatti è il termine usato per indicare l’atleta che conduce la gara correndo davanti agli altri con il solo obiettivo di tirare la corsa. Le protagoniste sono Aisha  e Maria due atlete e amiche; Aisha nelle gare arriva sempre prima di Maria, ma nella vita reale interpreta involontariamente il ruolo della lepre, forzando Maria a stabilire un nuovo ritmo di vita per accettare la propria identità e affrontare il difficile rapporto con sua madre.

Un esordio da modella, poi la conduttrice, l’attrice e oggi regista di un cortometraggio. Come definiresti questo tuo percorso?
È sempre andato nella stessa direzione, perché anche quando facevo la modella quello che mi piaceva fare di più era interpretare una storia che in quel caso, ad esempio sui set fotografici per le riviste, era fissata in immagini.

Cosa ti affascina del mestiere dell’attore?
Capire le persone, è l’unico lavoro che ti permette di comprendere l’essere umano. Jack Nicholson diceva che ogni attore condivide con i propri personaggi almeno il 70%, dal serial killer al santo, aspetti che nella vita nn esploriamo.

Da bambina sognavi di fare?
Mille cose! A dodici anni volevo fare la stilista, perché avevo visto film e avevo deciso che sarei diventata come la protagonista, e poi avevo letto tantissimo di Coco Chanel. Mi iscrissi anche a un corso di taglio e cucito e presi il diploma di modellista terza e il primo livello di stilismo.

Sei arrivata in Italia a sette anni e ci sei rimasta fino a oggi. Non ti è mai venuta la voglia di lasciare questo paese?
Facendo la modella in realtà l’ho lasciato più volte, perché ero sempre in giro tra Parigi e New York. È un paese molto difficile certo, ma non ho mai pensato di andarmene, anche quando vivevo fuori pensavo sempre che sarebbe stato bello tornare per fare qualcosa.

Il ruolo a cui sei rimasta più legata?
Quello che mi è rimasto addosso per più tempo è stato il personaggio di una soldatessa che soffriva di schizofrenia, in Non uccidere; mi piaceva il fatto che fosse forte e fragile nello stesso tempo.

Che ricordi hai dagli anni da modella? Cosa ti manca?
Mi manca il vivere in una valigia, il fatto di avere mille opportunità, di viaggiare e conoscere sempre nuove persone.

Cosa hai trovato invece nel mondo del cinema e della televisione?
Nel cinema fai altri tipi di viaggi, interiori e vivi mille vite.

La conduzione di Galatea è stato un altro tassello importante del tuo cammino. Lo rifaresti?
Assolutamente sì. Ero giovanissima e quell’occasione mi è capitata.

Cosa ti ha lasciato?
È stata tostissima! Non conoscevo quel mondo, né i suoi meccanismi e non ero assolutamente preparata a farlo. Ogni giorno imparavo qualcosa, mi ha insegnato a lavorare con persone con molta più esperienza di me.

Quale programma ti piacerebbe condurre oggi?
Un bel programma sul cinema o un contenitore che mostri giovani.

Cosa hai rubato dai vari set su cui hai lavorato?
Ogni regista mi ha dato qualcosa: Laura Morante ad esempio mi ha stupito tantissimo, pur avendo la responsabilità di essere sia la regista che l’attrice, ha saputo guidarci con dolcezza, ma anche con molta fermezza, era estremamente calma, aveva una parola gentile per tutti; Pietro Marcello invece è una continua creazione, un fuoco inestinguibile.

Il ricordo più bello?
Il set del mio cortometraggio, Lepre, ero completamente immersa.

Cosa ci racconti con Lepre?
Il termine viene dall’atletica leggera e indica il corridore che sta davanti agli altri per mantenere elevata l’andatura degli altri atleti. Parte da qui per esplorare un mondo che conosco bene, quello dei transnazionalisti, che appartengono a un paese, crescono in un altro, si sentono a casa in entrambi, ma non hanno veramente una casa. Cittadini del mondo, ma stranieri in qualsiasi posto vadano. Volevo raccontare la confusione che ne deriva, la difficoltà di definire una propria identità e sapere chi sei in una situazione del genere. Mi piaceva l’idea di parlare di emigrazione e raccontare cosa succede nelle persone che vanno in un altro paese per un sogno, passando dalle prime generazioni alle successive. Le prime in genere sono sempre quelle che davvero lottano, mentre le seconde trovano la strada spianata, tutte le gare sono state già vinte da qualcuno che le ha combattute prima e per loro, e forse si perdono un po’.

Da dove arriva l’urgenza di passare dall’altra parte della macchina da presa?
È bellissimo vedere quello che hai nella testa prendere vita in immagini, un mondo che si crea, e poi ci sono poche registe donne!

La difficoltà più grande come regista donna?

L’unica barriera è stata solo personale: ho dovuto lottare per togliermi dalla testa alcune idee come la convinzione che i registi sono solo uomini e che quindi devi essere forte, decisa per dimostrare di essere all’altezza. Avevo la sensazione di non essere abbastanza.

 

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Elisabetta Bartucca

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