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Il sacrificio del cervo sacro: Il sonno della ragione

Il sacrificio del cervo sacro: Il sonno della ragione

Con il film vincitore a Cannes della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura, Lanthimos si conferma autore classicissimo e modernissimo, con echi innegabilmente kubrickiani e da Haneke. In sala dal 28 giugno.

 

 

A vista del crudele ma amabile idol mio  quest’anima fedele  con gioia spirerò”.
(Euripide, Ifigenia In Aulide, 407 a.c.)

Bisogna sempre avere un occhio di riguardo per i registi greci, sia anche pregiudizievole: perché se Alexandros Avranas e adesso anche Yorgos Lanthimos ci dimostrano qualcosa, è che quando il cinema nasce dal tormento, quello vero, molto spesso vengono fuori capolavori. Se il sonno della ragione, citato più volte figurativamente, in questo Il sacrificio del cervo sacro, genera mostri, quello della gioia produce arte.

Ed è così che dalle macerie sociali, culturali e soprattutto dalle ferite interne ed esterne della Grecia vengono fuori storie che coinvolgono, costringono e legano pubblico e privato, mettendo in scena una riproposizione di una classicità che è patrimonio culturale declinata attraverso le lenti deformanti dell’attualità: in questo senso, Lanthimos mette in scena il silenzio assordante della divinità, la sua assenza mai così presente, e la conseguente, affannosa e affannata corsa dell’uomo per poter liberarsi dalla “terribile legatura” che agli dèi lo lega.

Con il film vincitore a Cannes della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura, Lanthimos si conferma autore classicissimo e modernissimo, con echi innegabilmente kubrickiani e da Haneke: e sulle spoglie di un racconto mitologico, immerso in un dècor glaciale, sceglie come protagonista del suo capolavoro una divinità punitrice bambina, crudele e capricciosa, congelando scenografie e recitazione in momenti di drammaticità soffocante.

Steven, affermato cardiologo con famiglia borghesissima in casa, ha un rapporto ambiguo con un adolescente: che, rivelatosi figlio di un suo paziente morto sotto i ferri del chirurgo, assumerà lentamente le forme di una divinità coinvolgendo il medico in un allucinante gioco al massacro psicologico e fisico.

Il sacrificio del cervo sacro è alla fine un horror senza esserlo: così come The Lobster raffreddava il melò, questo coniuga i luoghi comuni del terrore scegliendo però la strada più difficile, dove qualunque causa soprannaturale è lasciata fuori scena e alla nostra immaginazione suggestionata, rimanendo sul palcoscenico gli effetti sui corpi disastrati dei mortali, effetti che però vengono innegabilmente da decisioni prese altrove, in una dimensione altra. E l’incredibile capacità di Lanthimos sta proprio qua: nel suggerire e nel non mostrare, ma contemporaneamente rendere quel suggerimento (anzi, suggestione) centro emotivo e narrativo del racconto.

Nessuno spiegherà mai se e come, realmente, il giovane Martin abbia giocato con le vite e con la biologia dei figli di Steven: eppure, chi osserva dall’esterno sa che è così, talmente coinvolto e convinto dalla composizione musicale, dalle scelte espressive, dalle inquadrature. Insomma, da quello che una divinità altra (il regista) ha deciso per lui. Corridoi labirintici alla Shining, inquadrature stranianti, recitazione in sottrazione – e quanto è brava, e ci piace, Nicole Kidman quando gioca ad essere altrove anche solo con lo sguardo: come non pensare a Eyes Wide Shut?-, tutto per allontanare qualsivoglia segnale della presenza del libero arbitrio, per confermare il teorema, disumano e angosciante, che nulla può smuovere la spietata e crudele verità del Fato, del Caso che governa vita e morte in una tremenda simmetria, in un cinema tremendo, ellittico, asciutto.

E quale altro atto, inevitabile ed ineludibile, esiste come il battito incessante e “mostruoso” di un muscolo cardiaco? L’inizio del film è ancora una volta illuminante: riportandoci ad un’opera simile e diversissima, quel The Act Of Seeing With One Own’s Eyes che ha segnato un immaginario, quali occhi possono sopportare la visione di una violenza così spietata e casuale?

di GianLorenzo Franzì

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La redazione

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