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Diva!: Francesco Patierno, “Un film nato per caso”

 

 

DIVA! Ha avuto un’accoglienza trionfale a Venezia: inaspettata, se posso dirlo… ricordo il clamore che ha fatto Cose Dell’Altro Mondo, ma ti aspettavi una risposta così alta, con un documentario, poi?
No! Venivo da un’esperienza simile che era Napoli ’44 che era stato presentato al Festival di Roma, accolto benissimo dal pubblico e dalla stampa. Sul caso della Cortese la cosa incredibile è che è nata in maniera alquanto insolita: mi cospargo il capo di cenere, perché era un progetto che mi aveva proposto il mio agente, io ero in un momento in cui volevo prendere un attimo di respiro e quasi mi sono offeso, pensando: “Perché lo propone a me? Che c’entro io con quest’attrice?”, che fondamentalmente non conoscevo, se non per alcune foto classiche in giro, l’attrice un po’ anziana col foulard in testa. Ho avuto però l’accortezza di prendermi un po’ di tempo per pensarci: e leggendo l’autobiografia ho scoperto un mondo che non conoscevo, ho scoperto un’attrice ma soprattutto una donna che aveva avuto una vita piena di colpi di scena, di momenti importanti, e soprattutto un’attrice che mischiava continuamente vita privata e film fino a costruire un groviglio difficilmente decodificabile, nel senso che portava nelle storie dei film elementi della sua vita privata, e i film prendevano questi elementi e crescevano come storia, un meccanismo che mi piacque molto. Come il colpo di scena iniziale della sua adozione, che non conoscevo, e che poi costituisce il motore: e ho allora deciso di restituire allo spettatore il mio stesso percorso di scoperta, la mia stessa emozione, uno svelamento graduale. Chi se ne frega di questa persona?, pensi, ma vai a vedere il film e scopri invece tutto un mondo, tantissime cose che ti prendono. E poi ci ho messo molto la pancia: è stato uno di quei lavori che ti coinvolgono, molto studiati ma anche molto istintivi, e secondo me, per tornare alla domanda iniziale che mi hai fatto, tutto questo arriva sullo schermo, è palpabile, si crea quella magia di lavori che crea una sorpresa su cui non hai nessuna aspettativa, che è fondamentale.

Uno svelamento graduale: se il tuo intento era questo, allora, cioè restituire allo spettatore il tuo percorso, è stato centrato in pieno. Vedendolo io in anteprima a Venezia è stata una sorpresa totale, anche per come è costruito, perché è un documentario ma non è la solita operetta agiografica…
No, non volevo assolutamente che fosse così. È da un po’ di anni che sto raffinando questo meccanismo di manipolazione delle immagini, sia di repertorio che girate: dalla Guerra dei Vulcani a Napoli ’44 a Diva! c’è un racconto che è cinematografico ma a differenza di un film sfrutta, come se fossero scene originali, il materiale di repertorio. Che io, destrutturandolo, montandolo e aggiungendo musiche nuove creo e trasformo in una scena originale.

C’è in DIVA! un effetto di straniamento, perché guardandolo da profano, senza sapere di cosa parli (è successo a me in sala, a Venezia) non si capisce se è finzione o realtà. Va detto poi che c’è lo spunto interessantissimo delle otto attrici che ne interpretano una sola. Sicuramente, ti avranno fatto notare che c’è un’altra opera che parte da un presupposto simile, Io Non Sono Qui di Todd Haynes, su Bob Dylan, ma lì se le premesse sono simili, il risultato e l’obiettivo sono differenti, perché vogliono rappresentare le molte facce di una stessa persona, tu invece condensi la diversità per farne unicità…
Confesso di non conoscere il film di Haynes, che mi dicono anche molto bello. Io però volevo, tra l’altro, dalle attrici che ho scelto in base alla loro diversità, che fossero più donna che interprete; di mettere sul piatto la propria faccia. Volevo fare un film, da uomo, profondamente femminile: cosa difficilissima. E chiaramente la storia della Cortese mi aiutava, perché era il suo mondo di riferimento e non l’ho stravolto, sono stato al suo servizio.

Come hai scelto le otto attrici?
Dalla diversità. Può sembrare paradossale, ma volevo che fosse una diversità forte che mi avrebbe portato alla ricomposizione di un puzzle, frantumazione e ricostruzione dell’unità.

Questo meccanismo dello studio della realtà non è nuovo nel tuo cinema: al di là dei documentari, il tuo secondo film era la biografia di Marco Baldini, Il mattino ha l’oro in bocca. Hai sempre avuto questo rapporto con il desiderio di ricostruire la realtà…
Non solo, ma probabilmente dici bene che a me interessano i personaggi ancora più delle storie. E in questo ho scoperto inconsciamente di aver anticipato quello che è il linguaggio delle serie televisive, che passano a raccontare le storie in senso classico a mettere poi in scena storie di personaggi. La storia non è più il racconto di un avvenimento: ma costruire l’arco di un personaggio, prenderlo in un momento della sua vita e fargli percorrere un percorso alla fine del quale sarà diverso da coma l’abbiamo preso.

Sono le cosiddette ossessioni d’autore che piacciono tanto a noi critici: perché se andiamo a vedere ne La Gente Che Sta Bene, o Cose Dell’Altro Mondo, c’è sempre un percorso, una crescita, un cambiamento di un personaggio al centro della narrazione…
Sì, ma anche Pater Familias, con il personaggio che esce dal carcere e ritorna 24 ore dopo, e nell’arco della giornata compie un viaggio anche interiore. Anche lì ci sono elementi documentaristici che si mischiano ad un film di finzione, uguale e contrario ai miei documentari dove metto tantissimi elementi di finzione.

Nel 2012 hai pubblicato un libro, un thriller, e i tuoi film hanno un tono non tanto noir ma glaciale, entomologico: hai mai pensato di girare un film di genere?
Si!

Perché poi anche Pater Familias lambiva quei territori…
Assolutamente, ma anche La Gente Che Sta Bene, ha delle svolte e delle virate inattese… però aspetto l’occasione giusta. Essendo un fruitore di thriller e gialli e neri, proprio per onorare il genere aspetto la storia giusta. Perché sai, a me fare cose già viste non va: preferisco magari sperimentare e correre dei rischi, ma preferisco non fare il compito.

L’Italia era il paese dei generi: oggi è in disuso. Come mai secondo te?
Per la crisi del cinema, essenzialmente: il cinema di genere può esistere quando esiste un’industria cinematografica che lo può supportare, per avere la possibilità di fare tanti film. Se non c’è l’industria, e non ci sono tanti film, poi diventa un film d’autore: prendi Lo Chiamavano Jeeg Robot, che ha tutti requisiti per essere un film di genere, ma è diventato un film d’autore perché unico del suo genere!

Abbiamo parlato prima di Cose Dell’Altro Mondo… un tema che in questi giorni torna ad essere attualissimo. Cosa accadrebbe oggi se tutti gli stranieri all’improvviso scomparissero dall’Italia?
Ma la stessa identica cosa che sarebbe successa tempo fa, per come lo avevo immaginato nel film. In quel film, che chiaramente ha un elemento di sarcasmo molto forte, c’è un dato vero: studi dell’Istat che dimostravano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che se fossero scomparsi all’improvviso immigrati e compagnia si sarebbero aperte delle vere e proprie voragini, ci sarebbero stati seri problemi di vari tipi. E anche lì, se tu vedi, io ho volutamente scelto una strada diversa da quella facile da percorrere, perché ad un certo punto parto con un elemento forte però poi non proseguo su quella strada per far finire il film con un botto più forte, ma inizio a seguire più realisticamente le storie dei vari personaggi, che inevitabilmente vanno alla deriva, e quindi c’è u tono più esistenzialista, malinconico, anche più doloroso all’interno di una commedia apparente. Quindi anche all’interno di queste situazioni mi piace innescare dei movimenti anche drammaturgici che possano in qualche modo sorprenderti.

DIVA! è stato presentato lo scorso anno a Venezia ed esce oggi sul grande schermo: stai già lavorando a qualcosa?
Non posso scendere nei dettagli ma si, ho appena finito di montare un nuovo film-documentario a cui manca la post-produzione e sto lavorando alla scrittura del mio nuovo film di finzione, che devo consegnare a luglio, però è la prima volta che ho molti lavori in ballo, sul comodino, già pronti o quasi pronti. Diciamo che è un periodo fecondo.

Di GianLorenzo Franzì

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La redazione

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