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Rabbia furiosa: ‘Er canaro’

Rabbia furiosa: ‘Er canaro’

Torna Stivaletti e spariglia le carte: il genere italiano che ancora vive e resiste. In sala dal 7 giugno.

 

 

Si tema l’irta dei mansueti perché loro riverseranno in voi tutto ciò che hanno subito”, (Bibbia, dal Libro dell’Apocalisse).
È una dichiarazione d’intenti l’incipit di Rabbia Furiosa di Sergio Stivaletti: tra un verso dell’Apocalisse e un cane che brucia in un rogo improvvisato parte infatti l’opera dell’effettista-regista ispirata alla storia del canaro della Magliana. Che anche se il caso ha voluto contemporaneo al Dogman di Matteo Garrone, almeno nell’uscita in sala, non poteva essere prodotto più distante negli obiettivi e più diverso nella messa in scena. Là dove Dogman infatti cercava spunti cronachistici per dare libero sfogo alle sue ossessioni autoriali, Rabbia Furiosa invece cerca di restituire quanto più possibile la realtà per come è, furiosa appunto, spietata, costruita su un fatalismo inevitabile.

Immerso e impregnato, poi, nella Roma dei sobborghi: mai favolisitici, per nulla surreali, sempre dilaniati da una tristezza sorda e brutale. “Ti sono cresciuto accanto, come l’erba che cresce, cresce… ma nessuna la vede”.
La sceneggiatura (di Stivaletti, Antonio Lusci e Antonio Tentori) non tradisce quindi le aspettative: una storia malsana, d’urgenza disperata, che riecheggia il meglio del Bis italiano – rimandando ai tempi d’oro di Argento e Bava – che dipinge un affresco di energia vitale ma virata al negativo, di un dolore claustrofobico.
Non che sia necessario, e magari neanche giusto, affiancare i film, ma un confronto con Dogman può servire per rendere giustizia all’opera terza da regista per Stivaletti, per capire cosa (non) è Rabbia Furiosa: là dove Garrone stilizza, Stivaletti si mantiene raso terra e racconta la realtà, seppure filtrata attraverso i suoi occhi. Se Garrone riporta in poesia, Stivaletti compie invece un’operazione chirurgica, da entomologo del cinema e dei generi: e così Rabbia Furiosa diventa radiografia dell’essere umano, selvatico e rabbioso, riportando il racconto nell’alveo di un cinema e di una dimensione narrativa dimenticati, oggi forse (irrimediabilmente?) persi mentre dimenticano il fattore umano anche e soprattutto nella produzione, nella lavorazione artigianale dell’opera d’arte. Ma la cosa più bella è che proprio nel momento in cui Stivaletti riscopre la matericità del racconto, ecco che nello stesso momento prende le distanze dalla realtà e vola di fantasia, contornando la cronaca di fantasiosi voli borderline.

È proprio in questi momenti (come sull’agghiacciante finale) che Rabbia Furiosa prende il volo, regalando momenti altissimi di cinema come proprio il cinema italiano mainstream non fa più: tutto diventa pretesto per arrivare alla lunga, insostenibile a tratti, sequenza finale (e si rimpiange che Stivaletti non abbia voluto centrare tutto il film proprio su questo elemento) dove la vendetta sarà violentissima ed efferata, ripresa in primissimo piano, senza lesinare in sangue e frattaglie, strumenti di tortura e parti anatomiche strappate. Ecco allora il gore, signori: senza paura e senza remore, ecco la soddisfazione del genere che lambisce il disgusto ma racconta la vita, l’horror utilizzato per svelare quello che di noi, la parte peggiore, quella bestiale e ferina, teniamo nascosta. Rabbia Furiosa, quindi, è una splendida riappropriazione di genere: la sublimazione dell’analogico, cinema d’autore che non ha paura di scandagliare sul non mostrabile, delirante e liberatorio, libero e indipendente. Anche e soprattutto quando della poesia ci mostra il lato interiore, interiora sanguinanti incluse.

di GianLorenzo Franzì

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La redazione

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