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Solo – A Star Wars story: L’educazione di una canaglia

Solo – A Star Wars story: L’educazione di una canaglia

Il contrabbandiere spaziale più famoso del cinema lascia a casa l’amico Skywalker e si prende la scena in Solo: a Star Wars story, diretto da Ron Howard e interpretato da Alden Ehrenreich, Emilia Clarke, Donald Glover e Woody Harrelson. In sala dal 23 maggio. 

Pistola alla fondina, sorriso beffardo, un’astronave scalcinata ma velocissima. Solo: a Star Wars story è la prima uscita in solitaria – scusate il bisticcio di parole – dell’eroe Han,  figura quintessenziale di avventuriero dello spazio che trova le sue origini nella letteratura pulp e nelle strisce di Flash Gordon e che prese corpo al cinema, più di 40 anni fa, grazie alla fortunata intuizione di George Lucas. E anche se Lucas ha preferito lasciare il suo universo ad altre mani questo nuovo corso del personaggio è stato affidato a un regista che alla corte di Lucas è cresciuto umanamente e professionalmente. Il riferimento è a Ron Howard che il miglior ruolo da attore cinematografico lo ebbe nel lucasiano American Graffiti e che dietro la macchina da presa firmò il fantasy Willow su un soggetto scritto dal celebre regista/producer.

Tornando invece a Solo, e al suo nuovo volto, quello del 28enne Alden Ehrenreich, lo troviamo negli slum di un pianeta cantiere intento a vivere alla giornata, qualche anno (non si sa quanti) prima dell’incontro/scontro/confronto con la famiglia Skywalker. Al suo fianco ci sarebbe la giovane Qi’ra (l’Emilia Clarke del Trono di Spade), se non fosse che i loro destini si separano e poi si incrociano nuovamente qualche anno dopo quando Solo, disertore delle forze imperiali, si trova alle prese con una rapina per conto di un’organizzazione criminale transplanetaria guidata dallo spietato Dryden Vos (Paul Bettany). Nell’impresa il futuro contrabbandiere potrà contare sul contributo di una serie di simpatiche canaglie, dal ladro Beckett (Woody Harrelson), al fascinoso contrabbandiere Lando (Donald Glover), passando per un droide idealista e politicizzato (che in originale è doppiato dall’inglese Phoebe Waller-Bridge) e per il futuro compagno di mille avventure, il peloso wookie di nome Chewbacca (il cui costume viene riempito stavolta dal finlandese Jonas Suotamo).

La sceneggiatura, forte della firma di colui che scrisse probabilmente le battute migliori del personaggio (“Ti amo”/”Lo so”), quel Lawrence Kasdan che qui si fa affiancare dal figlio Jonathan, ripesca dalla tradizione dei migliori film di rapina lasciando intatta la formula originaria del franchise di Guerre Stellari. Ovvero quel sapore di frontiera che condito dai voli del Millennium Falcon arricchisce il bagaglio fantascientifico tradizionale di sentori e richiami alla grande epopea dei western. Una teoria estetica che nell’atto pratico del film si traduce in una grande rapina al treno futuribile, in partite a carte giocate in saloon fumosi e promiscui e nel bisogno costante di mettere mano alla pistola. Solo: a Star Wars story è quindi un Guerre Stellari puro all’80%, dove l’unica carenza dell’equazione è proprio la rinuncia all’aspetto zen della saga, a tutte le ascendenze orientali (dalla Forza ai Cavalieri Jedi ricalcati sulle orme degli antichi samurai) che mischiate all’occidente dei cowboy spaziali avevano creato la formula di un successo che non sembra patire particolarmente il peso degli anni.

Molto diverso quindi l’approccio rispetto all’altro spin-off, Rogue One, del 2016 che invece cercava di allargare il discorso ad altri generi e ad altre soluzioni narrative. Quello che hanno in comune i due film è però l’essere usciti apparentemente indenni da un iter quantomeno travagliato. Se Rogue One era stato costretto a sottoporsi a una massiccia dose di riprese aggiuntive (che pare abbiano modificato il film per un terzo circa della sua durata) girate da un regista non accreditato (il Tony Gilroy di Michael Clayton) a Solo è andata anche peggio, perché i due registi originari, Phil Lord e Christopher Miller sono stati letteralmente cacciati a metà della produzione per aver puntato troppo, pare, su un accento comico poco gradito alla plenipotenziaria Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm. Un plauso allora a Ron Howard che è riuscito a riportare in carreggiata quello che sembrava un carrozzone impazzito e che ha trasformato un’opera nata male in un dignitoso film di avventure, che mostra alcuni degli episodi citati nei film della serie tradizionale ma mai mostrati in video, dalla famigerata rotta di Kessel al cambio di mano del Millennium Falcon. Ehrenreich vanta dalla sua una buona somiglianza all’Harrison Ford giovane e riesce a incanalare quel senso di spavalderia che era poi l’unica cosa che la sceneggiatura gli chiedeva. Mette in tal modo a tacere quelle voci che durante la travagliata lavorazione lo davano come poco adatto al ruolo. Emilia Clarke invece gestisce con grazia il ruolo difficile della ex, il primo amore di un eroe, famoso per aver conquistato in un imprecisato futuro il cuore di una delle principesse più celebri del cinema.

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Marcello Lembo

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