LOGO

Capharnaüm: Nadine Labaki elabora le sue ossessioni in un film da premi (Oscar?)

 

Quindici minuti di applausi e un promettente Premio della giuria. Questa è la dote che accompagna il Capharnaüm di Nadine Labaki (Caramel, E ora dove andiamo?) e che la regista ha raccolto in occasione della 71ª edizione edizione del Festival di Cannes. Non una vetrina nuova a film tanto toccanti e dalle forte tinte sociali, eppure ancora capace di emozionarsi per la storia del piccolo Zain, dodicenne accusato di omicidio che in tribunale porta i propri genitori, colpevoli di averlo costretto a una vita tanto dura e di privazioni. Una premessa coraggiosa per un film che non poteva non suscitare reazioni forti e contrastanti, e la necessità di un confronto con la stessa autrice, già giurata dell’Un Certain Regard nel 2015.
Denuncia, manifesto, film ricattatorio, ‘poverty porn’: lo hanno definito in molti modi. Ma la causa di Zain contro il padre e la madre, “per averlo messo al mondo senza poterlo crescere adeguatamente, senza dargli altro che amore”, come la Labaki descrive il suo terzo film, rappresenta “la lotta di un ragazzo maltrattato” e insieme “l’urlo di tutti i soggetti trascurati dal sistema”… In definitiva “un’accusa universale vista attraverso occhi innocenti”.
“Le radici del film affondano nei diversi temi che volevo trattare, e che sin dalla sceneggiatura hanno assunto i contorni di una vera ossessione. Il titolo del film si è rivelato prima ancora che iniziassi a scriverla, guardando la lista degli argomenti. Istintivamente ho pensato ‘Capharnaüm’ (in italiano ‘Cafarnao’ equivale a ‘mucchio confuso’, dal nome della città della Galilea centro della predicazione di Gesù che attirava una gran moltitudine di gente, ndr.) e il film è venuto. È stato l’inizio di una vera avventura. Una di quelle che ti cambiano la vita”.

Definito il titolo e l’approccio, come hai affrontato i tanti temi che dicevi?
Volevo parlare del sistema che regola immigranti, confini e schiavitù moderna, ma anche di sistemi alternativi, emersi dalle lunghe ricerche sugli esclusi dalla società civile. Ho fatto più di tre anni di ricerche cercando di capire come vivono soprattutto questi ragazzi.

E quando hai iniziato a pensare di concentrarti su un ragazzo in particolare?
Un giorno, fermandomi a un semaforo, quando ho visto un bambino semi addormentato nelle braccia di sua madre, seduta in terra a chiedere l’elemosina. È diventata una vera ossessione per me. Sono giovani completamente trascurati. Molte delle cose che ho visto – anche nelle prigioni minorili – mi hanno davvero scioccato.

E motivato, a quanto pare!
Parliamo di milioni di ragazzini di tutto il mondo che vivono in queste condizioni. Ti senti del tutto impotente, e forse è questo il motivo per cui facciamo finta di non vedere. Ho provato a entrare nella testa di questi ragazzini e capire cosa succede quando noi voltiamo le spalle o quando loro girano l’angolo e scompaiono dalla vista. Ma se non facciamo niente in merito, un giorno ci scoppierà il problema tra le mani perché stanno crescendo molto arrabbiati, con noi: la società che li ignora.

Intanto, che aspettative hai per il film?
Il sogno sarebbe quello di spingere i politici e le persone in grado di fare qualcosa a porre le basi per una struttura che davvero proteggesse i bambini malati ed esclusi di cui parliamo. Per ridare loro una sorta di beatitudine… Serve la volontà di cambiare le cose, e di rispettare i Diritti del Bambino stabiliti dall’ONU all’identità, l’educazione e l’alimentazione. La politica ha bisogno di cambiare la prospettiva dalla quale vede le cose, e l’arte ha il potere di ispirare il cambiamento.

Impossibile ignorare il protagonista, il giovanissimo Zain Al Rafeea. Per lui tutto è sembrato facile, come per gli altri attori… Come avete lavorato?
Ho cercato di essere invisibile. Nessuno nel film era un vero attore, tutti hanno interpretato più o meno se stessi. Ed era importante per me che tutti potessero esprimere se stessi e il loro modo di vivere. Lo stesso Zain vive nelle stesse condizioni del personaggio che interpreta: l’anno scorso era in Libano senza documenti e quando abbiamo iniziato a girare non andava a scuola e non se la passava bene. Solo ora ha imparato a leggere e scrivere il suo nome. È un bambino magico, che ha cambiato tutti noi. Ma sono migliaia i suoi coetanei nella stessa situazione.

 

About the author
Mattia Pasquini
Nascere subito dopo la fine dei "favolosi anni '60" e ritrovarsi battezzati dallo scioglimento dei Beatles e dalla sconfitta messicana nella finale di Coppa del mondo avrebbe potuto segnarlo (e non è detto che non sia successo), ma ogni storia deve avere un inizio. L'infanzia in pieni anni di piombo e la teenage, passata ad attraversare gli edonistici anni '80, mettono i semi di una instabilità che fortunosamente trova sfoghi intellettuali e creativi (altrimenti oggi avrebbe rubato la scena all'incontrastato Lecter) e lo tiene in equilibrio sul crinale tra scienza e umanismo. Matematica e comparatistica lo accompagnano verso l'esito più imprevedibile, che ancora oggi lo trova attivo e lo porta su queste 'pagine': il cinema. Una scusa (una passione, una professione) che lo porta a girare le sale di mezza Europa e non solo e ad invadere etere e web sin dal 1996 con scritti, discettazioni e cortometraggi animati grazie a 15 anni di 35mm.it e non solo. Scienziato mancato, scrittore mancato, dottore mancato, cuoco mancato, polemista mancato, spagnolo mancato. Manca niente? La scusa è "genio e sregolatezza", la realtà... è quello che vi aspetta.

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top