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Avengers: Infinity War – Ingorgo di eroi

Avengers: Infinity War – Ingorgo di eroi

Tutti gli eroi Marvel si riuniscono per fronteggiare il tiranno Thanos in Avengers: Infinity War. Sullo schermo tra gli altri Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Benedict Cumberbatch e Chris Hemsworth. Alla regia i fratelli Joe ed Anthony Russo. In sala dal 25 aprile.

C’era una volta un bastimento carico di eroi, così affollato da sembrare un autobus all’ora di punta, di quelli dove per riuscire a emergere, anche solo a respirare, tocca sgomitare e farsi spazio in una piccola e sporca guerra con chi ci sta accanto. Se tutto questo fosse un film si chiamerebbe Avengers: Infinity War e alla fine così è, per gentile concessione di Walt Disney e soci, che hanno deciso ancora una volta di riunire in una sola pellicola tutti i personaggi di casa con sommo gaudio di pubblico e botteghini e per somma disperazione di sceneggiatori e narrativa in generale. Questa famiglia allargatissima comprende una schiera di attori che è difficile anche solo enumerare (per citarne alcuni: Robert Downey Jr., Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Chris Pratt, Chris Evans, Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen, Zoe Saldana, Mark Ruffalo, Gwyneth Paltrow e le rising star Tom Holland e Chadewick Boseman, più qualche guest star in solo voce, come Bradley Cooper e Vin Diesel). Non sorprende quindi che a dirigere il plotone siano serviti non uno ma due sergenti istruttori, al secolo Joe ed Anthony Russo, nati come registi televisivi, poi adottati dalla Marvel a cui, prima della promozione agli Avengers, avevano affidato due pellicole di Capitan America.

Non è facile riassumere la trama che, come ogni tanto accade con i Marvel Studios, tende a non reggersi sulle proprie gambe ma a dover fare affidamento su altri film che così si trasformano inconsapevolmente negli episodi della serie tv più costosa di sempre. In Infinity War in particolare ci troviamo di fronte alla minaccia del tiranno Thanos (versione fanta-digitale di un Josh Brolin più che dignitoso), figura nascosta in sottotraccia in tante altre pellicole dello stesso universo, che fa finalmente la sua roboante entrata in scena alla ricerca di sei mistici feticci, le gemme dell’infinito. Inutile aggiungere che tutti gli eroi della terra (e qualcuno anche di fuori) si muovono per prendere le difese dell’inconsapevole pianeta nonostante i rancori accumulati in qualche sfida precedente (per i particolari consultare Captain America: Civil War). E così ecco Iron Man (Downey Jr.), Capitan America (Evans), Thor (Hemsworth), Hulk (Ruffalo), i Guardiani della Galassia (Pratt, Saldana e soci), il Doctor Strange (Cumberbatch), Spider-Man (Holland) e Black Panther (Boseman), tutti schierati in bella vista contro la minaccia.

E qui scendono in campo le sgomitate di cui sopra, perché per piazzare in 160 minuti di film almeno 20 eroi e un cattivo i poveri sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely hanno dovuto di fatto rinunciare a ogni velleità narrativa, affidando il carattere dei personaggi a pochi scambi di battute e lasciando che a comunicare fosse per lo più il linguaggio universale dei pugni, anche perché i pochi attimi di pausa vanno riservati a presentare l’unico personaggio poco noto al pubblico, il cattivo Thanos. Così finisce che Avengers: Infinity War diventi un film sul cattivo dove i buoni sono protagonisti nella forma ma non nella sostanza. Una cosa di per sé piuttosto originale anche se la sensazione è che si tratti di un’originalità involontaria, figlia più di una contingenza che di un’onesta riflessione narrativa. I sintomi del male che affligge gli Avengers si potevano già riscontrare nel primo film della saga (diretto da Joss Whedon nel lontano 2010), quando il villain Loki, interpretato da Tom Hiddleston, finiva per rubare la scena ai troppi protagonisti. Ma in Infinity War la diagnosi è anche peggiore perché nel frattempo i personaggi sono aumentati di numero e anche di profondità, hanno lasciato la loro bozza larvale e nei rispettivi film da solisti hanno preso una dimensione che nel film dei fratelli Russo va tristemente perduta. Dal canto suo il gigante viola Thanos non riesce a colmare quel vuoto di personalità e quel pizzico di amareggiata delusione che resta nel vedere tanti bei personaggi appiattiti alle esigenze di un blockbuster più commerciale del solito. Ed è un peccato doppio perché la carne al fuoco è tanta e le scene a effetto pure, a cominciare da un finale drammatico e inconsueto che probabilmente basta a segnare il successo anche delle prossime uscite Marvel.

Avengers: Infinity War resta comunque un film difficile da decifrare. Perché è indubbiamente divertente ma è anche vero che si fa fatica a definirlo film. L’inizio è praticamente in media res (per i particolari consultare Thor: Ragnarok), i personaggi sono presi a prestito da altre pellicole e salvo rare eccezioni sono assolutamente privi di un qualunque sviluppo emozionale e anche il finale finisce per alimentare la sensazione che quella dei fratelli Russo sia solo una magnifica appendice, il corollario fragoroso di un collage narrativo che si può ammirare solo nella nostra memoria o più facilmente tra le righe di una voce Wikipedia. Ci troviamo di fronte a nuova forma di narrativa cinematografica? Figlia magari di una decade d’oro per l’intrattenimento televisivo a puntate? Finora gli applausi meglio riservarli al confezionamento commerciale. Perfetto, da marchiare a ferro e fuoco in ogni manuale di marketing applicato all’industria dell’entertainment. Però proprio uno dei personaggi presenti nel film sembra farsi carico di un pro-memoria che non ci ha lasciato indifferenti. Il Black Panther interpretato da Chadewick Boseman, reduce da un poderoso miliardo incassato in tutto il mondo, ci ricorda infatti che i soldi al cinema si possono fare anche preferendo le storie agli stratagemmi, alla dinamica lievemente ricattatoria dei crossover e dei finali aperti. E allora godiamoci queste due ore e passa di vuoto luccicante e aspettiamo un altro film per vedere di nuovo all’opera dei personaggi. Uno o due alla volta però, per carità.

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Marcello Lembo

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