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Antonio Albanese al BiF&St: “Meglio l’umorismo della satira politica”

Antonio Albanese al BiF&St: “Meglio l’umorismo della satira politica”

di Claudia Catalli

Uno, nessuno, centomila. Antonio Albanese è l’emblema della versatilità, capace di spaziare dalla commedia leggera alla satira politica. Anche se, al Petruzzelli, dove ha appena tenuto una Masterclass per il Bari International Film Festival, ha dichiarato di non essere d’accordo con chi sottolinea il suo intento politico: “Io sto alla politica come Polifemo sta allo strabismo. Qualunquemenete non è satira: la satira ride degli altri, io mi sento più umorista, io rido con gli altri. Il personaggio di Cetto La Qualunque è puro umorismo, non ho mai pensato di fare il verso a Berlusconi o ad altri”. Eppure, quando fu ospitato alla Berlinale, non rise nessuno: “Pensavo: secondo me almeno una risata te la fai anche se hai una malattia grave! E invece niente. Alla fine, però, scoppiò un applauso fragoroso. Nel dibattito che seguì, poi, uno spettatore tedesco si alzò e mi disse: ‘Non ho mai visto nulla di più drammatico!’. E lì ho riso io”.

Il personaggio di Cetto La Qualunque è nato nel programma televisivo Non c’è problema, l’ha inventato scherzando con un amico di origini calabresi, insieme avevano il desiderio di raccontare un Sud che non è mai cambiato. “È un personaggio che ancora mi diverto a riprendere in teatro, come pure tutti gli altri, da Epifanio (che è stato il primo e quello cui sono più affezionato) ad Alex Drastico, da Perego al Sommelier e a Alain Tonné, nato ben prima di Masterchef che non ho mai visto pur amando molto la cucina. Inventai persino una ricetta, il ‘brodo alla griglia’, poi scoprii che esisteva veramente, è un brodo che viene congelato in contenitori simili a vasi etruschi e poi scongelato davanti al cliente tornando brodo”.

Cosa fa ridere Antonio Albanese? “Vado a periodi. In questo momento mi fa ridere il mondo del web, leggo delle cose davvero ridicole. E poi mi fanno ridere le cose elementari, come una caduta. Ma soprattutto mi fa ridere la spocchia di certa ‘intellighenzia’, il sapere elevato a postura. I veri intellettuali sono persone semplici, educate, come Giuseppe Pontiggia che ho avuto l’onore di conoscere”.

I suoi attori preferiti? “Sono sempre attento al lavoro dell’attore, più del lavoro del regista o la messa in scena. Su chi mi ha colpito di più non saprei, forse Philip Seymour Hoffman, in certi momenti mi è sembrato di vedere in lui il talento totale, assoluto. Io non sono una persona invidiosa ma con lui ho provato un po’ di invidia. Come pure l’ho provata nei confronti, ad esempio, di Corrado Guzzanti o del primo Paolo Villaggio, artisticamente sublime, era qualcosa di assolutamente nuovo per me”. Per lui che si definisce “un attore per caso”, da sempre appassionato di teatro, folgorato dallo spettacolo ‘Elementi di struttura di un sentimento’ di Gabriele Vacis: “Lì ho capito che sarei voluto salire su un palco. Così, insieme a un’amica, mi sono iscritto a un corso serale di recitazione e poi alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano che stavo per lasciare al secondo anno per motivi economici, se il Direttore non mi avesse minacciato. Ora recito non solo per il gusto di apparire in pubblico, è proprio un piacere mio, non vedo l’ora di lavorare, tanto che sul set mi presento un’ora prima, a teatro anche con due ore di anticipo, gli amici mi prendono in giro per questo. Se ora in televisione mi vedete poco è perché non ho nulla di nuovo da offrire al pubblico, del quale ho molto rispetto. A ottobre, però, si vedrà su RaiTre una serie che ho realizzato anche da regista, I topi, sei puntate di mezz’ora l’una, che ha per protagonista una famiglia di latitanti che vive all’interno di un bunker, io interpreto Sebastiano, un personaggio che rappresenta un po’ l’evoluzione di Alex Drastico”.

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La redazione

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