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Guglielmo Poggi, “Il mio ‘tuttofare’? Un eroe contemporaneo”

In sala in questi giorni è il bistrattato ‘tuttofare’ di Sergio Castellitto nell’omonimo film di Valerio Attanasio, ma prima Guglielmo Poggi è stato lo studente che prende ripetizioni da Edoardo Leo in Smetto quando voglio, il personaggio che avvia l’azione in L’estate addosso e un giovane smartphone addicted in Beata ignoranza.
Qualche anno fa quando lo incontrai per la prima volta era in partenza per Cannes con un corto Siamo la fine del mondo da lui diretto, oggi è a lavoro su due progetti con il suo sodale Giulio Guarino: uno sul coraggio delle donne di denunciare gli abusi subiti, l’altro è una serie sull’uso delle tecnologie.
La regia continua ad occupare un posto privilegiato nel suo cammino artistico, “perché – spiega – è un modo per affrontare argomenti che oggi con l’opinionismo da web passerebbero in sordina un attimo dopo; viviamo un’era in cui tutti possono dire tutto, invece metterli per iscritto sullo schermo può aiutare a non scordarli mai più. Parlo spesso di disagi alimentari e senza necessariamente ricorrere al drammone ; mi piace raccontare storie senza doverlo fare con un post”.

Assistente, portaborse, autista, parcheggiatore, cuoco.  Chi è Antonio Bonocore?
Mi piace definirlo un eroe contemporaneo, come ce ne sono tanti, che la mattina prende la metro e va a lavoro anche se sottopagato e senza prospettive;  ciononostante conserva il sorriso, la voglia di studiare ed essere sempre competente. Dall’altro lato accetta anche dei compromessi, il che lo mette nel calderone dei personaggi che potrebbero essere considerati cattivi, ma per me rimane un eroe e se fosse un mio amico lo difenderei a spada tratta, mi è rimasto nel cuore.

Ti sei ispirato alla realtà che ti circonda o a dei modelli cinematografici?
Quasi sempre parto dall’osservazione del reale per raccontare qualcosa che non è quotidiano ma archetipico, ho cercato di restituire un modello generazionale; Antonio ha le caratteristiche di molti miei amici nerd, competenti ed esperti della propria materia.
Grazie alla sceneggiatura di Valerio ho tentato di restituire un modello reale, che mi auguro non esista nei termini estremi descritti dal film, perché spero che la realtà – anche se ci credo poco – sia un po’ più felice.

Ti è mai successo di ritrovarti in circostanze simili a quelle del protagonista?
Per fortuna non ho mai vissuto una situazione così estrema, ma spesso mi è capitato di sentirmi sostituibile sempre e comunque; è una forma di ricatto psicologico per cui penso che il precariato sia esistenziale prima che lavorativo. Senti che il tuo futuro non dipenderà solo da te, ma da una quantità di cose che sfuggono al tuo controllo; ho sempre percepito questa sostituibilità perenne e l’ho vista anche applicare ad altri. Il concetto per cui “se non vuoi stare qui perché pensi di essere pagato troppo poco, sappi che c’è qualcuno pronto come te e che costa meno di te” riguarda tutti quelli della mia generazione.
Spesso ti  trattano senza rispetto e attenzione per ciò che fai o per l’impegno che ci metti; l’ho vissuto sulla mia pelle.

Saresti disposto a comportarti come Antonio?
Mi è successo tante volte e su diversi set di lavorare gratis, lo fai perché sei appassionato al tuo lavoro e non ti va di privartene all’improvviso solo perché le condizioni non sono quelle giuste o perché non puoi scendere a compromessi; nella maggior parte dei casi li accetti e vai avanti.

Cosa invece gli invidi?
Lo sguardo propositivo nei confronti della vita che a me manca, sono molto più lamentoso e critico. Antonio è uno che va dritto, fa quello che deve fare con il sorriso e tanto entusiasmo. Questo atteggiamento fa sì dall’altro lato che il personaggio di Castellitto giganteggi, e sarebbe stato alto tradimento non farlo così.

E con Sergio Castellitto come è andata? Ti ha schiavizzato come succede ad Antonio?
No, no assolutamente! È un attore molto generoso, fa succedere le cose sul momento e non è così scontato che accada; Sergio ha questa dote e la trasmette agli altri. Sono stato molto fortunato a poter incontrare prima di tutto un grandissimo maestro: è come aver fatto scuola da Monicelli o Scola, con cui lui ha lavorato e ho avuto il privilegio di vedere a pochi centimetri da me l’omaggio che con il suo personaggio ha reso alla commedia all’italiana.

Da giovane attore come hai vissuto la sua presenza sul set?
Ero entusiasta di poterci lavorare. Trovarmelo davanti è stato un bel colpo, la grande occasione della vita, quella che aspetti dopo tanta fatica. Alla prima lettura del copione ci siamo confrontati sui ruoli e mi sono reso conto che ci trovavamo d’accordo su tutto; è durato giusto il tempo di un caffè.
Sul set tutte le mattine studiavamo insieme le scene, ci trovavamo nel camerino e ne costruivamo la dinamica buttando giù tutte le nostre idee.
Sergio tende a volte a stravolgere la scena anche quando l’hanno giudicata buona, cerca sempre di darti una seconda possibilità, perché sa che al montaggio tutto può accadere; in scena con lui spesso non sapevo quello che sarebbe potuto succedere. Dovevo mantenere altissima l’attenzione, perché è quel tipo di attore che da un momento all’altra può darti un’intuizione pazzesca e tu devi essere pronto a seguirla.

L’esperienza in Trust?
Ho girato un solo giorno, quindi un’esperienza piccolissima. Danny Boyle mi aveva visto al provino e la versione del ragazzino depresso, amico di Paul Getty, che avrei dovuto interpretare, lo fece ridere molto. Boyle ha un dono: spiegarti il personaggio con una sola parola, lo ha fatto anche con me e quel giorno ho imparato tantissimo. È uno di quei registi che conosce il segreto del cinema e quando te lo ritrovi davanti puoi solo approfittarne e rubare il più possibile.

Con la diffusione dello streaming a pagamento molti cinefili preferiscono vedere i film in casa. Però la sala conserva sempre il suo fascino… Perché?
Al contrario dell’alienazione offerta dai servizi on demand, che sono realtà in cui sguazzo, il cinema rimane un punto di ritrovo e incontro. La sala è una scelta, è condivisione di un viaggio, non è trovarsi sul divano di casa e guardare qualcosa per caso. Sono della alternative nate per rispondere al bisogno ossessivo delle persone di coltivare la propria individualità. Certo, è sicuramente più facile starsene a casa invece che prendere la macchina e andare al cinema a vedere un buon film

Come giudichi lo stato di salute del cinema italiano oggi?
Credo sia un periodo positivo, basta dare un’occhiata alla quantità di produzioni e in Italia in questo momento si produce tantissimo. Ma vedo molto meno positivamente il cosa viene prodotto, percepisco poca necessità; non parlo di film belli o brutti, ma non necessari. La necessità è per me un termine valido per qualsiasi artista, ognuno dovrebbe trovare una necessità vera e profonda in quello che fa e se non c’è si sente. La necessità fa la differenza. In Italia si fa tantissimo, ma non sempre c’è bisogno che si faccia così tanto.
Tutti hanno l’ambizione di fare grandi film, ma è difficile fare un grande film ogni sei mesi.

Se la tua vita fosse un film quale sarebbe?
Non riesco a darti un titolo, con i film mi prendo delle grandi vacanze da me stesso, la mia vita è molto meno cinematografica di quelle che ho interpretato. Cerco di gestirla nella maniera più rasserenante possibile, cerco di rendere i film un pezzo fondamentale nella vita degli altri, e uno squarcio importante della mia.

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Elisabetta Bartucca

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