LOGO

Pierfrancesco Favino al Bif&st: “Noi attori siamo solo un tramite, il pubblico è sovrano”

Pierfrancesco Favino al Bif&st: “Noi attori siamo solo un tramite, il pubblico è sovrano”

Il Petruzzelli ha visto, in questi anni, alternarsi molti volti e carriere, ma i portatori sani di umanità, tra gli artisti, non sono poi così tanti. Fa netta eccezione Pierfrancesco Favino, che ha registrato il tutto esaurito a teatro come altri suoi colleghi che lo hanno preceduto al BiF&st, ma ha commosso ed emozionato il pubblico come nessun altro.

di Caludia Catalli

Infermiere, criminale, politico corrotto, celerino violento, scienziato, omosessuale innamorato, campione di ciclismo, futuro moschettiere, non basta un’ora e mezza a raccontare la miriade di storie a cui ha dato vita Pierfrancesco Favino, l’attore romano dalla carriera solida e longeva, capace di attraversare palcoscenico, piccolo e grande schermo con disinvoltura rara, senza mai perdere un briciolo di credibilità.

Imitatore senza pari, è stato in grado di imitare i grandi di ieri, da Marcello Mastroianni a Ferruccio Amendola, fino ai colleghi di oggi, come Marco Giallini e Rocco Papaleo. Malgrado quella che ha definito lui stesso “una faccia ingombrante”. Ovvero: “Un viso plastico, quasi da clown, che paradossalmente mi ha permesso di fare tante cose. Inizialmente pensavo che avrei fatto il comico: il mio volto davanti alla cinepresa c’è, è evidente, non scompare come quello di altri colleghi che attraggono la luce. Ho più una faccia da Otello che da Romeo. Anche per questo lavoro molto con il corpo, e mi piace, adoro cambiare e trasformarmi perché uno degli aspetti più belli del nostro mestiere sta nel privilegio di scoprire quante cose possa essere un essere umano”.

Filosofo mancato, prosegue con il suo elogio all’umanità improvvisato: “Siamo una meravigliosa invenzione, noi esseri umani: dentro abbiamo così tante sfaccettature da poter far convivere il violento e il pacifista, e la possibilità di poter toccare questi opposti è un dono. Il cinema consente di ispezionare tutte queste sfumature”. Quando ha capito di voler fare l’attore? Da bambino: “Ho sempre saputo di volerlo diventare,  quando in tv trasmettevano un film, i miei mi dovevano staccare dallo schermo, perché ero come ipnotizzato. Devo tanto anche ai miei genitori che erano appassionati di teatro, io a sei anni volevo fare l’attore”. Mestiere che ti costringe a metterti in discussione: “Parliamo sempre di persone, non amo molto parlare di personaggi. Preferisco chiamarli individui. Quando lavoro ad un film, capisco di averli compresi davvero quando ho capito come pensano, non come rispondono. La parte più bella del mio mestiere è quella preparatoria, che richiede studio e ricerca, e mi fa entrare in contatto con parti sconosciute di me. Perché noi attori siamo un tramite. Noi siamo solo strumenti. Siamo la maniglia di una porta che sarà varcata dallo spettatore”. Il pubblico è sovrano, e per stupirlo devi saper sparigliare le carte: “Dopo il Libanese in Romanzo Criminale ho corso il rischio di rimanere chiuso nello stereotipo. Per questo ho scelto di fare La sconosciuta e Saturno contro, due film spiazzanti per la percezione del pubblico. La responsabilità è nostra: devi sapere scegliere. Per questo ho fatto Sanremo: per cambiare le carte in tavola e mostrare una parte poco nota di me. L’intenzione mia e di Claudio Baglioni era fare spettacolo. Quando ho accettato di condurre il festival avevo paura di quello che avrebbero detto di me, poi ho capito che non c’era niente di male ad essere coinvolto in qualcosa di nazionalpopolare. Anzi, sarei contento che in futuro qualche mio collega seguisse questo esempio, perché farebbe bene alla nostra professione e al nostro cinema “.

About the author
La redazione

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top