LOGO adv-468x60

Io sono tempesta: Nessuna quiete dopo la tempesta

Io sono tempesta: Nessuna quiete dopo la tempesta

Il nuovo film di Daniele Luchetti si inserisce nell’interstizio fra giusto e sbagliato con un interprete gigantesco, Marco Giallini. In sala dal 12 aprile.

 

 

Il divario tra ricchi e poveri, l’incerta situazione economica italiana, il confine tra lecito e illecito: tutte contraddizioni e stilemi tipicamente italiani, che di volta in volta vengono declinati nei nostri film (preferibilmente di commedia, spesso all’italiana) e che, complici personaggi della cultura politica discutibili e “bigger than life”, hanno creato un vero e proprio genere. Che poi alcuni autori di svolta – Moretti e Sorrentino su tutti- abbiano saputo delimitarne i confini e le caratteristiche è un altro discorso: circostanza che ha creato delle icone cinematografiche da cui il cinema stesso fa fatica a svincolarsi, oggi.

Sarà per questo che due film diversissimi fra loro per regista, obiettivi e realizzazione come Loro 1 e proprio Io Sono Tempesta finiscano per avere contorni simili, che però slabbrano e sfumano rendendo le due opere uguali ai loro autori e quindi assolutamente personali: al centro, manco a dirlo, Silvio Berlusconi e il berlusconismo, quello stile di vita che ha segnato così a fondo la cultura e l’immaginario italiano degli ultimi vent’anni, se non proprio la nostra storia. La fotografia di Bigazzi fa il resto -con stanze grandi, grandissime, dentro cui i protagonisti sembrano proprio scomparire -, e così Io Sono Tempesta diventa uno dei film più importanti della stagione: perché oltretutto perfettamente incastonato nella creazione filmica di Daniele Luchetti, che dichiaratamente fin dalle sue primissime cose (Arriva la Bufera e Il Portaborse) si muove lungo le coordinate e le misure che distanziano la commedia politica dal dramma sociale, perché finemente cesellato sui due protagonisti tra i quali necessariamente primeggia Marco Giallini.

In un ruolo gigantesco per risultati più che per intenzioni: il Numa Tempesta di Giallini si affianca al Bruno di Elio Germano, due personaggi a tema che si specchiano l’uno nell’altro per mostrare come tra ricchi e poveri non ci sia differenza, la predisposizione al male alberga in tutti noi, e la politica è solo uno strumento che viene offerto per tirarla allo scoperto. La politica, come la finanza, si mettono quindi al centro del film a ricordarci come siamo fatti e come il mondo ci cambia senza necessariamente che siamo noi a cambiarlo, dandocene solo l’illusione: e si distanzia perciò dalla ricca e intensa produzione luchettiana, solo superficialmente, preferendo non utilizzare le tonalità del dramma in maniera teatrale e sfruttando al meglio i suoi protagonisti e la sua storia.

Numa Tempesta è in fondo un gaglioffo dal cuore d’oro; che poi d’oro sia solo placcato non interessa a nessuno, perché il personaggio di Giallini risulta alla fine così (con)vincente, affascinante, coinvolgente, amabile da essere al di sopra di tutto e di tutti, lievitando con la sua potenza su ogni necessaria definizione di giusto e sbagliato.

Il film allora inanella situazioni brillanti ed estreme, imbarazzanti e fortemente emotive, letteralmente intrise di umanità dolente e sfuggente, come la seduzione di Numa dell’assistente sociale, la prima/ultima cena di Numa e suo padre; e soprattutto, nella sua andatura ondivaga, piena di sussulti e oscurità come di abbagli di luce che ripiegano all’improvviso il film su sé stesso, costellato da sguardi importanti.

Dev’essere stato imponente lo sforzo di Luchetti di tenere a bada il macchiettismo, il grottesco, i toni troppo alti e quelli troppo bassi per tenere Io Sono Tempesta in un perfetto equilibrio paradossale (è una commedia nera? O è solo una commedia?): e renderlo uno specchietto perfetto della nostra storia e della nostra società, per le nostre acrimonie da dissolvere liberatoriamente in una risata assolutoria. Fino al finale: che, sinceramente e per amore d’onestà, è un po’ paraculo, con le psicologhe dietro al bancone del bar. Sempre che Luchetti non abbia voluto mascherare una sconfitta da vittoria, accendendo all’improvviso i colori e facendo un passo indietro preferendo non prendere posizione. Ponendo una domanda, invece che dare una risposta; decostruendo ogni forma di buonismo e/o ottimismo interrogando il pubblico se quello che gli offre nell’happy ending sia o meno la salvezza migliore per ognuno.

Perché il riscatto ognuno lo cerca nelle maniere che ritiene migliori; per dormire la notte, o per mandare avanti le prossime generazioni. Certo è che non c’è quiete, dopo Tempesta.

Gianlorenzo Franzì

About the author
La redazione

Leave your comment


         




Back to Top