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Io c’è: Alessandro Aronadio, “Il mio film sul bisogno di credere”

È uscito in sala Io c’è, commedia che indaga in maniera sottile e intelligenze su bisogni e ossessioni della nostra epoca. Abbiamo incontrato il regista, Alessandro Aronadio, alla sua opera terza dopo il successo di Orecchie.

 

IO C’E’ mette il dito in una delle questioni più problematiche d’Italia, la religione: nel momento della scrittura, ti sei posto il problema se limitarti o limitare il linguaggio del film per evitare di offendere qualche religione? Perché le sfiori un po’ tutte, concentrandoti poi sul Cristianesimo in particolare…
Il mio non è un film contro nessuna religione in particolare, bensì sul bisogno di credere insito in ogni essere umano. Volevo provare a ragionare, ovviamente cercando di divertire, sul bisogno atavico di credere in qualcosa. Ho osservato la vita di tutti i giorni ed è incredibile pensare che credere in una religione o in un’altra porti gli esseri umani, in una società civile, ad essere l’uno contro l’altro. Come se le persone che amano un film iniziassero a combattere con quelle che ne amano un altro: perché in fondo le religioni sono tutte Storie, hanno comunque la stessa funzione di una storia, darti un ordine nel caos della vita. E quindi osservare le religioni come bisogno primario, ma con conseguenze a volte così drammatiche, così tragiche, mi poneva la questione: “Ma perché”?

Dal nucleo centrale del film poi si diramano tantissime altre strade, come la forza delle idee, che sopravvivono ad ogni cosa e soprattutto ad ogni tentativo dell’uomo di distruggerle: sul finale lo stesso protagonista Edoardo Leo vorrebbe liberarsi di questa sua creatura ma scopre di aver creato qualcosa più grande di lui. Volevi parlare della potenza della religione o avevi intenzione appunto di parlare delle idee, della creazione in senso più ampio?
Bè, si… in realtà il personaggio di Edoardo ha a che fare con la cialtronaggine di uno che vuole evadere le tasse: ci tenevo che non fosse un film su qualcuno che vuole truffare l’essere umano, che non vuole abbindolare con la creduloneria. Lui non fa nulla per prendere in giro le persone, ma si trova a doversi confrontare con qualcosa che lui stesso non aveva mai preso in considerazione, cioè la necessità umana di credere in qualcosa. Il personaggio di Edoardo crea una religione che è qualcosa di molto contemporaneo, di perfetto, a misura d’uomo medio, e di fronte all’idea più grande di lui e a delle conseguenze inattese si ritrova a non poter più fermare quello che ha iniziato.  È ovviamente un concetto che dal film IO C’E’ può riguardare qualsiasi altro aspetto sociale o culturale.

Sei passato da un film come ORECCHIE, fortemente sperimentale soprattutto visivamente, ad uno come IO C’E’ che è invece fondato su una sceneggiatura con un’idea fortissima dietro…
Orecchie era esattamente l’esperimento opposto di IO C’E’. Lì c’era un low concept totale: un uomo si sveglia con il fischio alle orecchie e starà così tutta la giornata, cioè un’idea molto più che banale. Non avrei mai potuto costruire un film se non Orecchie: cioè far diventare appetibile ed “emozionabile” un film che ha una scintilla di partenza minima, volevo fosse proprio scarnificato, dal punto di vista delle inquadrature, dell’attore protagonista, delle scene… la sfida era “prendiamo un’idea così piccola e vediamo se riusciamo a far divertire lo spettatore”. IO C’E’ invece è esattamente l’opposto: c’è un high concept, con un uomo che per non pagare le tasse si inventa una religione, quindi è un film che, pur partendo da elementi autoriali che c’erano anche nel mio primo film, è completamente diverso. Un cast importante, una produzione più grossa, un tentativo di fare un film che, pur mantenendo una matrice “autoriale”, cerca di arrivare al grande pubblico mantenendo un’idea molto forte.

Abbiamo un tris d’attori incredibile. Buy, Battiston e Leo danno un apporto fondamentale alla storia (insieme ovviamente a Giulia Michelini e Massimiliano Bruno), ma penso che per Battiston si tratti probabilmente del ruolo migliore da molti film a questa parte, uno di quei personaggi che ti capitano una volta nella vita…
Amavo Battiston, lo conoscevo poco e ho cominciato a pensare ad un ruolo per lui che si è evoluto e ho avuto modo di conoscerlo meglio e cucirgli addosso il personaggio. Battiston è un attore pazzesco, in questo film ci sono sequenze in cui lui è mostruoso…

Assolutamente, la scena sul finale in terrazzo con Leo è straordinaria, lui è spaventoso, in un perfetto equilibrio sul delirio…
Ma soprattutto follemente credibile nel suo delirio, in quel delirio che il suo personaggio attraversa. Rimanendo sempre in quel sottile confine fra il tragico e il comico, che è quello che cercavo, tanto che poi appunto in quella scena chiave che dici tu non si sa se ridere o inquietarsi per quello che sta facendo. È tragicomico nel senso più alto del termine. È il ritratto di un artista frustrato, che poi per me racconta una delle cose più interessanti del film, ovvero l’ambizione del mediocre. Marco (il personaggio interpretato da Giuseppe Battiston, nda) è un artista mediocre, che fa libri provocatoriamente fatti “per non essere letti” perché vuole esorcizzare il pericolo di non avere successo; e poi capisce prima di tutti l’idea e la potenzialità di un progetto folle e sulla carta ridicolo come quello di inventare una religione, con tutte le conseguenze, tanto da diventarne l’ideologo e se vuoi il marionettista.

Invece quanto ha messo Edoardo di se stesso come autore nel suo personaggio?
Con Edo abbiamo parlato molto della commedia che ci piace, quella dei registi veramente bravi e che aveva in sé una buona dose di cattiveria, che poi è l’ingrediente che veramente manca oggi al cinema italiano. Quindi abbiamo condiviso l’amore per il cinismo e il suo personaggio l’abbiamo scritto con questo suo gusto: rispetto agli altri suoi ruoli Massimo è molto meno passivo e molto più vittima della crisi, molto più figlio di puttana… quindi parliamo proprio di un cialtrone sullo stile di Gassman, di Sordi: poi si ritrova a doversi confrontare con qualcosa di molto più grande di lui e la cialtroneria e la spacconaggine lasciano il posto a qualcosa di più oscuro.

Se venissi a sapere dello ‘ionismo’, cosa ne penseresti?
La guarderei con curiosità, perché è una religione perfetta per i tempi che corrono, dove c’è un delirio narcisistico assoluto, basare tutto sull’Io mi sembra geniale dal punto di vista del marketing. Di conseguenza, anche il guardarsi allo specchio che è il corrispondente di un selfie è un’idea ad immagine e somiglianza di sé stessi. Viviamo in un’epoca dove c’è l’’esigenza spasmodica di sottolineare la propria esistenza e le proprie parole.

E se invece scoprissi che proprio il tuo film ha dato il via ad una nuova religione? Se lo ‘ionismo’ venisse davvero fondato?
Sarebbe fantastico. Abbiamo fatto il film proprio per fare i soldi con la religione!

di Gianlorenzo Franzì

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La redazione

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