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Ready Player One: Un grande regista e il suo habitat

Ready Player One: Un grande regista e il suo habitat

A poche settimane da The Post Steven Spielberg torna al cinema con il fantascientifico Ready Player One, tratto dal romanzo culto di Ernest Cline. Interpreti Mark Rylance e i giovani Tye Sheridan e Olivia Cooke. In sala dal 28 marzo.

Non serve neanche inserire la moneta per vedere la scritta Ready Player One. Il mantra delle sale giochi oggi diventa il titolo di un film che è allo stesso tempo un atto d’amore per un momento d’oro nella cultura popolare e un tramite verso le generazioni future, il tutto racchiuso nell’involucro luccicante e ultramoderno di una pellicola virtuale che vive almeno il 60% della sua durata nel rigore digitale della computer graphics. Regista neanche troppo occulto è Steven Spielberg, che mescola l’esperienza ultratecnologica del suo recente Le avventure di Tintin alla sindrome di Peter Pan che ha caratterizzato la parte più felice della sua carriera, quegli anni 80 e 90 che sono il serbatoio principale di citazioni e rimandi della sua ultima opera.

Il giovane Wade Watts (Tye Sheridan, visto nell’ultimo film degli X-Men) cerca di sfuggire alla tetra realtà dello slum dove vive con una zia non particolarmente affezionata. La sua via di fuga è l’universo virtuale di Oasis, la colossale, straripante creazione di James Halliday (Mark Rylance, già alla terza collaborazione con Spielberg), uno strano ibrido tra il genio innovatore di Bill Gates e la solitaria misantropia del Willy Wonka di Gene Wilder. Halliday è morto ma nonostante tutto la sua ombra aleggia ancora su Oasis, nella forma del suo Avatar virtuale, il mago Anorak. Halliday è morto ma è anche in cerca di eredi, e così la cultura del Mmorpg (acronimo che sta per gioco di ruolo online per il multiplayer di massa) diventa una quest cavalleresca, la ricerca di tre chiavi nascoste dal creatore nello sterminato panorama del videogioco, tre chiavi che apriranno le porte del regno al fortunato vincitore. Sulle tracce dell’insperato tesoro non c’è solo Wade ma una platea di cacciatori e appassionati come la misteriosa Art3mis (Olivia Cooke, già vista nel delizioso Il fantastico peggior anno della mia vita), ma anche la squadra dei Sixers, un esercito di giocatori al servizio del losco affarista Nolan Sorento (Ben Mendelsohn) e della sua multinazionale.

Lo scrittore Ernest Cline, nell’adattare il suo omonimo romanzo in collaborazione con Zak Penn, è rimasto fedele nello spirito pur essendo costretto a cambiare molti dei riferimenti presenti. Colpa – com’è facilmente intuibile – della giungla dei copyright, in cui una grande produzione cinematografica non avrebbe potuto farsi strada a colpi di machete come aveva fatto invece il bestseller in libreria. Ma se anche cambiano gli attori in gioco, se lo Shining di Kubrick prende il posto del War Games con Matthew Broderick, se compare il più noto Gundam al posto del misconosciuto Ultraman e se dal magma delle citazioni emergono Ritorno al Futuro (prodotto dall’Amblin di Spielberg) o Il Gigante di Ferro di casa Warner Bros. (che produce e distribuisce anche Ready Player One) il valore effettivo non cambia.

E, non neghiamolo, al di là della sottotraccia idealista, di una critica sociale che prende la forma di una realtà tendente al distopico, al di là del richiamo più che necessario alla vita reale il corpo magnetico del film è proprio nell’omaggio continuo, sistematico e ricchissimo ad ogni aspetto della cultura popolare. Cinema, musica, fumetti, cartoni animati e videogame. Il gioco di rimandi è una gioia per gli occhi, una cornucopia enigmistica, che fa venir voglia di vedere il film più volte, di osservarne anche i fotogrammi per riconoscere i personaggi, le situazioni. E lo spettacolo non si limita alle immagini o ai tanti richiami nei dialoghi ma trova il suo spazio anche nella colonna sonora, con una tracklist di pezzi anni 80 che si mescola alle composizioni originali di Alan Silvestri e a brani di altre colonne sonore (da Ritorno al Futuro e non solo) che accompagnano le apparizioni delle citazioni più celebri.

Ma il grande merito di questo film, che oltre alle citazioni mette in campo un ottimo ritmo narrativo e apparecchia un mondo vivace e nuovo,  è forse quello di restituire un grande regista al suo habitat naturale. Ready Player One rispolvera lo Spielberg eterno adolescente che alla fine, a parte alcuni picchi (Schindler’s List, L’Impero del Sole, il recente The Post), si è dimostrato un regista molto più compiuto e interessante dello Spielberg adulto. Ed il merito non è solo del regista, che su questo film ha lavorato quasi un anno e mezzo, ma anche del materiale di partenza che è riuscito a ispirarlo come non era riuscito al Roald Dahl del precedente Il GGG. Certo, la padronanza del mezzo cinema non era mai stata in discussione. Del resto Spielberg è uno che il linguaggio della celluloide lo ha rivoluzionato più volte. Ciò non toglie che sin dal volgere del nuovo secolo sempre più di rado il regista di E.T. e di Incontri ravvicinati è riuscito a trovare la sintonia con il suo pubblico, quello che da Duel allo Squalo, da Indiana Jones a Jurassic Park fino ai già citati ed episodici film seri, era pronto ad affrontare qualunque fila al botteghino per lui. Vuoi la scelta di argomenti verbosi che hanno alimentato una naturale propensione alla retorica (Amistad, Lincoln), vuoi la firma su alcuni film riusciti ma non particolarmente personali (Prova a prendermi, The Terminal) anche quando affrontava la tanto cara fantascienza (Minorit Report, La Guerra dei Mondi) Spielberg sembrava aver perso la sua voce autoriale, che ritorna prepotente in Ready Player One. E l’augurio, per noi e per il cinema, è che non sia un caso isolato.

 

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Marcello Lembo

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