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Un sogno chiamato Florida: sotto la maschera di cartapesta

Un sogno chiamato Florida: sotto la maschera di cartapesta

Abbandonata la videocamere dell’i-Phone, Sean Baker mette ancora in scena gli ultimi della società con Un sogno chiamato Florida. Ad altezza bambino, il racconto di una vita di confine tra povertà e sogno. In sala dal 22 marzo.

Ad un personaggio di Tangerine (presente nel catalogo italiano di Netflix), Sean Baker fa dire: “Los Angeles è una menzogna splendidamente confezionata“. A due anni da quel film, sembra che The Florida Project, in italiano reso con Un sogno chiamato Florida, prenda spunto proprio da quella frase per raccontare una nuova storia. Sì, perché se sostituiamo “Los Angeles” con “Orlando”, il significato di fondo resta quello. Dalla capitale delle stelle alla capitale del divertimento per famiglie, il percorso di Baker resta coerente, concentrato com’era – e com’è – sugli ultimi della società, quelli presi a calci nel didietro dal sogno americano (Tonya, a breve nei cinema, e The Disaster Artist ne sono altri due splendidi e attuali esempi).

Moonee ha sei anni e vive con la madre in un motel dai colori pastello alle porte del parco divertimenti di Disney World, che, molto probabilmente, non ha mai visitato. Il caldo estivo della Florida, i grandi paesaggi tropicali, qualche spicciolo recuperato per comprare un gelato (in una gelateria a forma di gelato) e i due piccoli vicini di casa sono la sua Disney World. Quello di Moonee è un mondo di confine e lei deve imparare ad affrontare ogni giorno una realtà in cui i colori pastello sono solo quelli dei muri dei palazzi. Piccola bulla che sputa sulle macchine dei nuovi arrivati al motel dove soggiorna (ora diventato una sorta di “casa popolare”), che spia la signora in topless in piscina, che prende in giro, urla, dice parolacce e contravviene alle regole imposte dal manager Bobby (un fantastico Willem Dafoe, unico attore professionista nel film e meritatamente candidato all’Oscar per questo ruolo).

Baker prende la sua telecamera, segue Moonee e i suoi amichetti e mette in scena un ritratto (che non ha nessuna intenzione di scadere nello sdolcinato) della white trash, della “spazzatura bianca“, i poveri d’America che non hanno la pelle nera: alle spalle di un parco giochi, simbolo di un Impero costruito sul mito – superato – dell’opportunità per tutti, la disperazione di chi, senza un lavoro, senza una prospettiva, nell’orizzonte ampio che gli si staglia davanti, cerca solo il modo per arrivare alla fine di un’altra lunga giornata.
Le strade del Magic Castle e di Futureland (così si chiamano i comprensori in cui si svolge questa storia) da riparo per turisti – ce ne sono due, nel film, che appena arrivano, vogliono scappare – diventano non-luoghi della disperazione, un po’ come le strade di Los Angeles riprese in Tangerine. Gli ampi campi lunghi e gli accesi colori dei paesaggi (la scena sull’albero con Moonee e l’amica che mangiano waffle con marmellata è di una bellezza prepotente) sono i mezzi di cui Baker si serve per sfasciare la cartapesta dei sogni e sviscerare i drammi di una realtà che ha pochissimo da offrire. Da non perdere!

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Augusto D'Amante

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