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Foxtrot: destino ballerino

Foxtrot: destino ballerino

Dopo Lebanon, il regista israeliano Samuel Maoz torna nei cinema italiani con Foxtrot. Una danza con il destino che ha vinto il Gran Premio della Giuria all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. In sala dal 22 marzo.

Sinistra, sinistra. Avanti, avanti. Destra, destra. Indietro, indietro. I passi del Foxtrot, ma anche la resa visiva del rapporto che l’essere umano ha con il destino. Almeno secondo Samuel Maoz che, dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (nel 2009, sempre al Lido, aveva vinto il Leone d’Oro con il suo primo film, Lebanon), arriva dal 22 marzo nelle sale italiane.

Gli spazi angusti del primo film (il carroarmato) ora tendono ad allargarsi, pur mantenendo un’atmosfera claustrofobica che sottolinea quanto gli individui al centro delle vicende siano, in qualche modo, intrappolati e impossibilitati ad un movimento veramente ampio. Dalla casa in cui vive Michael (fatta di luci scure e geometrie perfette quasi snervanti) al checkpoint in cui suo figlio è stanziato insieme ad altri commilitoni, gli ambienti ritratti di Maoz sono in balìa di una forza centripeta che non gli permette di uscire da questo circolo vizioso, da questo movimentato ballo con il loro destino. I passi del Foxtrot segnano un eterno ritorno, disegnano un cerchio che collega padre e figlio, allontanati dalla crudeltà della guerra. Ed è proprio in questo movimento circolare che rientra l’intera struttura della pellicola: il regista israeliano mischia stili e registri in una composizione a tre atti che tanto ricorda la più classica delle tragedie greche.

Se all’inizio ci troviamo davanti alla tragedia, all’evento che stravolge le vite, con un padre e una madre che affrontano la notizia terribile del figlio “caduto in battaglia” (per un soldato non si usa “morto”, tendono a specificare al telefono mentre preparano il necrologio), Maoz passa, dopo un velocissimo cambio di prospettiva, a qualcosa di più surreale e fortemente simbolico. La vita dei quattro soldati, stanziati in un checkpoint ai confini di qualsivoglia realtà, si divide tra il container-dormitorio che ogni sera sprofonda di un centimetro nel fango, il lavoro svolto quasi per assuefazione e un cammello che lentamente gli passa davanti. Scherzo beffardo di un destino che provoca fino ad esplodere quando una innocente lattina di birra cade da una macchina durante un controllo. Infine l’ultimo cambio, quando la speranza fa capolino in un microcosmo devastato dal dolore.

Maoz ha la pecca di aver costruito troppo questo Foxtrot. Come un esperto coreografo, i suoi “passi di danza” seguono una logica ferrea, spesse volte prevedibile, ma genuinamente sorprendente nei colpi di scena. Il cerchio disegnato da Maoz si delinea nel secondo atto della vicenda, quando, anche grazie all’aiuto del cartoon, vuole trovare il punto di contatto tra padre e figlio: la donnina con i seni censurati sulla rivista per adulti, il senso di colpa per essere stati, ognuno per sé, responsabili del proprio (tragico) destino.

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Augusto D'Amante

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