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Metti la nonna in freezer: Quando la commedia si tinge di acido

Metti la nonna in freezer: Quando la commedia si tinge di acido

In sala dal 15 marzo la black comedy di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi con un’inedita Miriam Leone. Risate assicurate.

 

 

 

Dal web al cinema il passo non è né breve né lungo, solo difficile: arrivano oggi Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, carichi di aspettative per un passato di satira bollente su internet, con in dote un produttore dallo sguardo lungo come Nicola Giuliano. E Metti La Nonna In Freezer, la dark comedy con cui debuttano sul grande schermo, ha un po’ di tutto, dai problemi di sceneggiatura delle opere prime alla genialità “scongelata” dei nuovi autori. Che con occhio critico osservano il mondo, e che come la commedia all’italiana ci ha insegnato descrivono i drammi della realtà trasformandoli in battuta. Prendendo quindi spunto da alcuni casi di allarmante attualità (nascondere la morte di un parente per continuare a sopravvivere con la sua pensione) costruiscono un film che va avanti per continui, e insospettati, e quindi gradevoli, detour narrativi.

Perché pur nella disfunzionalità del canovaccio classico (i film comici hanno sempre lo stesso difetto: appena si esaurisce la spinta dell’idea iniziale, arrancano per arrivare al finale), Stasi e Fontana riescono a depistare lo spettatore restando nei canoni del film per tutti: ecco allora che l’Italia in piena mutazione sociale avanza e diventa una commedia vestita di nero con impreviste incursioni demenziali.
Il politicamente scorretto che ben aveva fatto sperare sui due registi si diluisce nel marketing, ma poco importa, perché Metti la nonna In freezer è girato in maniera tutt’altro che impersonale: il film di Stai e Fontana mette in scena la crisi identitaria di un paese anche passando dalla rappresentazione del gioco di coppia che scarta le prevedibilità e si declina invece con una cifra stilistica grottesca, che ribalta completamente la prospettiva (la donna è sempre l’oggetto del desiderio del protagonista, ma il punto di vista questa volta è il suo, e il racconto prevede almeno all’inizio i suoi tentativi di smarcarsi).
C’è poi tutta un’attenzione per i particolari: dal perfetto quasi cameo di Eros Pagni al gusto sottile per i riferimenti musicali, arrivando al respiro internazionale con cui certi movimenti di macchina instradano lo sguardo dello spettatore, e finendo su quel carrello iniziale che tanto ricorda De La Iglesia.

Certo, il finale è claudicante (la morale per cui tutti rubano, quindi è difficile “essere onesti da soli”, suona paracula), ma già è tanto arrivare fino a lì senza stancarsi, senza affanno e sorretti da un ritmo forsennato con un’inedita Miriam Leone che, nonostante i passati ruoli drammatici, centra il peso e la misura rivelandosi semplicemente perfetta.
Ad maiora.

di Gianlorenzo Franzì

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La redazione

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