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Tomb Raider: Un tesoro di nome Vikander

Tomb Raider: Un tesoro di nome Vikander

Torna Tomb Raider, il videogioco che ha avuto più fortuna al cinema, con una nuova protagonista: Alicia Vikander. Dirige il norvegese Roar Uthaug. In sala dal 15 marzo.

La banchina affollata del porto di Hong Kong, tre delinquenti in fuga e la protagonista all’inseguimento. All’improvviso tra inseguiti e inseguitrice si frappone un ostacolo, l’acqua che separa un molo da una barca in movimento. Nella realtà parallela e digitale dei videogame sarebbe stato un salto facile, specie per chi è abituata ad arrampicarsi sulle pareti con la perizia di una free climber e ad esibirsi in evoluzioni da ginnasta. Ma la Lara Croft dell’ultimo film di Tomb Raider esita e non salta.

Forse perché l’eroina dei videogame, che rinuncia alle forme squadrate della grafica poligonale e prende il corpo asciutto e atletico di Alicia Vikander, non è ancora l’eroina dei videogame. Questa almeno sembra l’idea su cui poggia l’impianto del terzo adattamento cinematografico, firmato dal norvegese Roar Uthaug, che fa seguito ai due interpretati da un’Angelina Jolie all’apice del suo sex appeal. Un reboot quindi che vorrebbe essere anche un prequel con una Lara Croft alle prime armi, che non fa ancora affidamento sulle leggendarie pistole gemelle e che non sfoggia neanche la treccia di ordinanza. La futura avventuriera è una ragazza scapestrata, ancora alla ricerca del proprio futuro, che sbarca il lunario facendo le consegne a domicilio e che, ancora prima che il futuro, non ha chiuso i conti con il passato. Un passato rappresentato dall’ombra di un padre (il Dominic West della serie The Wire) di cui si sono perse le tracce in modo misterioso.

Una chiave, una stanza segreta, un’antica leggenda giapponese. Sono quelli che in gergo si chiamano macguffin, dei pretesti che fanno muovere la storia verso la sua logica conclusione, e in questo caso la logica conclusione è un’isola inaccessibile, è una tomba piena di tesori, o forse solo di segreti, con le sue antiche sale fitte di trappole, botole e trabocchetti da cui scampare grazie alle risorse atletiche e una mente lucida. Quello che ha promesso (e anche mantenuto), in sostanza, ogni versione dell’originale videoludico. Era l’unica possibile conclusione e nessuno potrà fare una colpa agli sceneggiatori Geneva Robertson-Dworet e Alastair Siddons se si sono sentiti in dovere di dare al pubblico quello che il pubblico poteva aspettarsi da un film chiamato Tomb Raider. Tutto questo ha un prezzo, però. E il prezzo è stato quello di perdere per strada lo spunto iniziale per mostrarci un’eroina più simile a quella che conoscevamo.

Probabilmente è questo il peccato originale del nuovo Tomb Raider, un film che già alla partenza deve affrontare una sfida non da poco, ovvero superare la maledizione che finisce per affossare (artisticamente più che economicamente) ogni film tratto da un videogame. E quando le buone sequenze d’azione della prima parte, frutto di un lavoro certosino sulle inquadrature sostenuto dall’apporto invisibile degli stunt-men, lasciano il posto a un utilizzo preponderante e invasivo del green screen allora i dubbi tornano a galla, lo spettro della maledizione aleggia. E a dissiparlo non serve neanche il precedente di Uthaug, che si ritrova alle prese con un mare in tempesta dopo che era stata l’onda anomala del disaster movie scandinavo The Wave a farlo uscire dall’anonimato.

Ma Tomb Raider non è solo questo, è anche l’intensità della sua protagonista che, va detto, si dedica anima e corpo al ruolo che potrebbe lanciarla nel remunerativo mondo dei franchise. L’applicazione della Vikander non si vede solo nella preparazione fisica che ha lasciato un’impronta evidente sul suo corpo ma anche nel tentativo di voler dare tridimensionalità a un personaggio che finora aveva conosciuto solamente la tridimensionalità arida del linguaggio macchina. Questa nuova Lara Croft affianca il cipiglio dell’action hero alla tenerezza dell’amore filiale e mostra, nei colpi di scena migliori imbastiti dalla sceneggiatura, di non essere solo un concentrato di muscoli e pistole ma prima di tutto una testa pensante. L’attrice premio Oscar per The Danish Girl è sicuramente la migliore notizia del film, mentre tutto quel che c’è attorno è opaco, è meno a fuoco. L’unica eccezione è forse il villain interpretato da Walton Goggins, uno che ha la faccia della comparsa di uno spaghetti western. Lo aveva capito bene Quentin Tarantino, che gli aveva appunto regalato un ruolo minore nel suo Django Unchained. Ma non è un caso se lo stesso Tarantino abbia promosso Goggins al ruolo di co-protagonista nel successivo The Hateful Eight. Il suo personaggio in Tomb Raider, lo spietato Vogel, non passerà di certo alla storia per originalità, ma l’attore che in tv era stato tra i protagonisti del poliziesco The Shield si sta scavando un suo spazio a Hollywood e nel film fa una figura migliore di molti colleghi molto più titolati di lui. A cominciare da Kristin Scott Thomas, a cui viene riservato un ruolo di secondo piano, passibile però di futuri sviluppi. Peggio è andata a Derek Jacobi, leggenda del teatro d’avanguardia inglese, a cui è toccato davvero un incomprensibile ruolo da comparsa o poco più

La conclusione è che Tomb Raider è un film d’azione che si lascia prendere troppo dai classici difetti dei film d’azione, dalle sequenze posticce e mirabolanti condite da un eccesso di computer graphic fino al piattume di molti personaggi di contorno, ma al contrario di tanti altri prodotti di un genere spesso umiliato e vilipeso può contare sulla forza di una protagonista che merita di avere il giusto spazio nella ribalta hollywoodiana.

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Marcello Lembo

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