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Lady Bird: Il sapore del ‘ritorno’

Lady Bird: Il sapore del ‘ritorno’

Candidato a cinque premi Oscar, tra cui quello per il miglior film, arriva in sala dal 1 marzo l’esordio alla regia di Greta Gerwig.

 

 

Sacramento, anno 2002. Christine (Saoirse Ronan) frequenta l‘ultimo anno di un liceo cattolico, rifiuta il suo vero nome e si fa chiamare Lady Bird. Stravagante sognatrice, ribelle come tutti gli adolescenti, stanca del provincialismo soffocante in cui è cresciuta, ha deciso che se ne andrà a frequentare il college a New York. Ma prima di poter ricominciare altrove la nuova vita da adulta dovrà affrontare quell’ultimo giro di boa, quell’anno di perdite e piccole rivoluzioni, e le reticenze di una madre (Laurie Metcalf) fin troppo rigida e realistica.
Lady Bird, esordio alla regia dell’indipendentissima Greta Gerwig, musa della maggior parte dei film di Noah Baumbach e sua compagna di vita, è un film sulla negazione di sé, delle proprie radici, delle relazioni profonde che ci legano indissolubili a persone e luoghi, ma solo nella misura in cui il rifiuto diventi atto di ricoperta e rinascita. Un coming of age con molti riferimenti autobiografici: la Gerwig è di Sacramento come la protagonista della storia, anche lei lasciò la tranquilla vita di provincia per inseguire le sue ambizioni a New York.
Ma è soprattutto un atto d’amore verso le proprie origini, i luoghi in cui è cresciuta, quella “vallata” che ha “la terra nel sangue”. Il desiderio di fuga di Christine diventa il pretesto per un viaggio a ritroso tra gli angoli più familiari di quella città, tra i gesti quotidiani di una famiglia che vive “dal lato povero dei binari”, tra i banchi e le recite accomodanti della scuola che ‘Lady Bird’ mal sopporta; sotto un latente sentimento di vergogna verso tutto quello che si sta preparando ad abbandonare, ciò per cui alla fine ognuno di noi è quello che è.
Candidato ai prossimi Oscar come miglior film, è un affresco adolescenziale segnato da toni dissacranti e malinconici con l’outsider di turno, la Ronan, sostenuta da straordinari comprimari: l’ingenua migliore amica (Beanie Feldstein), il dolente padre Leviatch (Stephen McKinley Henderson), l’instancabile madre infermiera (la Metcalf), una donna laboriosa che non si è mai concessa troppo, custode di una dignitas che la trattiene da qualsiasi strappo anche e soprattutto nei confronti di una figlia adolescente che sta per lasciarla.
La Ronan regala al suo personaggio grazia, equilibrio, ironia e genuinità guadagnandosi una nomination agli Oscar come migliore attrice protagonista, la seconda nella stessa categoria dopo quella del 2016 per Brooklyn.
Nella sua infinita tenerezza Lady Bird custodisce, anche con una certa ostinazione, il gusto dello smarrimento, quello amaro delle separazioni, le violente contraddizioni della crescita, la dolcezza infinita che si annida nel nome che hai sempre avuto o nella strada che hai percorso distratta migliaia di volte, il sapore del ritorno.

di Mattia Pasquini

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La redazione

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