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Red Sparrow: Cinquanta sfumature di spia

Red Sparrow: Cinquanta sfumature di spia

In Red Sparrow Jennifer Lawrence è un’ex ballerina del Bolshoi costretta a diventare una spia specializzata in seduzione e manipolazione. Dirige il Francis Lawrence dei film di Hunger Games. In sala dall’1 marzo.

La guerra fredda si scalda all’improvviso, irradiata dalle luci rosse del sesso, dell’intrigo, del potere. Nel centro del mirino metaforico i lineamenti morbidi di Jennifer Lawrence si fanno taglienti come una lama di coltello e intonano con grazia la nota slava di una ex ballerina del Bolshoi finita suo malgrado in un intreccio caotico di realtà e apparenze, di lealtà e tradimenti. A condurre le danze (a volte anche letteralmente) di Red Sparrow è il quasi omonimo Francis Lawrence che aveva preso per mano il franchise-simbolo della giovane attrice del Kentucky, Hunger Games, e lo avevo portato a conclusione garantendo un volume adeguato di incassi e uno star-power tuttora intatto per la sua protagonista.

Diminika Egorova (Jennifer Lawrence) ha sempre avuto una passione, quella per il ballo, ma quando il sogno è diventato realtà l’etoile scopre nel peggiore dei modi che tutto è fuggevole. Un infortunio, un tradimento, e la vita cambia, grazie alle macchinazioni di uno zio opaco (Matthias Schoenaerts), sia nell’aspetto da cupo uomo di apparato che nelle motivazioni pervase di un’incestuosità neanche troppo velata. E così la ballerina finisce nelle grinfie di un’innominata addestratrice (una Charlotte Rampling più algida che mai) che la farà diventare una Red Sparrow, un’agente  specializzata nella seduzione e nella manipolazione delle menti.

Solo allora entrano in gioco altri elementi, una talpa da scoprire, un fascinoso agente americano (Joel Edgerton), un gioco di inganni e controinganni dove la menzogna prende la forma inusuale della verità. La sceneggiatura di Justin Haythe (Revolutionary Road), che adatta il romanzo omonimo di Jason Matthews, si ammanta di fumo e di specchi, ma questo non vuol dire che non ci sia anche arrosto dietro la coltre grigia. La narrazione procede spedita, tra pulsioni voyeuristiche alimentate da una Lawrence mai così generosa nelle scene di nudo, e improvvisi scoppi di violenza che ci ricordano che il rosso del titolo è anche il colore del sangue. Ma è sull’incertezza della narrativa che si basa la forza di questo film. Su quel gioco dei paradossi per cui a due finali diversi corrisponde una stessa trama. Sarà il doppio gioco o il triplo gioco ad avere la meglio? Il finale non lo sveliamo ma sono le sfumature di grigio a fare la fortuna del film, magari solo due e non 50, ma la distinzione netta tra buoni e cattivi si perde in quella meno precisa tra vittime e carnefici.

Francis Lawrence dirige con la mano sicura del mestierante, l’intesa con Jennifer Lawrence è affinata dai tre film girati assieme in precedenza, e l’attrice tra le più pagate di Hollywood si destreggia con grazia con e senza i vestiti, cosa non banale dopo lo scandalo degli scatti a luci rosse diffusi in rete da hacker, di cui lei fu la vittima più illustre. E così Red Sparrow diventa un monumento al corpo e all’ego della sua protagonista, un monumento che mostra anche di avere un respiro abbastanza ampio da supportare anche qualche sequel, qualora un buon successo di pubblico trasformi un dignitoso film spionistico in un franchise.

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Marcello Lembo

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