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A casa tutti bene: Non proprio…

A casa tutti bene: Non proprio…

In sala dal 14 febbraio il film che segna il ritorno di Gabriele Muccino in Italia.

 

 

 

Non c’è il punto interrogativo nel titolo del nuovo film di Gabriele Muccino, in quella che dovrebbe essere una domanda ed è invece un’affermazione in aperta contraddizione con quanto la storia poi racconti.
A casa tutti bene? Proprio no, specie se la famiglia si chiama Ristuccia e riporta immediatamente, seppur siano passati svariati anni, all’Ultimo Bacio, a Ricordati Di Me e a Baciami Ancora, dove proprio Ristuccia era il nome dei protagonisti. Non un vero e proprio leit motiv, certo nemmeno una saga familiare a là Truffaut: piuttosto un legame spirituale che collega i film, che cortocircuita il sottofondo morale dell’opera (“Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”) e che in qualche modo riporta ad un modello di famiglia disfunzionale e complicatissima.
Così come complicatissima è la trama e conseguentemente la messa in scena: ed è da qui che deve partire la prima considerazione sul cinema di Muccino, un universo filmico assolutamente originale nei modi e nello stile, opinabile forse nei risultati ma perfettamente ed innegabilmente riconoscibile. Un incubo di storytelling (chi è il fratello di chi? Chi è la cugina? Chi è il cognato, da parte di chi?) che Gabriele risolve in pochi minuti ed in maniera scorrevole, sbrigativa ma perfettamente dialogica e comprensibile: per tuffarsi quasi subito in quel nucleo ribollente che a lui interessa, cioè scavare nel falso perbenismo di una falsa borghesia per trovare “il marcio in Danimarca”, così da svelare l’oscuro magma rigurgitante di bugie, intolleranze e verità nascoste che ogni famiglia porta in grembo e/o ben nascosti sotto il tappeto.
Proprio per questo che, volenti o nolenti, va riconosciuto al Muccino regista e narratore di storie una certa verità e sincerità di fondo: i suoi film possono piacere o meno ma la sua opera rimane un punto di vista segreto, impietoso e dolorosamente reale sulla natura della famiglia italiana, che allargata o meno in nome di un supposto bene comune mente a sé stessa pur di restare unita.
L’incipit narrativamente evoluto è solo una delle raffinatezze di un film complesso nella messa in scena e complicato nel comparto emotivo: A Casa Tutti Bene alza l’asticella dello scontro fra generazioni (che era sottofondo de L’ultimo bacio), fra sessi (in Ricordati di me), fra classi sociali (in La ricerca della felicità), che esplodono tutto in un colpo non appena l’apparente e forzosa normalità dei Ristuccia viene messa in discussione da una improvvisa tempesta. Che d’altronde scatena una tormenta interiore, perché nella villa -ad Ischia, splendido set quanto inconsueto per chi, come Gabriele, era abituato a rincorrere i suoi personaggi tra le mura delle case romane – iniziano fin da subito a rincorrersi amori, personaggi e urla.

Passioni esagerate, reazioni rabbiose e incontrollate, grandi paure, frasi ad effetto: tutto sembra “bigger than life” nel cinema di Muccino, eppure mettendone insieme i vari pezzi ed incollandoli con quell’insospettabile livellatore sociale che è la musica pop(olare) ne esce fuori un quadro tristemente, ferocemente reale.
Questo perché, nonostante il ritmo forsennato e frenetico, tipico delle sue storie, tutto in A casa tutti bene è controllato, tutto è studiato e niente è lasciato a casa: una tecnica registica invidiabile permette a Gabriele di compiere desuete evoluzioni con la sua macchina da presa, restituendo però una temperatura emotiva altissima, che film più minimalisti nella cifra e magari più dichiaratamente d’autore non riescono ad avere. Come dire: un cinema che parte dal cervello ma arriva dritto alla pancia. Anzi, allo stomaco: come un pugno, come le urla, come le verità lacerate e laceranti che padri, figli, madri e sorelle si urleranno contro in uno scontro familiare che lascerà feriti e morti. Riuscendo così nel difficilissimo compito di chiarire le acque scure dei sentimenti insistendo proprio sulla loro potenza incontenibile e distruttiva.
Merito certo anche del comparto attoriale: uno stuolo di star che forse solo nei film della trinità profana (Scola-Risi-Monicelli), quattordici attori che si contendono il set ed ognuno a suo modo dà il massimo e recita benissimo, perché Muccino, da grande tecnico qual è, è un eccellente direttore d’attori. E allora Sabrina Impacciatore, tra un urlo e una tirata di capelli ha tempo per sfumature e raffinatezze, che aprono squarci di mondi nel suo personaggio; Stefano Accorsi spiazza in un personaggio che rifiuta volontariamente la centralità narrativa e si rifugia in un gioco meta letterario che cita il suo alter ego ne L’ultimo bacio (tra l’altro, Elena Cucci è sistemata con trucco e parrucco tale da echeggiare innegabilmente Martina Stella), Stefania Sandrelli e Pierfrancesco Favino recitano il ruolo che sanno fare meglio e si attengono alle regole, Gianmarco Tognazzi svetta su tutti con un personaggio, poi, che rappresenta una delle più grandi novità del cinema mucciniano: la gente di borgata, quella fuori dai patinati solai e terrazze romane, quella che non ha soldi ma si tiene stretta la petto la dignità.
In tutto questo, Claudia Gerini e Massimo Ghini stravincono ai punti. Con due personaggi di contorno ma centralissimi per altitudine emozionale: lei, che con una scena sola vale tutto il film, splendida e dolorosa, lui raggelato e raggelante nel sorriso acquoso e nello sguardo vacuo, speculari in un gioco delle parti emozionante.
Proprio in tutte queste imperfezioni, queste screziature, queste stecche, risiede allora la potenza di A casa tutti bene: la vittoria di un cinema fieramente commerciale, ma una vittoria schiacciante sul campo, un cinema mainstream che parte dal melodramma antico e da lezioni di intensità e ritmo a tanto cinema di oggi.

di Gianlorenzo Franzì

 

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La redazione

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