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Il punto su Altered Carbon

Il punto su Altered Carbon

di Gianlorenzo Franzì

Basata sul romanzo Bay City -trilogia di Richard K. Morgan del 2002, Altered Carbon, serial in dieci puntate in onda su Netflix dal 2 febbraio, racconta le gesta di Takeshi Kovacs, ucciso, messo in magazzino e resuscitato, anzi risvegliato dopo 250 anni per essere inserito nel corpo di un agente di polizia dal passato controverso, Elias Ryker.

Si, perché il fulcro narrativo attorno a cui si aggrovigliano le storie di Altered Carbon sono le “pile corticali”, memorie artificiali nelle quali si possono caricare le coscienze di ogni essere vivente, per digitalizzarle e quindi salvarle lasciandole slegate e libere dal vincolo corporale. Il mito dell’immortalità, Sacro Graal di buona parte della letteratura fantascientifica, riletto e declinato secondo una nuova veste che non elimina però il pericolo della “morte”, perchè se le pile vengono distrutte addio memorie. Ma l’anima e la coscienza dove stanno?

Non si può dire altro per evitare il rischio spoiler, ma già la traccia basta ampiamente per mostrare le forti implicazioni sociali e religiose di un tale progresso tecnologico (chi ha diritto di avere accesso a questa “immortalità”? E’ giusto evitare la morte, andando contro al destino naturale? Chi deve scegliere sul diritto ad essere resuscitato?).  E se visivamente la serie paga dazio, come il 90% dei prodotti cyberpunk, a Blade Runner soprattutto per quanto riguarda l’onnipresenza di schermi e riproduzioni video che accentuano la domanda etica sulla “riproducibilità”, narrativamente è un classico racconto di quella “fantascienza morale” inaugurata da Kubrick e Tarkovsky, quindi niente di nuovo sotto il sole: quel che è anche certo, però, è la novità che rappresenta all’interno dell’offerta di Netflix (facendo il paio, in questo caso, con il peraltro più riuscito Dark), nel solco di opere ostiche, cerebrali e certamente contro quel pubblico generalista e mainstream formato, attraverso le sue notevoli digressioni e riflessioni.

D’altra parte, è un’arma a doppio taglio lo sviluppo del concetto di “corpo”, sostituito dialogicamente da “custodia”: interessante ma soprattutto attualissimo, i dieci episodi gli scivolano intorno ma sembrano non avere mai la forza, il coraggio o la voglia di affondare nella sua struttura etica e morale. Stupisce allora la cura insufficiente data all’ossatura del racconto e alla coerenza generale, con delle prime puntate eccessivamente meditative e il seguente disattenderne le premesse, con una corsa finale serrata che brucia improvvisamente alcuni ottimi spunti meta testuali; specialmente se confrontata all’ottimo percorso fatto dal protagonista e all’attenzione data ad alcuni personaggi.
C’è molto di non detto, quindi, che sembra percorrere il serial come una scossa sottopelle: nella speranza che la tripartizione dell’opera letteraria di origine sia alla base di una volontà di rinnovo produttivo per un prosieguo di stagione.

 

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