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The Post: La verità è donna

The Post: La verità è donna

Steven Spielberg dirige Meryl Streep e Tom Hanks in The Post, racconto civile del caso, poco conosciuto da noi, di un gruppo di giornalisti che lottarono contro la Casa Bianca per far emergere i contenuti delle Pentagon Papers, il rapporto che denunciava tutti gli errori commessi dagli Usa in Vietnam. In sala dall’1 febbraio.

Una donna, un gruppo di giornalisti, una battaglia per la verità e un unico grande obiettivo: l’Oscar. The Post mescola l’esperienza di un grande regista, Steven Spielberg, a una malcelata ambizione ma è forse la puntualità il suo primo punto di forza. Una puntualità che ha finito per eccedere – e neanche di poco – le aspettative di produttori e cast, Meryl Streep e Tom Hanks su tutti. The Post ricostruisce il caso (poco noto in Italia) delle cosiddette Pentagon Papers, ovvero un rapporto segreto che di fatto definiva la guerra in Vietnam un’impresa insensata e senza alcuna possibilità di vittoria già molto prima che il costo in vite umane facesse vacillare anche i falchi più rapaci. Il rapporto finì nelle mani di un giornalista del New York Times a cui fu imposto il silenzio dalla Casa Bianca. Ma il rapporto finì anche sulle scrivanie della redazione di un giornale, il Washington Post, che in epoca pre-Watergate doveva ancora costruire la sua credibilità. The Post è la storia del caporedattore Ben Bradlee (Hanks) e soprattutto di Kay Graham (Streep), editrice donna in un mondo di uomini, che si trova nella posizione impossibile di giocarsi tutto proprio quando è in ballo la quotazione in borsa dell’azienda.

Il film, su cui Spielberg ha puntato con tanta decisione che lo vediamo uscire in sala prima di Ready, Player One che pure era stato girato precedentemente avrebbe dovuto celebrare l’affermazione femminile. E del resto la produttrice Amy Pascal aveva comprato la sceneggiatura di Liz Hannah (poi compleata dal collegata Josh Singer) una settimana prima delle elezioni americane, quando tutto lasciava presagire una facile vittoria di Hillary Clinton, quella che avrebbe potuto essere la prima presidentessa degli Stati Uniti. La storia è andata diversamente e all’improvviso The Post si è ritrovato a essere un film sulla libertà di stampa in un paese dove il comandante in capo non ha mai celato il suo disprezzo per la categoria e un film sulla condizione femminile in una Hollywood appestata dallo scandalo molestie.

Di fronte a tanto olismo tutto il resto sembrerebbe passare in secondo piano, quasi come se l’universo (o chi per lui) volesse comunicarci qualcosa. Certo non guasta sapere che The Post è probabilmente il miglior lungometraggio di Steven Spielberg da parecchi anni a questa parte. Perché il papà di E.T. e di Indiana Jones è e sarà sempre considerato uno dei grandi del cinema mainstream moderno, eppure come tanti suoi celebri e celebrati colleghi (vengono in mente i nomi di Ridley Scott, Woody Allen, George Lucas e altri) nel suo cinema sembra aver smarrito ormai da tempo qualunque carica rivoluzionaria,  sempre più perso com’è in qualche afflato retorico (Lincoln o Il Ponte delle Spie) o in qualche sogno impolverato di gioventù (Il GGG). La perizia nel saper gestire il mezzo tecnico è però insindacabile e, complice quell’inattesa puntualità, Spielberg si ritrova a essere quell’orologio non proprio rotto ma non più preciso come un tempo, che per qualche circostanza felice riprende a spaccare il secondo. Ed è un secondo che si spacca con gran piacere dello spettatore, grazie al contributo ideale dei suoi due protagonisti.

Hanks e Streep. Streep e Hanks. A contare i premi nella bacheca ci si addormenterebbe prima. Basti citare i due Oscar vinti su cinque nomination per lui e i tre su 21 nomination per lei. Sì, 21. Come se l’Academy non si volesse privare della sua magia neanche per un misero anno (e in certi casi è giusto parlare di magia più che di talento). E il 2018 non sarà da meno perché delle 21 nomination l’ultima è ancora in bilico. Come resta in bilico lo spettatore nella scena della telefonata, il centro drammatico di questo film, che regge tutta sulle spalle (e sulle labbra) della Streep. E se vedere in scena – e per la prima volta insieme – due mostri sacri è sempre un piacere non sorprende che sia la Streep ad essere finita in lizza per la statuetta più desiderata di Hollywood. Perché The Post è più un film sulle donne che sulla libertà di stampa, e allora ritorna quella puntualità quasi sovrannaturale e di certo merce rara per il cinema che, anche per i suoi tempi di produzione, arriva spesso quando il polverone è già a terra. La notizia poi è che nonostante si parli di argomenti tanto freschi, Spielberg riesca a contenere quella naturale propensione alla retorica che ha caratterizzato quasi tutti i suoi ultimi film e la sua dimensione intellettuale. Resiste, resiste. Quasi fino alla fine, quando le parole della sentenza scandite al telefono dalla Carrie Coon di The Leftovers hanno l’eco lontana di un predicozzo. Ma alla fine è troppo tardi. Troppo tardi per rovinare un bel film di impegno civile, che forse non avrà le delicatezza del Caso Spotlight e l’incisività di Tutti gli uomini del presidente, ma che ha degli innegabili punti di forza nei suoi protagonisti, nel vivo interesse della sua storia, e – scusate se lo ripetiamo – nel tempismo perfetto della sua narrativa.

 

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Marcello Lembo

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