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Chiamami col tuo nome: come nasce il desiderio

Chiamami col tuo nome: come nasce il desiderio

Luca Guadagnino adatta per il grande schermo l’omonimo romanzo di André Aciman. Chiamami col tuo nome è l’incursione nella passione improvvisa tra due ragazzi nella campagna italiana degli anni Ottanta. Candidato a quattro premi Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior Attore Protagonista, il film sarà in sala dal 25 gennaio.

Qualcosa che va oltre l’amicizia, forse“. Fa attenzione, Guadagnino, a non abusare del termine “amore”. E allora cos’è che lega Elio e Oliver in quella calda estate italiana del 1983? Tra sguardi che si cercano, mani che si sfiorano e subito si allontanano, ripicche e gelosie velate? La curiosità dell’inizio lascia spazio alla freddezza che poi si trasforma in continua ricerca dell’altro, della sua attenzione. Il desiderio si impossessa dell’enorme villa in cui i personaggi si muovono, ha la forma di un tuffo nel fiume, di una pedalata in bicicletta, di una suonata al pianoforte e di uno scatenato ballo durante la festa in paese. Chiamami col tuo nome non ha bisogno di nessun tipo di etichetta, perché Guadagnino fa in modo che queste etichette non trovino la giusta superficie per restare attaccate. Proprio come nel romanzo di Aciman, qui i protagonisti sono il desiderio e la passione, a prescindere da chi li prova.

E fa bene il regista a non seguire pedissequamente la storia dello scrittore statunitense: forse consapevole che la bellezza di quel romanzo sta proprio nelle immagini evocate dalle parole di Aciman, Guadagnino in qualche occasione devia, inserisce del suo, riuscendo nell’intento di mantenere inalterata l’atmosfera del romanzo. Lo dice a parole sue, insomma, e lo fa con una pellicola elegante e sussurrata, tutto il contrario della passione che racconta. Guadagnino entra improvviso nella vita dei due ragazzi, ce li presenta nell’attimo in cui si incontrano per la prima volta e da lì parte la parabola di un’attrazione giocata nel terreno di un’intimità non tanto fisica (la telecamera inquadra altrove quando i due fanno l’amore e la scena della pesca, molto forte nel romanzo, viene modificata in parte), quanto mentale.

Pur presente, ma mai ostentata, le fisicità di Oliver e di Elio sono secondarie rispetto all’alchimia che si crea tra loro. In questo, Guadagnino può contare sui suoi splendidi protagonisti: Armie Hammer e Timothée Chalamet (quest’ultimo con una freschissima e meritatissima nomination all’Oscar proprio per il ruolo di Elio) riescono a trovare una strada comune da percorrere insieme, regalando due bellissime interpretazioni e, soprattutto, portando sullo schermo ciò che era relegato alla carta – restandone fedeli. Se i riflettori, come è giusto che sia, sono puntati solo su loro due, non vuol dire che gli altri, i secondari, siano lasciati allo sbaraglio. Primi fra tutti il padre (Michael Stuhlbarg) e la madre (Amira Casar) di Elio che nel finale mostrano con una gran forza i loro ruoli: quel silenzio ricco di intese da una parte (il ritorno in macchina a casa del ragazzo con la madre), quel meraviglioso dialogo “tra le righe” dall’altra (sul divano di casa con il padre).

Richiamando alla memoria il Bertolucci di Io ballo da sola e il Weekend di Andrew Haigh, Chiamami col tuo nome se ne distacca e segna un passo molto importante della filmografia di Luca Guadagnino, una svolta matura, che ostenta di meno, ma “parla” di più. Soprattutto quando, nel lungo finale – una delle esperienze cinematografiche più belle degli ultimi anni – la sua camera si concentra sul rapporto di Elio con i genitori e più tardi si fissa, per tutta la durata dei titoli di coda, sul volto malinconico del ragazzo (wow!). E proprio qui, dove si dovrebbe creare l’imbarazzo del pubblico che si sente osservato, una volta ancora si è partecipi, ci si immerge negli occhi di Elio e non si può fare altro che riportare alla memoria quanto vis(su)to nelle scene precedenti. L’amore, forse.

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Augusto D'Amante

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