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Free Fire: l’inferno, all’improvviso

Free Fire: l’inferno, all’improvviso

Il regista di High-Rise torna al cinema con Free Fire. Tra grottesco, ironia e un’apparente confusione, Ben Wheatley porta sullo schermo la guerra alla sopravvivenza tra due bande di criminali. Martin Scorsese alla produzione. In sala dal 7 dicembre.

Impossibile non pensare a Tarantino o a Scorsese (che, tra l’atro, qui è produttore) mentre ci scorrono davanti agli occhi le scene di Free Fire, ultimo film di Ben Wheatley in sala dal 7 dicembre. A due anni dalle rivolte di High-Rise, il regista inglese torna a raccontare la storia di un gruppo di persone, in un crescendo di tensione strumentale proprio a far emergere le loro psicologie e non a dare all’intera pellicola quella svolta meramente action che ci si potrebbe aspettare da un titolo del genere.

Siamo a Boston sul finire degli anni Settanta. Un gruppo di terroristi irlandesi incontra dei trafficanti d’armi, ma, a seguito di una incomprensione, qualcosa va storto e l’incontro diventa una lotta alla sopravvivenza. Ancora fermo agli anni Settanta (High-Rise è ambientato nel 1975), Wheatley li usa come pretesto per raccontare l’oggi, senza per forza ricorrere a banali semplificazioni. Ma se in High-Rise le dinamiche risultavano un po’ arrugginite, forse perché si trattava dell’adattamento da un romanzo, in Free Fire si sente tutta la sua libertà, tanto che ne viene fuori uno script intelligente e tagliente a livello di sarcasmo e ironia. Free Fire fa l’occhiolino al Tarantino di Le Iene di Tarantino, ma anche allo Scorsese di Mean Streets, mettendo in scena non tanto la traiettoria dei proiettili, quanto la resa psicologica dei suoi personaggi.

Grazie ad un perfetto casting, Wheatley porta sullo schermo figure che spiccano, nessuna che tende ad oscurare l’altra, ma tutti con caratteristiche ben definite, senza, però, scadere nella macchietta. L’unica figura femminile, il Premio Oscar Brie Larson, non si fa intimorire dai suoi colleghi, tanto che, da sola, controbilancia egregiamente l’eccesso di testosterone. La tensione si avverte immediatamente, ma a Wheatley piace giocare con il suo pubblico: nei primi 30 minuti mette tanta carne al fuoco, ci butta addosso così tanti elementi e non ci vuole un genio per capire che da lì a poco ci ritroveremo in mezzo all’inferno. Dobbiamo solo provare a cogliere il motivo reale per cui quest’inferno si scatena, e non è facile. La scintilla si accende improvvisa, i proiettili iniziano a volare, ma non sono questi a catturare la nostra attenzione: il vero punto di forza di Free Fire sono i dialoghi, le battute e il modo con cui la regia svela i suoi personaggi durante questa estenuante lotta alla sopravvivenza.

Free Fire è un continuo rimescolare di equilibri, con amici che diventano nemici e viceversa, un’apparente confusione senza scampo che, invece, cela una perfetta organizzazione degli elementi. Giocando con l’ironia e il grottesco, come era successo nel film precedente, Wheatley dà una buona prova di regia, realizzando un crime-action dove non importa lo sparo, il sangue o l’esplosione, ma il lato psicologico – turbato e oscuro – di chi si trova all’interno dell’inquadratura.

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Augusto D'Amante

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