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TFF35: Amori che non sanno stare al mondo – Lo spazio dell’amore perduto

TFF35: Amori che non sanno stare al mondo – Lo spazio dell’amore perduto

Al Torino Film Festival Francesca Comencini ci regala un’istantanea degli amori finiti. Un film reale e vicino, ironico e bizzarro, vero come i suoi protagonisti: un microcosmo di uomini e donne che ci somigliano tanto.

 

 


“La passione amorosa non mi distoglie dal mondo. Io ricordo tutto, lui dimentica. Io arrivavo sempre in ritardo, lui non finiva mai il credito perché aveva l’abbonamento”.
È così che inizia il dirompente flusso di coscienza di Claudia (Laura Mascino), ossessionata da un amore appena finito, disperata, matta, buffa nel suo voler ostinatamente rincorrere l’uomo (Thomas Trabacchi) con cui è stata per sette lunghi anni prima che lui spaventato, facesse un passo indietro per trovare rifugio nell’accogliente Giorgia (Camilla Semino Favro), trent’anni e l’energia travolgente della giovinezza.
Lei non sa dimenticare, lui non sa ricordare, lei rimane caparbiamente legata alla memoria di ciò che è stato, lui si impone di andare avanti. E ci riesce.
Claudia e Flavio sono l’emblema degli amori che faticano a trovare un posto nello scorrere del nostro tempo: si sono amati, si sono separati, si sono voluti e cercati, si sono mancati, ma hanno trovato la propria serenità altrove, lontano l’uno dall’altro.
Francesca Comencini ce lo racconta con straordinario realismo in Amori che non sanno stare al mondo (presentato al Festival di Torino nella sezione Festa Mobile e in sala dal 30 novembre), un film “radicalmente femminile, ma non inquisitorio nei confronti degli uomini”, spiega la regista.
La storia arriva dal suo romanzo omonimo: “All’inizio erano degli appunti su quattro voci off, dei monologhi,  poi è venuto fuori questo titolo: un paradosso degli amori reali, che hanno difficoltà a stare nel flusso della quotidianità. Ho costruito e pensato il film come fosse un flusso di coscienza, unico punto in comune con il libro. In fase di sceneggiatura poi gli sono stati dati toni differenti come ad esempio l’ironia e l’apertura al racconto”.
Un film che parte dal luogo comune degli amori perduti: i suoi tormenti, l’elaborazione della perdita, la rinascita finale e quel bizzarro universo popolato dai tic di uomini e donne d’oggi persi in questo disordine amoroso. Ma anziché restare ancorata ai topoi del genere, la regista de Lo spazio bianco riesce a sparigliare le carte e a cedere il passo ad una narrazione capace di mescolare diversi toni e registri stilistici, rendendo personaggi e dialoghi credibili ed estremamente reali.
Nessuna forzatura, Claudia e Flavio sono due di noi, nessuna guerra dei sessi evocata e abusata da molti autori della nostra cinematografia contemporanea: Amori che non sanno stare al mondo è semplicemente vero, vicino. Siamo noi, siamo quegli uomini – spaventati, disarmati, incapaci di mettersi a nudo – e quelle donne –  donchisciottesche, imperfette, appassionate – come Claudia, la protagonista, interpretata con naturalezza e ironia da Laura Mascino. Un io iper narrante al quale è facile abbandonarsi e con cui è altrettanto semplice identificarsi, assorto tra mille interrogativi quotidiani  (“Ma perché ci tormentiamo tutte un ricciolo di capelli tra le dita?”), colto nei suoi rocamboleschi tentativi di tener vivo un amore perduto.
Il racconto procede divertito tra frammenti della memoria, scene surreali e vecchi filmati in bianco e nero, nel mondo delle balere, dell’amore a ogni età, “una piroetta indietro nel tempo nel vecchio sogno del matrimonio”.
La Comencini ci porta fuori dall’autocommiserazione e realizza una commedia che non si appoggia sui facili sentimentalismi né sull’abusato schema di “uomini contro donne”. Un amore reale, imbranato, sbiadito tra le infinite e faticose litigate notturne, fatto di rotture, strappi irreversibili, pianti, isterie e poi capace di riconoscersi sempre e comunque, ma inadeguato a stare al mondo. E con unico, universale epilogo: “Non mi domando più perché t’ho amato così tanto. È successo a noi come a tutti. L’amore è perso, ma alla fine anche i Beatles si sono lasciati”.

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Elisabetta Bartucca

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