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Roma 2017 – Borg McEnroe: Gioco, partita, incontro

Roma 2017 – Borg McEnroe: Gioco, partita, incontro

Vincitore del premio del pubblico alla 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Borg McEnroe ricostruisce la celebre finale di Wimbledon giocato dal campione svedese e dall’allora astro nascente americano. In sala dal 9 novembre.

Uno era freddo come un ghiacciaio, l’altro esplodeva come un vulcano. Uno giocava da fondo, l’altro scendeva a rete. Björn Borg e John McEnroe sembravano due modi incompatibili di intendere il tennis ma forse erano solo due facce della stessa medaglia. È questa la teoria di Janus Metz, regista danese, che ha portato sullo schermo Borg McEnroe, un film dedicato a una delle più celebri finali di Wimbledon e a due delle figure più amate del circus tennistico. Interpretato dallo svedese Sverrir Gudnason e dall’americano Shia LaBeouf il film si è anche conquistato il premio del pubblico della 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma.

La storia è quella di Borg (Gudnason), già quattro volte vincitore di Wimbledon, che arriva a Londra alla ricerca di una quinta vittoria da record. L’unico ostacolo alla sua corona è l’astro nascente John McEnroe (LaBoeuf), futuro numero uno del mondo ma al momento più famoso per le sue sfuriate che per i colpi, pur pregevoli, in campo. La loro sarà una sfida che resterà negli annali di uno sport spettacolare e complesso, tanto da essere entrato solo di rado nel mirino del cinema.

La scelta registica di Metz è quella di trasformare il tennis in un thriller psicologico, l’unica valida per uno sport che oltre a essere individuale è anche uno sport privo di contatto. Nel tennis si è soli e quello di Borg McEnroe è un racconto di due solitudini: quella del campione svedese vissuta all’insegna di un controllo ossessivo compulsivo, della paura di vedere cancellate le precedenti vittorie a causa di un’ultima sconfitta, quella dell’enfant terrible americano consumata nel nome di un’ambizione frenetica che nasconde un mondo di insicurezze e la terribile prospettiva di non essere amato.

Il quadro psicologico dei due personaggi, che è il vero protagonista del film, è costruito attraverso una serie di flashback che risalgono indietro nel tempo, fino all’infanzia dei due tennisti, approfondendo il loro rapporto con i genitori e con la figura di un maestro (interpretato da Stellan Skarsgård) che ha tratti evidentemente paterni. Verrebbe da chiedere quanto della ricostruzione sia documentata e quanto è invenzione narrativa. La prima delle due opzioni, sostiene il regista, specie nella parte relativa a Borg (che pur nella ricerca di un’equivicinanza andreottiana finisce per prevalere rispetto all’altra) dove si è avvalso della collaborazione del diretto interessato e della sua famiglia. In particolare Leo Borg, figlio del campione, che oltre a giocare a tennis a livello giovanile interpreta il ruolo di suo padre da ragazzo.

A imprimere nella memoria il film di Metz non è solo la delicatezza dei suoi profili in chiaroscuro ma anche un montaggio brillante, firmato da Per Kirkegaard e Per Sandholt, che scompone la finale in tante microsequenze, che sottolinea il parapiglia psicologico, il saliscendi emozionale, il gioco di inerzie della mente che sembra muoversi al ritmo delle maree. Borg McEnroe forse non accontenterà tutti (tra i suoi fan di certo non si conta John McEnroe) ma ha il grande merito di ricostruire, come meglio non è stato fatto finora, l’epica e il senso di un sport, e di farlo senza lasciarsi intrappolare dai confini, spesso soffocanti, del cinema di genere sportivo.

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Marcello Lembo

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