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Roma 2017 – Valley of Shadows: le ombre della crescita

Roma 2017 – Valley of Shadows: le ombre della crescita

In selezione ufficiale al Festival Internazionale di Toronto, alla Festa del Cinema di Roma arriva il norvegese Valley of Shadows, di Jonas Matzow Gulbrandsen. Un viaggio di crescita di un bambino tra le oscure ombre della foresta norvegese.

Il cinema del Nord Europa si è sempre concentrato, sin dai suoi esordi, sul rapporto tra natura e uomo. Valley of Shadows di Jonas Matzow Gulbrandsen, presente della Selezione Ufficiale sia del Festival di Toronto che della Festa del Cinema di Roma, non fa eccezione, anche se il suo protagonista è un bambino. Aslak vive in un piccolo paesino della Norvegia con la madre. Il suo amico Lasse gli mostra delle pecore brutalmente uccise da quello che pensa essere un licantropo e, dopo una sconvolgente notizia che riguarda la sua famiglia, il bambino si avventura nella vicina foresta, alla ricerca del cane scappato.

Cupo e impreziosito dagli spettacolari paesaggi norvegesi, Valley of Shadows è il classico film sul “coming-of-age” che questa volta vede un bambino affrontare le sue paure. Il licantropo come metafora di ciò che non si conosce, come simbolo del diverso e incarnazione della paura: il viaggio di Aslak, oltre a simboleggiare il passaggio dall’età infantile ad una più matura, vuole fare luce su questo mistero per arrivare a capire ciò che gli altri hanno rinunciato a fare. La pellicola di Guldbrandsen, però, è solo capace di sfruttare nel migliore dei modi – grazie alla fotografia di Marius Matzow Gulbrandsen – i paesaggi nordici, trascurando le basi che tutto l’intero progetto dovrebbe avere. Opacizzate dalla nebbia o disturbate dai fitti rami degli alberi e dalla pioggia, le immagini che Valley of Shadows ci regala sono di una bellezza intensa, che rapisce i nostri sguardi.

Nello svolgimento, però, ci si rende conto che la pellicola, oltre quello, non offre molto di più. Anche l’incontro di Aslak con il misterioso ragazzo nei boschi, rappresenta più un’occasione mancata che un vero e proprio colpo di scena destinato a dare quella svolta tanto attesa. Le domande dell’inizio non trovano una risposta e quando la tensione sembra crescere – come cresce l’intensità della bellissima colonna sonora realizzata da Zbigniew Preisner – le attese vengono smorzate in un nulla di fatto che lascia spaesati. Gulbrandsen aveva davanti a sé una serie di elementi che potevano essere il punto di partenza per realizzare un prodotto che spiccasse non solo per la forma, ma anche, e soprattutto, per il contenuto.

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Augusto D'Amante

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