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Roma 2017 – Carlo Verdone, Eleonora Giorgi e gli Stadio per il restauro di Borotalco

Borotalco

Era il 22 gennaio 1982 quando uscì nei cinema italiani Borotalco, film che segna la svolta da regista di un allora trentaduenne Carlo Verdone. Dopo i successi di Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone, per la prima volta l’attore e regista romano si metteva alla prova con un personaggio unico e oggi, in occasione del restauro del film a cura di Infinity, Borotalco viene ripresentato al pubblico della Festa del Cinema di Roma.

Una scommessa per Verdone: “Era arrivato per me – afferma – il momento di dimostrare che ero un attore capace di affrontare un personaggio unico“. Per trovare il soggetto ci è voluto un anno intero, ma quando la macchina si è messa in moto, subito dopo l’arrivo nel cast della Giorgi, “sono partito con molta carica” ha detto Verdone. La sera della prima “io e Oldoini (il co-sceneggiatore del film insieme allo stesso Verdone, ndr) stavamo veramente male. Quando abbiamo visto uscire il pubblico, abbiamo deciso di andarcene, ma mi fermò una battuta detta da una persona presente in sala: ‘Ammazza, me so morto dalle risate, oh!’. Lì, tutta l’ansia è sparita“.
Non era presente all’anteprima di Borotalco la sua attrice protagonista, Eleonora Giorgi: “Ero in Marocco per girare un film e mentre ero lì mi chiamavano in continuazione i miei amici per dirmi che il film era una bomba. Questa sarà la prima volta che vedo Borotalco al cinema e sono molto emozionata“.

Se per Verdone era una prova importante, Borotalco ha segnato anche l’inizio di una carriera piena di successi, quella degli Stadio: “Su suggerimento di Dalla, di cui eravamo la band – dice Gaetano Curreriscrivevamo delle canzoni e raccoglievamo vario materiale, ma nessun discografico voleva produrci. Una sera, ad un concerto di Dalla, incontrammo Carlo e lui, dopo aver ascoltato due nostri pezzi, decise di volerli inserire nel suo film. A Carlo dobbiamo molto, è stato praticamente il nostro pigmaglione. Per la prima volta non si realizzava una colonna sonora in funzione di un film, ma ci veniva data l’opportunità, grandissima, di usare canzoni che avevamo già inciso“.
Ma oggi, come sarebbero Sergio e Nadia? Chi sarebbero? Verdone è molto insicuro sulla risposta: “Sicuramente sarebbero due ragazzi molto meno disincantati di quello che eravamo noi. I primi anni Ottanta erano un surrogato della felicità degli anni Sessanta e stavano già iniziando i primi problemi di lavoro, che si vedono nel film. All’epoca c’era più leggerezza: la società è diversa, ci sono molti problemi in più“. Per la Giorgi, invece, Sergio e Nadia “esistono anche oggi. Carlo ha realizzato un film che, di generazione in generazione, permette a molti ragazzi di identificarsi in questi due personaggi. Di fondo, infatti, c’è quel tema dell’insicurezza che, in un certo senso, si ripropone anche oggi“. Per quanto riguarda il suo personaggio, la Giorgi aggiunge: “Carlo come autore è uno dei pochi che ha dato un vero e proprio costrutto ai personaggi femminili. Io ho fatto svariate commedie, ma nessuna ha avuto l’impatto, soprattutto dal punto di vista del personaggio femminile, che ha avuto Borotalco. All’epoca, nella commedia, solo Mariangela Melato e Monica Vitti si erano fatte notare e io sento di essere stata molto fortunata nel dare voce e volto a Nadia“.

Il successo di Borotalco è immediato e per Verdone era dovuto innanzitutto “all’amabilità dei personaggi: hanno le loro fragilità, quel pizzico di mitomania che in quel periodo apparteneva un po’ a tutti. E poi, altro fattore importante, erano le battute: così vere, sincere, fatte di tempi recitativi importanti, quindi davvero ben esaltate“. Borotalco non sarebbe il film che conosciamo senza ricordare l’importanza che Lucio Dalla ha avuto nella storia raccontata. Il ricordo all’artista bolognese riempie la sala Petrassi in cui si è svolto l’incontro con la stampa: “Quando uscì il film – racconta Verdone – Dalla si arrabbiò moltissimo. Sulla locandina avevano scritto il suo nome a caratteri cubitali, mentre il mio era più piccolo. Mi chiamò e mi fece storie al telefono, altro motivo per cui ero agitatissimo all’anteprima. Ma dopo che vide il film, tra l’altro seduto a terra in un cinema bolognese perché quando andò non c’erano più posti liberi, si accorse che con Borotalco gli avevo fatto un omaggio davvero sentito e ne fu molto contento“.

Non sono mancati i momenti difficili, soprattutto dopo l’uscita del film: “Decisi di chiamarlo Borotalco proprio perché volevo dare questa idea di leggerezza. Quando andai da Cecchi Gori, mi vantai di aver scelto questo titolo. Lui mi guardava serio, col sigaro di lato in bocca. Mi passa una lettera: era la Manetti&Roberts che volevano farci causa per aver usato un nome su cui avevano i diritti. Cecchi Gori incontrò gli amministratori e quando videro gli incassi, decisero di non farci causa: in fondo anche per loro era un’ottima pubblicità“.
Stare qui oggi – conclude Verdonedopo trentacinque anni, a parlare di un film che pare che deve ancora uscire, per me è davvero un’emozione grandissima. Sento davvero di aver fatto qualcosa che è rimasta nel tempo. Mi impressiona, ma allo stesso tempo mi fa piacere e mi rende malinconico, soprattutto nel ricordare tutti quegli attori e collaboratori che mi hanno aiutato tanto, all’epoca, e che oggi non ci sono più“.

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Augusto D'Amante

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