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Roma 2017 – Jake Gyllenhaal: “Stronger? Una storia di lotta e resistenza”

 

Il loro primo incontro è stato in un ristorante italiano a nord di Boston, entrambi sotto i riflettori ci sono finiti per motivi diversi: l’uno diventando suo malgrado eroe nazionale, l’altro perché lo ha scelto. Il primo è Jeff Bauman, il 27enne che negli attentati di Boston durante la maratona del 2013 perse entrambe le gambe, il secondo è Jake Gyllenhaal che lo interpreta sul grande schermo nel film tratto dal suo libro, Stronger, di David Gordon Green. Vederli insieme sul palco della Festa del Cinema di Roma dove presentano il film, fa un effetto strano: da un lato il vero Jeff, dall’altro la sua nemesi cinematografica.  Ed è un momento di umanità rara, in cui ti sorprendi a ritrovare i gesti, le smorfie e l’incedere dell’uno sull’altro.
“Queste storie ci arrivano perché abbiamo bisogno di apprendere qualcosa su noi stessi. Lessi la bozza iniziale della sceneggiatura e alla pagina quattro mi ritrovai a ridere perché non era quello che mi aspettavo. – dice Gyllenhaal – Conoscevo Jeff solo dalla famosa foto sui giornali, mentre veniva soccorso subito dopo l’attentato. Avevo tanto da imparare da questa storia di resistenza e lotta, sull’opportunità di farcela”.
Quando ripensano alla prima volta che si sono incontrati sorridono: “E’ buffo ripensarci oggi che siamo qui”, commenta Bauman che scrisse il libro in otto mesi, in un periodo molto caotico, all’inizio della sua ripresa, quando per tutti era ormai un simbolo di speranza.
Non è stato facile neanche per Gyllenhaal mettersi in gioco: “Mi sono sentito intimidito. All’inizio ho avuto molti ripensamenti, credevo di non farcela e di non avere le sue caratteristiche, quello che ci vuole per sopravvivere, la sua forza, poi gli ho stretto la mano e mi sono trovato davanti un uomo simpatico, gentile e carino. In quel momento ho pensato: ‘Ce la posso fare!’. Jeff è luce e ha una qualità dentro diversa da chiunque altro abbia mai conosciuto”.

A Bauman, che alla maratona era andato per aspettare al traguardo la sua attuale moglie e madre di suo figlio, il termine ‘eroe’ non piace affatto: “Sono una persona normale. – dice – I miei eroi sono tutte le persone che per me ci sono state, che mi hanno salvato e si sono prese cura di me. Andai alla maratona con un cartello per mia moglie, mi piacerebbe averlo ancora, ma oggi non sarei da nessun altra parte se non dove mi trovo”.
“Essere un simbolo l’ha schiacciato, la lezione più importante che ho imparato è che essere un ‘eroe’ o uno ‘stronger’, come dice il titolo del film, riguarda le piccole cose, i piccoli momenti che ci commuovono e ci toccano. Sono quelli che ci cambiano e non i grandi momenti come siamo abituati a pensare. Quelli in cui pensi che non ce la puoi fare o quando compare qualcuno che pensavi non ci fosse. Esserci è la cosa più potente che puoi fare: ascoltare, non parlare. Questo è il succo dei rapporti più reali”, aggiunge Gillenhaal.
Bauman è un sopravvissuto, la sua parabola molto simile a quella di un reduce di guerra con disturbi post traumatici: Ho incontrato molti reduci, con loro credo di condividere l’esperienza del trauma. Molti soldati che tornano dalla guerra tendono a isolarsi e penso che tra me e loro ci sia questo in comune: entrambi siamo dei sopravvissuti”.

Il cammino per la ripresa è stato lungo e tormentato: “Quando sono tornato a casa volevo cacciare Erin, isolarmi, strisciare e sparire dal mondo. – spiega – Ci ho impiegato tre anni per venire fuori da quel buco nero, per i primi due anni non facevo altro che bere e andare alle feste, per me quei momenti erano una via di fuga, un modo per sparire e fare terapia non mi interessava. Penso invece che avrei dovuto darle priorità e vedere il film mi ha fatto capire quali sono stati i miei errori. Jake mi ha fatto piangere; oggi ho fatto un passo in avanti enorme, vado in terapia, non bevo più e ho molta più cura di me”.
La parte più difficile? “Ritrovare una connessione con gli altri”, rivela. Quella connessione che per Gyllenhaal è importante, soprattutto in un momento come questo: “Viviamo un’era di grande confusione, di conflitti più o meno definiti, ed è stato per noi molto importante far vedere questo cammino di speranza e resilienza. L’America e il mondo sta attraversando un momento complicato e credo siano molto importanti le storie come questa: sulla resistenza e la forza di persone che costruiscono se stesse attraverso la propria vulnerabilità e che riescono a entrare in connessione con gli altri”.

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Elisabetta Bartucca

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