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Roma 2017 – Detroit: Dentro la guerra con Kathryn Bigelow

Roma 2017 – Detroit: Dentro la guerra con Kathryn Bigelow

La regista di Zero DArk Thirty racconta le rivolte che nel ’67 trasformarono Detroit in un vero e proprio campo di battaglia. Lo fa con  delle sequenze di cinema bellico che riecheggiano i combattimenti di The Hurt Locker. E punta agi Oscar.

 

 

In The Hurt Locker era una squadra di sminatori dell’esercito americano in missione in Iraq, in Zero Dark Thirty il lavoro di intelligence che portò alla cattura e uccisione di Osama Bin Laden, in Detroit a finire sotto la lente visionaria di Kathryn Bigelow sono le rivolte razziali che infiammarono Detroit tra il 23 e il 27 luglio del 1967. I disordini innescati dall’irruzione della polizia in un locale notturno privo di licenza per la vendita di alcolici, culminarono nella terrificante notte dell’Algiers Motel, dove la polizia torturò e uccise tre giovanissimi afroamericani e ne ferì altri nove, tra cui anche due ragazze bianche. Gli agenti coinvolti non furono mai ritenuti colpevoli, l’arma (forse una pistola giocattolo) mai rinvenuta e il bilancio di quei giorni di saccheggi, pestaggi e sospensione di qualsiasi diritto umano sarebbe stato di 43 morti, tutti ragazzi di colore.

Da allora sono passati cinquanta anni e su quella notte, fatto sconosciuto ai più almeno oltre i confini statunitensi, la Bigelow decide di farci un film: quasi due ore e mezza di delirio bellico, un racconto in cui le immagini di repertorio si alternano alle scene di finzione girate in sequenza e con camera a mano.
Dentro la storia, nel corridoio degli orrori, faccia al muro insieme a quei ragazzi, a sentire l’odore di sangue e pallottole, il rumore delle ossa spezzate sotto i calci dei fucili, umiliati, impotenti e agonizzanti.
La Bigelow e il suo team, Mark Boal in testa che la accompagna dai tempi di The Hurt Locker, raccontano il massacro attraverso la prospettiva di tre dei sopravvissuti: Melvin Dismukes, un agente di sicurezza privata, Larry Reed, cantante di un gruppo emergente, i Dramatics, che, per levarsi dalle strade durante il coprifuoco, aveva prenotato per sé e per il suo amico, Fred Temple, una stanza per la notte al Motel Algiers; Julie Ann Hysell, adolescente dell’Ohio che insieme all’amica Karen Malloy alloggiava al Motel Algiers al termine di una vacanza che le aveva portate a Detroit per sentire un gruppo di R&B.
Stralci di giornali, reportage radio e tv dell’epoca, materiale investigativo dell’FBI, resoconti e documenti rilasciati dal Dipartimento di Polizia di Detroit e dall’Università del Michigan: tutto viene passato al vaglio insieme alle testimonianze di alcuni superstiti.

Il film parte da loro, dalla faticosa quotidianità in una città attraversata dalle violente proteste, sventrata dall’arrivo dei Tank dell’esercito, dilapidata dalle bombe e dalle feroci uccisioni, immersa in un calderone che ingoiò vittime e carnefici, poi con l’asciuttezza e la visionarietà che la caratterizza la Bigelow catapulta lo spettatore nei pochi metri quadrati del corridoio dove furono condotti gli interrogatori; comincia una narrazione frenetica e realistica con virtuosi movimenti di macchina e ritmi sincopati, che occuperà tutta la parte centrale della storia.
Seguirà una seconda parte meno coinvolgente e più composta destinata a raccontare il cammino processuale di quei fatti che non avrebbero mai trovato dei colpevoli. E come nella realtà la regista si guarderà bene dal dare al pubblico un finale che possa essere lontamente consolatorio, perché quei morti possano pesare addosso come macigni, perché alla fine ci si possa chiedere: “Perché? Dove abbiamo sbagliato?”.

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Elisabetta Bartucca

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