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120 battiti al minuto: la militanza, quella vera

120 battiti al minuto: la militanza, quella vera

Dopo aver vinto il Gran Prix al Festival di Cannes ed essere stato selezionato come rappresentante della Francia per la nomination ai prossimi Oscar, 120 battiti al minuto di Robin Campillo arriva nelle sale italiane dal 5 ottobre.

Cosa fai nella vita?
Faccio il sieropositivo…tutto qui!“.
Lottare: intorno a questo verbo, Robin Campillo costruisce le 2 ore e 20 di 120 battiti al minuto, Grand Prix allo scorso Cannes che dal 5 ottobre arriva nelle sale del nostro Paese. La pellicola di Campillo, sua terza prova da regista, mette in scena non solo la lotta nei confronti della malattia, ma anche quella di chi, malato, è stufo delle prese in giro del potere, delle promesse non mantenute e di chi vuole fare fortuna sulla vita delle persone.
Nata nel 1989, due anni dopo l’omonima associazione di New York, Act-Up Paris raccoglie questa lotta, scende in piazza, lancia sangue finto su politici, dirigenti di case farmaceutiche, polizia: 120 battiti al minuto trasuda militanza, la stessa che Campillo ha vissuto unendosi all’associazione a fine anni ’80. Da subito la regia ci porta all’interno della sala in cui è in corso una riunione del gruppo. Lunga la sequenza iniziale, utile per mostrarci davvero il senso della parola “militanza” e per farci respirare un’aria che, oggi, pochi di noi vivono realmente. Menti diverse in comunione tra loro per attuare un piano preciso: combattere la morte e chi fa affari su di essa. Perché le vite di un gay, di una prostituta, di un carcerato, di un tossicodipendente, non valgono meno di quella di una persona “normale” (banale a dirsi oggi? Ne siamo sicuri?).

120 battiti al minuto, che fa riferimento alla frequenza della musica house e dance, simbolo degli anni Novanta, unisce il pubblico e il privato mostrandoci le azioni di Act-Up Paris a l’incontro tra due suoi membri: Sean e Nathan. Sieropositivi, si cercano, si trovano e si amano: in questo modo rispondono alla morte, con la vita. Una vita fatta non solo di balli scatenati in discoteca, ma di militanza, appunto. Lottare contro l’AIDS è un lavoro a tempo pieno, non ci si può fermare, e farlo con altri non può che rendere ancora più incisiva questa battaglia. Contro il silenzio che porta alla morte, il bellissimo rumore di chi ama la vita e vuole garantirla agli altri: “Je veux que tu vives” (Voglio che tu viva).

Chiamato a rappresentare la Francia alla corsa per la candidatura al Miglior Film Straniero ai prossimi Oscar, questo è un film troppo importante da lasciarsi sfuggire. Nella sua lunga durata non mancano momenti di debolezza (soprattutto formale che di scrittura), ma è da sottolineare come Campillo, aiutato dalle intense prove attoriali del suo cast, riesca a mettere in scena un momento cruciale della battaglia contro l’AIDS, senza scadere nel nostalgico, e a mostrare il dolore in un movimento che va dal microscopico al macro: dalla cellula infettata alla sofferenza degli ultimi giorni. Lungo ed estenuante il finale: siamo chiamati a soffrire con Sean e Nathan, siamo chiamati, ancora una volta, a far parte di queste battaglie e di questa enorme famiglia. A cui tutti dobbiamo molto.

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Augusto D'Amante

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