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Simone Riccioni: “Con Tiro Libero vi racconto chi sono i veri vincenti”

 

Ventinove anni, tre libri alle spalle (tra cui l’autobiografia Eccomi), uno in cantiere, una casa di produzione tutta sua (la Linfa Crowd 2.0 ) una web serie sulla sclerosi multipla (Io non sclero) e una manciata di film, gli ultimi dei quali scritti e prodotti da lui. Nonostante la giovane età Simone Riccioni ha le idee chiare su cosa vuole fare da grande: “Scrivere mi rilassa, ma il cinema è un brivido, una scarica di adrenalina molto più forte”. Nato in Uganda da genitori missionari, è arrivato in Italia a sette anni, ma ha l’Africa nel cuore; prima o poi, dice, tornerà laggiù.
Qui il suo nome è legato al film di Federico Moccia, Universitari, e al successo più recente di Come saltano i pesci, un piccolo gioiello di cui è protagonista e sceneggiatore insieme al regista Alessandro Valori. A novembre lo aspetta il set di La voce del lupo con Christopher Lambert per la regia di Alberto Gelpi, intanto sta già scrivendo il prossimo film di cui sarà interprete e produttore, e da oggi lo rivedremo in sala con Tiro Libero (prodotto dalla sua Linfa Crowd 2.0 insieme alla Rainbow di Iginio Straffi), una storia di sport e disabilità,“un messaggio di speranza” che lo riporta al fianco di Valori.
Simone è Dario, leader di una squadra di basket, un ragazzo di venticinque anni bello, arrogante e spocchioso. Fino a quando la vita non gli chiederà il conto: Dario scopre infatti di essere affetto da distrofia muscolare e per lui inizierà un cammino fatto di prove durissime, coraggio di rimettersi in gioco e rinascita.

Come è nata questa tua seconda collaborazione con Alessandro Valori?
Come saltano i pesci era andato molto bene e, si sa, squadra vincente non si cambia; abbiamo fatto un po’ come gli americani.
Tiro libero viene da una storia vera: un mio amico si è ammalato di sclerosi multipla e ha iniziato a rinnegare tutto ciò in cui credeva e a scontrarsi in maniera forte con Dio, o mistero, chiamiamolo come ci pare. Proprio in quel momento però ha aperto gli occhi e ha cominciato a vivere; mi sono confrontato molto con lui per capire bene cosa significa trovarsi da un giorno all’altro a vivere in maniera ‘stancante’ qualsiasi cosa.  L’idea era coniugare questa storia con qualcosa di emozionante come lo sport, in particolare lo sport con ragazzi disabili. All’inizio dovevano esserci degli attori a interpretarli, poi però abbiamo coinvolto su loro stessa richiesta una squadra di ragazzini disabili, gli Amicuccioli di Giulianova.

Come hai convinto la Rainbow a collaborare?
Iginio Straffi è marchigiano come me, avevamo avuto un breve incontro ai tempi di “Come saltano i pesci” alla sede di Recanati dove ci aveva invitato perché era curioso di vedere come un attore e un regista marchigiani fossero riusciti da soli a fare un film come quello. Quindi quando ci è venuta in mente questa storia, gli ho mandato subito una mail e nel giro di un giorno ci ha richiamato.

Dopo Universitari ti sei concentrato su progetti un po’ diversi: la web serie “Io sclero”, “Come saltano i pesci” e ora “Tiro libero”. Da dove nasce l’urgenza di raccontare questa umanità?
Sono nato e cresciuto in Africa dove ho vissuto fino a sette anni, ho visto la povertà, la guerra e ho toccato con mano cosa vuol dire non avere niente o essere felici per il niente.
La vita lì è un dono, è un dono poterti svegliare la mattina o avere un bicchiere d’acqua e questo senso della vita e di volerla vivere mi è rimasto dentro.
Quando sono arrivato in Italia i miei coetanei mi bullizzavano, perché, come dicevano loro, ero ‘l’africano’ di turno. Poi sono andato a teatro e ho iniziato una volta a settimana a fare volontariato con alcuni ragazzini disabili, a giocare con loro, a farli ridere e mi sono innamorato di tutto questo; le mie storie nascono da qui, dalla voglia di far capire chi siano i veri ‘vincenti’.
È avvilente ad esempio, che i media pubblicizzino sempre la catastrofe, il brutto, la disgrazia o la morte di un ragazzo preso a calci in discoteca; per superare questa mentalità e cercare di cambiare bisogna allora vedere il bello della vita, mostrare la  gente che si sporca le mani e chi crea la società del bello e del buono. L’amore, l’amicizia, la fratellanza, la condivisione sono valori universali per tutti, bianchi, neri, gialli o mulatti. Per andare in copertina oggi devi morire, ma se parli di amore o disabilità intesa come cambiamento e miglioramento, allora devi accontentarti delle ultimissime pagine di un giornale di provincia.

A proposito di accoglienza e solidarietà, qual è il ruolo del cinema?Il compito del cinema rimane sempre quello di raccontare la verità delle storie. È importante essere accoglienti, ma è altrettanto importante capire come e cosa fare per esserlo nella maniera migliore; non è detto che facendo entrare tutti possiamo dare una mano, bisogna innanzitutto offrire un’istruzione necessaria per potersi integrare in un paese come il nostro. Bisognerebbe aiutarli anche nel loro paese, in Africa, per far fiorire la loro cultura, il loro patrimonio naturale e per far sviluppare quello che noi occidentali abbiamo reso Terzo Mondo accaparrandoci tutto. Diamogli una mano per capire come si costruiscono le case, come trovare l’acqua, come creare qualcosa di bello e sfruttare le potenzialità pazzesche che hanno.

Sei mai tornato in Africa?
No, purtroppo no, ma mi è rimasta nel cuore; mi manca tutto di laggiù, è il mio sassolino nella scarpa, quindi prima o poi ci tornerò. Ho tanti amici che mi aspettano e non vedo l’ora di rivedere quei posti con gli occhi di un adulto, per innamorarmi ancora di più dell’Africa in cui sono nato.

Dario litiga spesso con Dio. Qual è il tuo rapporto con la fede?
Ognuno di noi ha un rapporto con il mistero. Io ci litigo spesso, perché ci sono tante cose che non mi vanno bene; perciò mi rivedo molto in Diario, siamo tutti un po’ Dario e come lui siamo cinici, arroganti, menefreghisti, supponenti. Fino a quando non succede qualcosa che ci fa cambiare: pensare di poter cambiare per me è affascinante.

Cosa hai rubato dai tuoi ruoli così diversi, dai più impegnati a quelli più leggeri?
Fino a oggi ho avuto a che fare con ruoli più o meno stereotipati sulla mia figura estetica: il bel ragazzo, il buono, lo stronzo, ma spero di crescere artisticamente per potere fare il pazzo, il maniaco o quello fuori di testa, come Leonardo Di Caprio in Shutter Island o Will Smith ne La ricerca della felicità.
I miei personaggi mi hanno regalato la forza di capire ciò di cui ho bisogno e cosa voglio fare; mi hanno dato soprattutto la voglia di studiare.
È un percorso di formazione continua, è un costante mettersi alla prova e dirsi: “Non va bene, devi studiare di più”, come succede ogni volta che mi rivedo nei film che faccio.

 

 

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Elisabetta Bartucca

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