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Venezia 74.: Ammore e Malavita, i Manetti tra camorra, risate e sceneggiata

I registi di Song’e Napule portano in concorso al Lido un film sovversivo, che celebra una commistione di generi unica: musical, noir, sceneggiata napoletana e crime-movie. Si canta e si balla dall’inizio alla fine. In sala dal 5 ottobre.

 

 

 

In molti gli hanno chiuso le porte in faccia, “perché i musical in Italia non piacciono”, dicevano. A crederci però, a parte Rai Cinema che li ha prodotti, è stato il festival di Venezia che li ha voluti in concorso.
E oggi i Manetti Bros. superano la prova con applausi a scena aperta, grazie a un film Ammore e malavita, sovversivo e unico nel suo genere: un equilibrato mix di azione, musical e sceneggiata napoletana.
Ci vuole tanto coraggio ad accettare la sfida della selezione veneziana, ma a spingerli fino in Laguna è stato il dovere di “dare un’occasione a questo film. Avevamo paura di portare il nostro ‘filmetto’ nel concorso di un festival abituato ad altri tipi di film, molto più importanti anche a livello di contenuto, ne abbiamo discusso e a un certo punto ho quasi pensato di non volerci venire”, dice Marco Manetti.
La genesi ideale del film risale all’idea di girare una sorta di sequel di Passione, il documentario di John Turturro, dove “secondo noi saltava la parte più popolana della musica napoletana. Ma siccome non siamo documentaristi bensì registi di fiction, abbiamo fatto un film che non c’entra nulla con lo splendido documentario di Turturro”.
Nessuna parodia o omaggio alla sceneggiata, Ammore e Malavita con le sue canzoni urlate e la storia di un amore impossibile nel mezzo, è una continuazione del genere: “Ci piace la capacità della sceneggiata di trattare senza pudore o paura temi profondi e veri attraverso l’uso della musica. Non siamo né cinefili né colti, ma semplicemente spettatori e appassionati di cinema, e non volevamo assolutamente fare il verso al genere”.
Il film si apre con balli e canti tra le vele di Scampia, (“A Parigi c’è la Torre Eiffel, a Roma il Colosseo. A Napoli abbiamo le Vele di Scampia”, canta la guida che accompagna turisti entusiastici per le strade di della città), partono i riferimenti a Gomorra e ai cliché della Napoli più cupa, quella di vicoli, pallottole e camorra che ha occupato gran parte dell’immaginario cinematografica degli ultimi tempi: ma l’intento è dissacratore e il racconto va avanti tra sequenze da film noir, momenti alla Mario Marola, inseguimenti alla 007, coreografie improbabili nel bel mezzo di un sparatoria e canzoni intonate a squarciagola da tutti, che si tratti di amanti sfortunati o di sanguinari camorristi. Si canta sulle note di brani che attraversano qualsiasi genere dal rap al pop, al neomelodico, 15 pezzi originali (tredici in napoletano e due in inglese) scritti dal cantautore napoletano Nelson e arrangiati da Pivio e Aldo De Scalzi.
Centotrentatre minuti fragorosi, venti in meno rispetto a quanto sarebbe dovuto effettivamente durare il film: “Abbiamo tagliato molte cose, tra cui una scena mitica, un pezzo cantato tra Carlo e Claudia”.

La storia ruota intorno a Ciro (Giampaolo Morelli), killer spietato “a metà strada tra John Travolta e Mario Merola”, cresciuto insieme al fedele Rosario (Raiz), al servizio di don Vincenzo (Carlo Buccirosso), “o’ re do pesce”, e di donna Maria (Claudia Gerini).
Quando gli verrà chiesto di far fuori la giovane infermiera Fatima (Serena Rossi), per essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, le cose si complicano: in adolescenza Ciro e Fatima si sono amati, e nessuno dei due ha mai dimenticato l’altro. Così dopo essersi riconosciuti, ritrovati e riscoperti ancora innamorati, a Ciro non rimarrà che una soluzione: tradire la sua famiglia ‘criminale’ e proteggere l’amore della sua vita fino alla fine.

La mistura di generi, mai forzata né esibizionista, è supportata da un gruppo di attori (alcuni dei quali già presenti nel film precedente dei Manetti Song’e Napule) che neanche per un momento cede alla semplice imitazione: Carlo Buccirosso e Claudia Gerini danno vita a una coppia impensabile fino a poco tempo prima di questo film e si rendono protagonisti di duetti memorabili tra citazioni cinematografiche e numeri di altissima comicità; menzione speciale a Serena Rossi nell’esilarante cover di ‘What a feeling’ di Flashdance (‘L’amore ritrovato‘); applausi al faccia a faccia ‘cantato’ tra Ciro e Rosario, ormai alla resa dei conti.
Sono l’autenticità e la capacità di osare la cifra di questo miracolo tutto italiano, che speriamo il festival abbia il coraggio di premiare.

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Elisabetta Bartucca

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