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La fratellanza: La disfatta di un uomo tranquillo

La fratellanza: La disfatta di un uomo tranquillo

Da Game of Thrones, Nikolaj Coster-Waldau torna sul grande schermo con La fratellanza, dramma ambientato in un carcere di massima sicurezza e diretto dall’ex-stuntman Ric Roman Waugh. Dal 7 settembre al cinema.

Una vita perfetta che nel giro di pochi secondi cambia direzione. Dall’apice al baratro: è questa la parabola discendente che Jacob Harlon percorre. Interpretato da Nikolaj Coster-Waldau, La fratellanza, diretto da Ric Roman Waugh arriva nelle nostre sale a partire dal 7 settembre.
Senza seguire un percorso lineare, ma ricorrendo a vari flashback, Waugh mostra come un solo errore nella vita di un uomo possa trasformarlo in maniera diametralmente opposta a quello che era fino a quel momento. Il cambiamento passa attraverso quel sistema carcerario statunitense che il regista non nasconde di criticare ampiamente. In carcere non esistono mezze misure: o sei una vittima o sei un leader. Jacob decide di non essere una vittima e inizia la sua scalata verso i vertici della criminalità organizzata dietro le sbarre.

Ma cosa spinge un uomo tranquillo, che ha tutto, a tatuarsi sul corpo scritte razziste e a sfidare lo pseudo-ordine precostituito della prigione? A questa domanda La fratellanza non risponde subito e mantiene la risposta fino alla fine, presentandocela come un colpo di scena che, però, fatica ad arrivare e la cui rivelazione ha un retrogusto didascalico poco coerente con il resto del film.
Nonostante il film provenga da una certa esperienza sul campo – il regista ha lavorato come agente volontario sotto copertura in una istituzione carcerario della California – colpisce come Waugh non sia andato oltre la classica iconografia dei film che trattano il tema “prigione”. La vita del protagonista nel carcere risulta piuttosto appiattita dai topoi che vengono messi in scena, così ben presto questo percorso verso il baratro comincia a sembrare senza senso: sono tante le domande che La fratellanza fa sorgere tanto da “rovinare” la rivelazione finale tirando un po’ troppo il freno.

Interessante, invece, come nella pellicola la violenza non diventi oggetto di voyeurismo: nonostante Waugh abbia alle spalle una fiorente carriera da stuntman, qui le scene action non sono elementi morbosi su cui concentrare le attenzioni. Il sangue c’è e si vede, ma, invece di accontentare un certo tipo di pubblico, serve solo per sottolineare, ancora una volta, la disfatta di un uomo.

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Augusto D'Amante

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