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Nessuno può mettere Baby Driver in un angolo

Nessuno può mettere Baby Driver in un angolo

Arriva Baby Driver, nuovo cult di Edgar Wright, ed è pronto a conquistare le sale a suon di musica e di sgommate. Nel cast Ansel Elgort, Kevin Spacey e Jamie Foxx. In sala dal 7 settembre.

C’è solo il tempo di inforcare gli occhiali e di premere il tasto play. Baby Driver inizia così, con le note incalzanti dei Jon Spencer Blues Explosion e con una scarica di adrenalina. Un inseguimento mozzafiato di sei minuti che non è solo la traccia di un tema da svolgere ma è anche il solco di un disco in vinile, che ci spara una raffica di note e di sirene, di testacoda e di sgommate. Edgar Wright è un regista di culto. La sua Cornetto Trilogy conta una legione di fan e il suo film successivo doveva fare sfoggio di un brand consolidato, la M della Marvel. Le cose però non sono andate come dovevano andare, il mini superuomo Ant-Man è finito in altre mani e Wright ha preferito portare sullo schermo un altro piccolo eroe, creato da lui, senza dover rendere conto a nessuno. A incarnarlo è Ansel Elgort, americano di New York, 23 anni, già protagonista del teen drama Colpa delle stelle. Al suo fianco la giovane Lily James, due veterani come Jamie Foxx e Kevin Spacey (tre Oscar in due) e un volto noto del piccolo schermo, quel Jon Hamm che è stato protagonista di una delle serie più celebrate del decennio, Mad Men.

La storia è quella di Baby (Elgort), pilota eccezionale fissato con la musica, un po’ per coprire quel fastidioso fischio all’orecchio che lo accompagna da quando era piccolo, un po’ perché è il suo modo di comunicare, con il padre adottivo ma anche con la madre che non c’è più. Baby è coinvolto in un giro di rapine gestito da Doc (Spacey) ma lo fa perché è costretto, perché deve ripagare un debito. La sua vita è eccitante ma allo stesso tempo monotona, finché la sua strada non si incrocia con quella di due persone che gliela cambieranno per sempre, la cameriera Debora (James) e un rapinatore meno chirurgico e più sanguinario di nome Bats (Foxx).

Baby Driver, scritto e prodotto dallo stesso regista, non è solo un film a ritmo di musica. È un film che la musica la respira. Un film dove la selezione di pezzi, che va dai Queen ai Blur, dai T.Rex di Marc Bolan a Simon & Garfunkel, da Barry White alla giovanissima Sky Ferreira, non è solo accompagnamento ma è la chiave della partitura. Le note dettano i tempi e per stessa ammissione del regista le canzoni risuonavano a tutto volume sul set durante le riprese, spingendo gli attori ad allineare i movimenti alle linee di basso, alle cadenze ritmiche. Edgar Wright, per il resto, non inventa niente di nuovo eppure questo piccolo cult in pectore ha il potere di rimanere in testa, perché Baby Driver non è solo musica, è anche i suoi personaggi, forse schematici, di sicuro divertenti. Primo fra tutti un Kevin Spacey che torna a interpretare un genio del crimine a più di 20 anni da quel Keyser Soze che gli regalò il primo, storico, riconoscimento dell’Academy. E proprio come Soze il Doc di Baby Driver è un personaggio dalla natura doppia, con indosso una duplice maschera, e vedere Spacey recitare un personaggio che gli piace, che lo diverte, è da sempre garanzia di aver speso bene i soldi del biglietto.

Il resto è solo un thriller, confezionato con cura e recitato con buona lena, che forse cede solo sul finale alla fiera dell’eccesso, senza però ripercorrere tutto il sentiero che dall’eleganza di Drive porta alla caciara di Fast & Furious. Certo è che se fossero tutti così i thriller proiettati nelle sale, sia in Italia che all’estero, il livello medio del cinema sarebbe sensibilmente più alto.

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Marcello Lembo

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