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Venezia 74 – Il contagio: la periferia romana ancora protagonista in sala

Il Contagio

Una palazzina della borgata romana, il brulicare delle vite di chi la abita – Marcello (Vinicio Marchioni) e Chiara (Anna Foglietta), Mauro (Maurizio Tesei) e Simona (Giulia Bevilacqua), il boss di quartiere Carmine (Nuccio Siano), tutto intorno affaristi e palazzinari e la sete di potere che contagerà tutti. Fuori, lo sguardo disincantato e girovago di uno scrittore, Walter (Vincenzo Salemme), che questo mondo lo sfiora, ci passa accanto, lo osserva indugiando nell’amore clandestino con Marcello. Con Il contagio (in sala dal 5 ottobre) il cinema italiano torna a raccontare le periferie confermando una tendenza che negli ultimi anni ha dato fiato alle voci più giovani e innovative. Il film, adattamento dell’omonimo romanzo di Walter Siti, sbarca al Lido nella sezione collaterale delle Giornate degli Autori che per i registi Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, non sono una novità: sette anni fa infatti, proprio qui portarono il loro esordio Et in terra pax.
“Per noi si tratta di un ritorno a casa e siamo felici di poter essere nuovamente in una sezione libera di far vedere cosa sia il cinema nel suo senso più profondo, senza sovrastrutture”, commenta Coluccini.

Il tema centrale è il lato oscuro del potere e quel babelico sottobosco che lo alimenta in una città, Roma, corrosa dal malaffare come tristemente ci ricordano le cronache quotidiane; inevitabile i riferimenti a Mafia Capitale anche se, precisano i registi, “è stata una pura casualità che mentre strutturavamo il film scoppiasse il caso di Mafia Capitale e l’idea a quel punto ci era stata servita su un piatto di argento. Ci sembrò naturale quindi che Mauro potesse essere uno di quei personaggi che si muovevano nella cosiddetta ‘terra di mezzo’. ‘Il contagio’ è l’essenza di questo mondo”.

La genesi è nel libro di Walter Siti scritto nel 2008, un’istantanea delle periferie romane e della loro trasformazione in un indistinto agglomerato umano che si adegua sempre più ai valori borghesi condividendone l’idea della bella vita, del lusso e la sete di potere.
Siti non avrebbe mai pensato che un giorno quel romanzo sarebbe diventato un film: “In molti mi avevano chiesto di farne un adattamento per il grande schermo, ci avevo lavorato già con Daniele Vicari e Gianni Amelio, ma poi non successe nulla. Quando me lo chiesero Matteo e Daniele, pensai ancora una volta che non se ne sarebbe fatto niente e invece eccoci qua”. Il film ha una costruzione completamente diversa e autonoma dal libro, come spiega Matteo Botrugno: “Abbiamo creato una struttura bipartita: una prima parte della storia più corale e ambientata in periferia, fatta di piccole storie; ed una seconda nel centro di Roma, dove ritroviamo Mauro, uno dei personaggi della periferia, schiavo ormai della brama di potere e contagiato da un mondo che non gli appartiene. Abbiamo differenziato le due parti anche a livello cromatico: sembrano molto diverse e distinte, ma si equilibrano perché non sono altro che due facce della stessa medaglia”.

I due registi ci tengono inoltre a evitare qualsiasi accostamento a Pasolini: “Non è un film pasoliniano, ma è una storia nata dalle nostre varie esperienze e da tutto ciò che è significato per noi l’ innamoramento per il  libro di Siti. Ci troviamo di fronte ad una società molto diversa da quella descritta da Pasolini e figlia di una cultura del consumo dalla quale deriva il livellamento degli strati sociali, che tendono a avvicinarsi sempre di più l’uno all’altro.
Pasoliniani però lo sono “nell’amore verso l’umanità e nel grande rispetto verso questi  personaggi, mai giudicabili nella loro estrema semplicità”.
Una borgata che si va imborghesendo e che trova il suo narratore nel personaggio di Vincenzo Salemme, capace di regalare infinite sfumature al suo artista silenzioso e malinconico, perso nell’amore impossibile per Marcello.

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Elisabetta Bartucca

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