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Venezia 74.: Suburbicon e l’invettiva di Clooney contro l’America di Trump

Dopo “Le Idi di Marzo”, l’attore torna in concorso al Lido con il suo quinto film da regista. Alla base una sceneggiatura dei fratelli Coen del 1986 finita in black list, che Clooney ha rimaneggiato insieme al suo collaboratore fedele Grant Heslov. In sala dal 6 dicembre.

 

 

 

C’è il cuore più nero dell’America trumpiana: le storture, il bigottismo, la xenofobia, le discriminazioni, il bisogno di difendere la propria identità ‘caucasica’ costruendo muri e staccionate e riunendosi in infervorati comitati cittadini. Solo che siamo alla fine degli anni ’50, quando la classe media poteva finalmente vedere realizzato il proprio personale ‘sogno americano’: bastava trasferirsi in uno di quegli idilliaci sobborghi abitati da comunità di famiglie benestanti, prevalentemente bianche, acquistare la propria casa con giardino e garage e starsene lì con l’illusione della ‘bella vita’, mentre la pressione sociale arrivava ai massimi livelli.
Eccola Suburbicon, la città immaginaria che dà il titolo all’ultimo film da regista di George Clooney, presentato in concorso alla 74esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, e che si rivela feroce invettiva contro l’America contemporanea, nonostante lui ci tenga a precisare: “Non è un film su Trump, ma su un’idea che non abbiamo mai affrontato e su delle problematiche che non si sono mai allontanate dal nostro paese”.

Suburbicon si ispira alla città di Levittown, fondata nel 1951 in Pennsylvania da William J. Levitt, il creatore dei moderni sobborghi americani; doveva essere una sorta di città ideale abitata dalla piccola borghesia, rigorosamente bianca, ammaliata dalle nuove promesse di benessere, ma quando nel 1957 arrivò la prima famiglia di colore, i Myers, la popolazione locale reagì con violente proteste.
È da questi fatti che parte la storia raccontata nel film, più precisamente da un’idea, ispirata al breve documentario Crisis in Levittown e sulla quale Clooney stava lavorando insieme a Grant Heslov. Poi sarebbe arrivata una sceneggiatura scritta dai Coen nel 1986 e mai realizzata; Clooney ci rimise mano, la riscrisse e tirò fuori il ritratto di Suburbicon, una pacifica comunità periferica, con case a buon mercato, giardini ben curati e famigliole felici. Nell’estate del 1959  i Lodge sono una di quelle famiglie: Gardner Lodge (Matt Damon), sua moglie Rose (Julianne Moore) costretta su una sedia a rotelle, il loro primo figlio Nicky e zia Margaret (anche lei interpretata dalla Moore). Una vita ordinaria, scandita dai ritmi soporiferi delle comunità di periferia, dalle staccionate irte a difendere i confini tra una casa e l’altra, dai piccoli rituali quotidiani, dall’appuntamento con i programmi radio della sera, dalle donnine strette in abiti color pastello. L’arrivo di una famiglia di colore basterà a interrompere il felice scorrere di questa ordinarietà, che ben presto si rivela solo apparente.
Ci si comincia a muovere così  in un sottobosco di inganni, tradimenti e violenza e la satira sociale, imbevuta dell’umorismo nero dei Coen, lascia spazio nella seconda parte del film al thriller più grottesco e surreale; di Clooney rimane l’attenzione alla storia, i riverberi sulla contemporaneità, la denuncia, anche se ci si sarebbe aspettata una impronta più incisiva.

“Sono cresciuto negli anni ‘60 e ‘70, il sud aboliva la segregazione, pensavamo che questi problemi sarebbero spariti per sempre, ma non è stato così e siamo dovuti crescere facendo i conti con il peccato originale della schiavitù. – spiega – Stiamo guardando nella direzione sbagliata e incolpiamo le famiglie afroamericane e le minoranze di tutti i nostri problemi. Mi è sembrato giusto quindi fare oggi un film di questo tipo”.
Suburbicon è un film arrabbiato, dentro ci sono tutti i mostri di un paese che ha raggiunto dei livelli massimi di rabbia; c’è una nube nera ma sono ottimista, perché credo nei giovani e nelle istituzioni. Volevamo essere divertenti e cattivi allo stesso tempo, sicuramente eravamo arrabbiati e lo diventavamo ogni giorno di più mentre giravamo. Siamo arrabbiati per come il mondo sta andando e questo film lo riflette”. E non è un caso che le scene dei vicini bianchi che insorgono contro l’arrivo dei Myers riportino alla mente i recenti disordini di Charlottesville.
I personaggi sono mostruosamente stupidi e hanno la faccia di persone comuni, “ma – mette in guardia Clooney – la mostruosità arriva da errori stupidi e questi personaggi ne fanno tanti e scelgono sempre la strada sbagliata”.
Impossibile negare che sia un film profondamente politico e fa piacere pensare che possa essere parte del cammino che, come si vocifera ormai da tempo, porterà Clooney a diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti. Anche se lui glissa: “Sarebbe divertente!” “Ma chiunque funzionerebbe oggi”, gli fa eco Matt Damon.

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Elisabetta Bartucca

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