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Venezia 74 – Guillermo Del Toro: “La favole ci salveranno dal cinismo”

Il regista di Il labirinto del Fauno sbarca al Lido con una storia che lo riporta alle sue migliori atmosfere. Una principessa muta, una creatura anfibia e l’America in piena Guerra Fredda. Con Guillermo del Toro, a Venezia arrivano anche i suoi straordinari interpreti: Richard Jenkins, Sally Hawkins e Octavia Spencer.

Pinocchio? Tutto pronto, marionette e disegni, peccato che da dieci anni però cerchi senza esiti i finanziamenti necessari ad avviare il progetto. “Succede sempre così ormai, mi complico la vita da solo perché nessun film che voglio fare è facile: quando uscì fuori la notizia che avrei voluto girare Pinocchio molti studios si mostrarono interessati, ma quando dissi che sarebbe stato un Pinocchio antifascista ai tempi di Mussolini le cose sono cambiate. Beh, se vi avanzano 35 milioni di dollari, farete felice un messicano…”, scherza Guillermo Del Toro che alla 74esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia presenta in concorso The Shape of Water, film che dopo le infelici parentesi di Pacific Rim e Crimson Peak, segna il ritorno alle sue creature anfibie e alla favola.

Elisa (interpretata da Sally Hawkins, possibile candidata alla Coppa Volpi, nonostante sia presto per dirlo) è una giovane orfana, muta; una vita dimessa, trascorsa nella silenziosa routine quotidiana,  in completa solitudine se non fosse per il rapporto padre-figlia che la lega al suo dirimpettaio, Giles (Richard Jenkins), un malinconico pubblicitario amante dei musical.
Di notte per arrotondare, la ragazza lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo di massima sicurezza; quando nei suoi sotterranei arriverà una strana creatura, un uomo-pesce che il governo statunitense vorrebbe sfruttare come cavia per un viaggio sulla Luna, Elisa se ne innamorerà. Sullo sfondo l’America degli anni ’60, intollerante, ad un passo da una guerra nucleare e provata da profonde tensioni sociali.

Qual è stata la sua linea guida emotiva?
Credo che la fantasia sia estremamente politica, ma la prima scelta politica di ognuno di noi è l’amore sulla paura, soprattutto in un momento come questo. Il nostro primo dovere è credere nell’amore. Non mi interessava la versione più puritana di La bella e la bestia dove i due si amano senza scopare, ma quella più perversa dove potesse essere affrontato anche l’aspetto della sessualità. Volevo che il sesso nel film comparisse in modo naturale e organico: il personaggio di Elisa è una donna vera, che si masturba con la stessa semplicità con cui fa colazione. In realtà alla fine non mi interessavano nessuna delle due versioni, perché la vita è molto più complessa e divertente di così.

Anche questa volta ha scritto una biografia dei personaggi?
Sì, ho scritto una biografia estremamente dettagliata per ognuno di loro, tranne che per Elisa e la creatura.

Perché la creatura non ha nome?
Perché per ognuno dei personaggi significa qualcosa di diverso: per qualcuno è un’entità divina, un mostro oscuro che viene dal Sud, per Elisa è un miracolo di riconoscimento, è quel guardare indietro come si guarda chi si ama. Il film potrebbe essere un Teorema di Pasolini…ma con un pesce.

Che margine di libertà lascia ai suoi collaboratori?
In un film è  importante stabilire prima di tutto le fondamenta visive. Alcuni anni prima di iniziare a girare avevo ingaggiato delle persone che decidessero ad esempio i colori degli appartamenti di  Elisa e Giles: quello di Elisa ha colori subacquei come l’azzurro, mentre nell’altro i muri sono dorati. Si tratta di due mondi diversi, seppur uno accanto all’altro. Non c’è il rosso, che esiste solo nella sala del cinema, nelle scarpe e nel cappotto di lei quando si innamora.

The Shape of Water potrebbe essere considerato un prequel di Hellboy?
No, è una favola e le favole sono il modo migliore per raggiungere le emozioni, oltre che un antidoto contro la paura dei nostri tempi. Ho amato molto quella del Pesce Magico di cui in qualche modo ho fatto una variazione.

La storia è ambientata nel 1962, ma risulta molto contemporana…
Si parla dell’America degli anni ’60, un’America futurista che ‘doveva essere ancora una volta grande’ nonostante avesse al suo interno problemi di sessismo e classismo.  Sono messicano e so cosa vuol dire essere guardato come ‘l’altro’, quindi ho cercato di creare tutta l’alterità possibile e di darla a questa creatura. Nonostante il periodo storico, questa è una storia che parla dei problemi di oggi, di un mondo dominato dalla paura e dal cinismo e in cui è difficile parlare di emozioni e di amore. Contro il cinismo, l’amore è tutto ciò di cui abbiamo bisogno; i Beatles e Gesù possono aver sbagliato entrambi, ma non nello stesso tempo.

Foto: La Biennale di Venezia – ASAC

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Elisabetta Bartucca

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